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domenica 22 settembre 2019

Bibliografia a tema. "STRUMENTI MUSICALI NEL TITOLO"


"Il tamburo di latta", Gunter Glass. 604 pagg. 
Romanzo epocale, "Il tamburo di latta" compie cinquant'anni e conserva tutta la sua carica provocatoria. In modo umoristico e grottesco, narra la vicenda del protagonista Oskar Matzerath, il tamburino inseparabile dal suo tamburo e con una voce potentissima che manda in frantumi i vetri. Dal manicomio dove è rinchiuso Oskar rievoca la propria storia, indissolubilmente intrecciata alla storia tedesca della prima metà del Novecento. Scorrono così nel fiume del suo racconto immagini memorabili, a partire da fatti leggendari come il concepimento e la nascita della madre sotto le quattro gonne della nonna, passando per la sua venuta al mondo ricca di presagi, fino all'ascesa irresistibile del nazismo e al crollo della Germania. È stato nel giorno del suo terzo compleanno che Oskar, in odio alla famiglia, al padre, alla società ipocrita, ha deciso di non crescere più. Da quell'osservatorio particolare che è la città polacco-tedesca di Danzica e poi da Düsseldorf, grazie alla sua prospettiva anomala di nano, può guardare al mondo degli uomini dal basso e scorgerne così meglio le miserie e gli orrori, mentre la sua deformità si staglia contro la ripugnanza della normalità piccolo-borghese. Con occhi disincantati e spalancati sulla ferocia e violenza del mondo grida una rabbia che non risparmia la viltà e la corruzione di nessuno, neppure le proprie

"Il mandolino del capitano Corelli", Louis De Bernieres. 443 pagg.
Grecia, seconda guerra mondiale. L'occupazione alleata dell'isola di Cefalonia sconvolge la vita degli abitanti e soprattutto quella del dottor Iannis e di sua figlia, l'orgogliosa e volitiva Pelagia, che si vedono costretti a ospitare nella loro casa un capitano italiano, Antonio Corelli. Dapprima bandito dalla vita del paese, Antonio a poco a poco si dimostra simpatico e socievole, più devoto al suo mandolino che non alle armi. E quando le lettere che Pelagia scrive al fidanzato non trovano risposta, l'amore con il giovane ufficiale sembra inevitabile, ma la guerra romperà ancora una volta ogni geometria.

"L'arpa d'erba", Truman Capote. 116 pagg.
Questo romanzo narra di un ritorno agli anni dell'infanzia, quando il giovane Truman, orfano di madre, viene affidato a due zitelle, Verena e Dolly Talbo, che vivono in un piccolo paese del Sud degli Stati Uniti. "Senti?", gli dice Dolly in una bella giornata di settembre, nel bosco, "è l'arpa d'erba, che racconta qualche storia. Conosce la storia di tutta la gente della collina, di tutta la gente che è vissuta, e quando saremo morti racconterà anche la nostra". Tocca al piccolo Truman raccogliere per noi la voce dell'arpa d'erba, tra realtà e sogni infantili, pettegolezzi e crudeltà di paese, grandi amori e accecanti passioni, in uno sguardo commosso verso il passato e pieno di speranze nel futuro.

"L'arpa di Davita", Chaim Potok. 361 pagg.
È un anno cruciale quello in cui Davita a otto anni comincia a farsi un'idea del mondo: l'America si lascia alle spalle la crisi del '29 e i suoi genitori, intellettuali impegnati a sinistra, sognano l'avvento di una società più giusta. Ma l'affermazione del fascismo e del nazismo in Europa spegne ogni ottimismo. Davita adolescente si accosterà all'ebraismo, la religione della sua famiglia, scoprendovi non un rifugio consolatorio, ma una chiave per capire il mondo.

"La voce del violino", Andrea camilleri. 222 pagg.
"Il commissario invece era di Catania, di nome faceva Salvo Montalbano, e quando voleva capire una cosa, la capiva. " Quarta inchiesta per Salvo Montalbano, 'il Maigret siciliano' di stanza a Vigàta, "il centro più inventato della Sicilia più tipica". Questa volta Montalbano deve trovare il colpevole dell'omicidio di una bella signora vigatese, assassinata nella sua villa. Ma i problemi di vita privata non sono meno spinosi per il commissario: c'è la questione del figlio adottivo e quella dell'eterna fidanzata Livia, che punta decisa al matrimonio...

"Il violino nero", Maxence Fermine. 143 pagg.
È la fine del XVII secolo. Johannes, genio musicale precoce, rimane ferito nel corso della campagna napoleonica in Italia. Accolto e curato dal liutaio Erasmus, il giovane apprende nuove notizie su Carla Farenzi, una misteriosa dama fugacemente incontrata tempo prima. Il liutaio gli rivela poi il segreto di un violino nero, da lui stesso costruito, che canta con la voce suadente e incantatrice della donna. Dopo averlo sentito suonare la vita di Johannes, come uomo e come artista, resterà incatenata a quella di Carla Farenzi.

"Lezioni di piano", Jane Campion. 195 pagg.
Ada, la pianista muta, il marito Stewart e l'amante Baines. Tutti e tre sono vittime di una forza soggiogante, quella dell'eros, che non sono preparati ad affrontare: soprattutto in un mondo come la Nuova Zelanda del diciannovesimo secolo, lontano e selvaggio, autoritario e fuori da ogni legge. Ma le immagini per quanto seducenti, non hanno esaurito tutte le passioni compresse dentro di loro. Lezioni di piano è la storia di una donna che non scende a compromessi - una vera e propria eroina della volontà, fin da quando, a sei anni, ha deciso di non parlare più - e che scopre come il linguaggio dei corpi sia equivalente a quello della musica.Tra silenzio e allusione, questo libro colma un vuoto nella sconfortante mancanza di personaggi memorabili che affligge tanta letteratura contemporanea. E mostra come sia ancora possibile creare storie senza dover inchinarsi alle mode, ed esplorare l'erotismo evitando il sensazionalismo

"L'accordatore di piano", Daniel Mason. 350 pagg.
1886, autunno. L'accordatore di piano Edgar Drake riceve una strana richiesta dal Ministero della Guerra britannico: deve lasciare sua moglie e la sua tranquilla vita londinese per trasferirsi nella giungla birmana e accordare un raro esemplare di pianoforte Erard. Lo strumento appartiene al colonnello medico Carroll, comandante dai metodi poco ortodossi di un avamposto dell'esercito inglese in una zona sperduta e ostile della Birmania. Nel suo viaggio attraverso l'Europa, il Mar Rosso e l'India, Edgar Drake incontra strani e coloriti personaggi, tra cui una maliosa birmana che pare conoscere l'enigma di Carroll. Una Birmania oscura e densa di pathos fa da sfondo ai risvolti più intensi della tortuosa vicenda, in cui il prezioso pianoforte finisce con l'essere pretestuosa ragione del romanzo.


Bibliografia a tema. "MESTIERI NEL TITOLO"


"Il dottor Pascal", Emile Zola. 336 pagg. 
Pubblicato da Zola nel 1893, il romanzo "Il dottar Pascal" costituisce il vero e proprio testo "teorico" del ciclo dei Rougon-Macquart, che comprende fra gli altri "Germinal" e "II ventre di Parigi". Pascal è fratello di Eugène, che è salito nella vita politica fino alla carica di ministro, e di Saccard, che si è arricchito con le speculazioni immobiliari e borsistiche. Medico e genetista ante litteram, Pascal ha accumulato tutta la documentazione relativa all'albero genealogico della famiglia cui appartiene; e la esamina sulla base dei principi scientifici del naturalismo di Zola, studioso di Darwin e Weismann. Convinto sostenitore del ruolo dell'ereditarietà nella determinazione dei tratti fisiologici e di carattere, Pascal avverte anche dentro di sé la tara che ha condotto alcuni suoi parenti alla follia o al crimine.


"L'ultimo amore del presidente", Andrei Kurkov. 513 pagg.

Mosca, 2013. Sergei Bunin sta sorseggiando vodka in una piscina d'acqua gelida, in compagnia di Putin. Sergei è il presidente dell'Ucraina e sta festeggiando, come tutti i più importanti capi di stato, il secondo bicentenario della dinastia Romanov. Niente nel suo passato avrebbe lasciato sospettare che proprio lui, proveniente da una famiglia povera e modesta, sarebbe potuto arrivare alla più alta carica dello stato. Eppure, dopo un percorso di studi non proprio prestigioso, un fratello gemello con problemi psichici da gestire, e un po' troppo alcol, Sergei ce l'ha fatta. La sua ascesa politica è stata improvvisa, sorprendente, priva di colpi bassi e ambizioni personali, decisa alle sue spalle da oscuri personaggi della politica, che avevano bisogno di una persona malleabile, da manovrare come un burattino. Ma nel tempo Sergei ha imparato a farsi furbo, ha capito che non deve fidarsi di niente e di nessuno, che non è possibile aiutare il prossimo, e ancora meno un intero paese, anche se si è il presidente. Soprattutto da quando, dopo un infarto, gli è stato trapiantato il cuore di un altro, un cuore molto sospetto, pronto a tradirlo in ogni istante...


"Il birraio di Preston", Andrea Camilleri. 248 pagg.

Si capisce, leggendo Camilleri, che il suo piacere letterario maggiore, raccontando vicende della provincia siciliana (fatti veri su cui trama e ordisce la finzione, e quindi in sé semplici se non fossero intricate dall'essere appunto siciliane), è quello di riportare il dialogo vivo. È un piacere che si comunica immediatamente al lettore, per la particolare forza comica dell'arte di Camilleri; ma assieme al piacere, poiché il linguaggio è la casa dell'essere, e con la stessa forza e immediatezza, si comunica una specie di nucleo di verità dell'essere siciliano. L'iperbole e il paradosso della battuta, cui corrispondono l'amara coscienza dell'assurdo in cui siamo e il dolore sordo per l'immutabilità di questa condizione. Camilleri inventa poco delle vicende che trasforma sulla pagina in vorticosi caroselli di persone e fatti - qui il fatto vero, conosciuto dalla celebre Inchiesta sulle condizioni della Sicilia del 1875-76, è il susseguirsi di intrighi, delitti e tumulti seguiti alla incomprensibile determinazione del prefetto di Caltanissetta, il toscano Bortuzzi, di inaugurare il teatro di Caltanissetta con una sconosciuta opera lirica, Il birraio di Preston. E anche in questo attenersi al fondo di verità storica c'è probabilmente un senso preciso: in Sicilia non serve attendere che la storia si ripeta per avere la farsa. La storia, per i siciliani, si presenta subito, al suo primo apparire, con la smorfia violenta e assurda della farsa.


"L'esploratore Voss", Patrick White. 485 pagg.

L'esploratore tedesco Ludwig Leichhardt partì nel 1848 verso l'interno dell'Australia, dove si smarrì senza fare ritorno. Ispirata alla vicenda di Leichhardt è quella di Johann Voss, protagonista di questo romanzo di straordinaria intensità drammatica. Voss è un volitivo avventuriero, un megalomane spinto dalla propria natura a un'impresa azzardata - l'attraversamento del continente - che diventa ricerca di sé e del senso dell'universo; un viaggio mistico che non approda alla conoscenza e alla scoperta ma si tramuta in educazione alla sofferenza. Novello Orfeo, persi i contatti con la sua Euridice, la sensibile e indomita Laura Trevelyan, Voss finirà inghiottito dal "mondo infero" della boscaglia e del deserto, diventando un'icona della storia e della leggenda del continente australiano. Introduzione di Thomas Keneally.


"La bottega dell'antiquario", Charles Dickens. 656 pagg.

La bottega dell'antiquario, lavoro ricco di pagine e personaggi memorabili, appartiene alla categoria delle opere maggiori di Charles Dickens. Perseguitati dal malefico nano usuraio Quilp a causa dei debiti di gioco contratti dal nonno, la povera orfana Nella e il vecchio antiquario si vedono costretti a fuggire dalla loro singolare bottega, dando così inizio a un lungo viaggio tra i sobborghi londinesi caratterizzato da curiosi incontri e bizzarre peripezie. L'eccezionalità dei personaggi, di volta in volta messi in scena dall'autore, induce il lettore a una profonda riflessione sul genere umano e sul senso della vita. L'uso di un tono fragile, esile e trasparente, che si riflette nel carattere della piccola protagonista, assicura al libro la sua unicità poetica e suscita forti sentimenti in chi lo legge, specialmente sul finale.


"I fantasmi del cappellaio", Georges Simenon.244 pagg.

Una piccola città, La Rochelle, immersa in una gelida pioggia autunnale; borghesi apparentemente insospettabili che giocano a bridge; una serie di strani delitti che viene improvvisamente a turbare la vita della città; e due personaggi (il cappellaio, agiato e rispettabile commerciante, e il "piccolo sarto" armeno con addosso il suo irrimediabile odore di aglio e di miseria) che si osservano in una comunicazione tragica e segreta: due sguardi consapevoli, due punti di vista contrapposti e complementari fino alla reciproca dipendenza, fino alla complicità, si affrontano in una sorta di controcampo investigativo di altissima tensione drammatica.


"Il pasticciere del re", Anthony Capella. 431 pagg.

È il 1670 e il dolore regna alla corte inglese di Carlo II Stuart. Madame Enrichetta, l'amata sorella del re andata in sposa a Filippo di Francia, fratello di Luigi XIV, è morta in circostanze misteriose a Versailles, e il re, il principe inglese amante dei piaceri, convinto che la sorella sia stata uccisa dal marito, si è trasformato in un monarca infelice. Ha cacciato via il sarto, mandato via l'amante e sprofondato la corte intera in un lutto stretto. Per riguadagnare i favori del re triste, decisivi nel conflitto con l'Olanda, Luigi XIV ha deciso di spedire a Londra un giovane italiano, Carlo Demirco, e una 'belle bretonne', Louise de Kérouaille. Carlo Demirco possiede un dono raro in quell'epoca: è il pasticciere di Versailles, il creatore dei mirabolanti sorbetti di fiori canditi, di pesche aromatizzate alla galanga, di pere insaporite con crema inglese, che stupiscono i cortigiani e le loro dame durante i grandiosi ricevimenti. Louise Renée de Penancoèt, dame de Kérouaille, figlia maggiore della famiglia più antica di Bretagna, spedita a corte dai genitori per trovare marito e risollevare le sorti del casato decaduto, ha anche lei un merito non da poco agli occhi di Luigi XIV: è stata la damigella preferita di Madame Enrichetta, la sua più intima confidente. Demirco e la 'belle bretonne' hanno un compito preciso: ridestare ai piaceri della vita Carlo II Stuart e ricondurlo così sulla retta via del suo antico legame con Parigi.


domenica 25 agosto 2019

Recensione. "I traditori" di Giancarlo De Cataldo.

Ben ritrovati lettori. Sono un po' di fretta perché sto scrivendo la mia recensione per la Challenge appena appena in tempo per il fischio di fine gioco. La premessa è che non avevo mai letto niente prima d'ora di De Cataldo, e questo libro languiva nella mia libreria da moooolti anni in attesa del suo turno. Diverse volte lo avevo preso e ne avevo sfogliato le prime pagine, ma mi ritrovavo ogni volta con il desiderio di leggere qualcosa di diverso.

Invece ieri pomeriggio, la brigata di simpaticone che sta dietro alla Challenge ha deciso di sfidarmi a leggere un libro di almeno 500 in pagine in meno di 24 ore. Ardua fatica! E mi ritrovavo a casa con una scelta limitatissima di cartacei tra le 500 e le 600 pagine non ancora letti, e una scelta pari a zero su Amazon Prime Reading. Quindi, lettura obbligata questa, ma è stata deliziosamente piacevole. 

                                   Trama:
Da Palermo a Londra, da Roma a Torino, da Venezia alla Transilvania, nelle carceri inglesi e nei boschi della Calabria, tra pittori preraffaelliti e camorristi promossi poliziotti, tra mercanti di carne umana e lord irrequieti, giovani uomini e donne sognano, combattono e amano. E tradiscono. Ognuno va incontro al suo destino. A qualcuno tocca in sorte una nuova vita. Alcuni diventano faccendieri e delinquenti. Alcune donne guardano più avanti, più lontano. Gli ideali più puri si fanno gretta convenienza. Le organizzazioni criminali si innervano nella nazione che nasce. I mafiosi intraprendono. I tagliagole tagliano gole. E Mazzini tesse la sua tela di sangue e utopia. Eppure, tra battaglie e cospirazioni, tra vite leggere e amori complicati, si compone potente e netto il disegno di una stagione e di un ideale che è sempre possibile. E che di nuovo ci attrae, con l'innocenza di una forza giovane che non possiamo dissipare. L'epica eroica, torbida, idealista e ribalda dell'Italia che nasce: dal lato oscuro del Risorgimento, un racconto sul nostro presente.

Il romanzo narra delle avventure di contorno dei personaggi che, a favore o contro, contribuirono a costruire l'immagine di Giuseppe Mazzini e a tramandare un resoconto edulcorato della rivoluzione per costituire l'Italia unita.


Eccetto per i nomi storicamente verificati (ammetto che ho tenuto sempre aperta la pagina di wikipedia durante la lettura e vi ho ricorso spesso per verificare la fondatezza storica), c'è tutto un susseguirsi di personaggi piuttosto pittoreschi, che tra il 1848 e il 1867 vivono la loro vita e le loro avventure in funzione di un ben definito concetto di rivoluzione.

Credono fermamente che Rivoluzione non significhi soltanto cacciare lo straniero, 
ma liberare l'individuo, qualunque sia il suo sesso, 
da ogni forma di oppressione.

Il barone veneziano Lorenzo di Vallelaura, il sardo Terra di Nessuno, la meticcia nobile Lady Violet, il sarto romano Mario Tozzi, il baronetto siciliano Michele Liberato, la Striga, lo spietato Lord Chatam, ognuno con un personale obiettivo, intrecciano i loro destini, forse casualmente, forse è il fato a metterci uno zampino, con Giuseppe Mazzini, ora a Londra, ora a Roma, ora a Milano, tutti infatuati dell'idea di libertà che scaturisce dai discorsi dell'eroe della giovane Italia.

C'è in questo libro una moltitudine di personaggi, ognuno introdotto e caratterizzato individualmente con poche parole semplici e concise, che danno un'idea chiara immediatamente di cosa bisognerà aspettarsi da ognuno di loro nel corso del libro. Le spie fanno il doppiogioco, e cadono a volte nei loro stessi tranelli. Ci sono personaggi che incarnano il male assoluto e non smentiscono mai la loro natura. C'è la peggiore feccia umana, prostitute, traditori della patria, ruffiani, commercianti di carne umana, mafiosi e picciotti senza scrupolo, generali austriaci pederasti, strozzini ebrei, e tutto ciò che di bello e di brutto si può dire di certi personaggi storici, da Mazzini a Garibaldi, da Cavour a D'Azeglio, da Carlo Alberto di Savoia a Napoleone III. 


E poi studiosi, matematici, filosofi, prostitute che si improvvisano infermiere, donne nobili che costruiscono scuole per i poveri, una sordomuta sfuggita all'accusa di stregoneria che legge il destino delle persone nei numeri. Un'umanità varia e sgargiante, dove nessuno è buono o cattivo in senso finito, e dove la linea sottile tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato viene continuamente spostata.

Comprese che aveva ancora molto da imparare:
dalla Striga, da Mazzini, dallo stesso Lorenzo, dal mondo insomma.
E capì che ciò che lo attendeva, nel futuro,
era un'interminabile teoria di ombre
qua e là accese da sporadiche isole di luminosità.
Se avesse saputo dominarle, quelle ombre, 
o se avesse almeno imparato a conviverci,
sarebbe diventato un uomo migliore.


Il romanzo è narrato in alcuni capitoli al tempo passato e in altri al tempo presente, una cosa che non mi capitava da diverso tempo, e l'ho trovato uno stratagemma azzeccatissimo, perché sembra di star guardando un tableau vivant come quelli citati spesso nel libro. 

Devo dire che, anche se avevo delle remore, lo stile di scrittura di De Cataldo è piacevole e scorrevole. Molti termini li ho dovuti cercare sul vocabolario, lo ammetto, però il suo modo di narrare è sobrio, fluido, concreto. Intriso di satira, anche, a mio avviso, con spunti interessanti per riflettere sulla condizione attuale del governo in Italia. 


Tra matrimoni e convivenze fuori dalla grazia di Dio che si celebrano e poi si ritrattano, tra società che si compongono e poi si sciolgono, tra uomini di chiesa e uomini senza dio, bambini che nascono illegittimi e uomini che muoiono lontano da casa, città che vengono conquistate e regalate, ognuno reinventa il proprio destino.

Molto interessante è l'epilogo di questo libro, che mi ha fatto venire il desiderio di approfondire diverse questioni. Alla fine del libro c'è una sorta di epistolario in cui alcuni dei personaggi principali delle vicende raccontano il proprio epilogo. Paolo Vittorelli de la Morgiére racconta la presa di Roma del 1870; Lady Violet Cosgrave racconta degli ultimi giorni a Londra di un Giuseppe Mazzini invecchiato ma ancora lucido; Salvo Matranga che dopo aver seminato in Sicilia quella che diventerà la "Maffia" si prepara a emigrare in America; Lorenzo di Vallelaura racconta infine, in maniera certo un po' romanzata, le ultime ore di vita di Mazzini dopo anni di latitanza, e confessa sul letto di morte dell'eroe il proprio tradimento alla causa patriottica. 

E' il gioco delle ombre ad accendere la mia immaginazione, 
o davvero Mazzini sorride?
E' la coscienza della mia colpa a scatenare questa fantasia,
o le sue labbra si muovono e si sforzano di articolare una risposta?
Lo so, l'ho sempre saputo, era ciò che andava fatto, continuate la mia opera.
Sono i suoi occhi che, improvvisamente spalancati,
scrutano nei miei e sembrano volermi trasmettere
l'energia che abbandona il suo corpo?


Un romanzo molto intenso e coinvolgente, dove, più che altro, la componente storica è un appiglio per sviscerare le passioni e gli istinti, bassi o nobili che siano, che smuovono le azioni degli uomini. Libro consigliatissimo, sotto tutti i punti di vista. 

sabato 24 agosto 2019

Recensione. "Il manoscritto incompiuto" di Liam Callanan. La mia punizione

Buongiorno lettori. Io non vorrei incolpare nessuno, ma una delicata manina ha pescato per il mio obiettivo della Challenge il titolo di un libro che, se fosse stato mio e in formato cartaceo, probabilmente sarebbe finito nel water o in un falò estivo. 

Lo so, lo so, è sacrilego pensare di dare fuoco a delle pagine perché ogni libro in fondo ha una sua dignità, ma credetemi, questo se lo meriterebbe davvero.

Trama:
Leah Eady è abituata alle assenze del marito. Ogni volta che lavora a un nuovo romanzo, Robert scompare per qualche tempo, lasciando una nota con scritto: Torno presto. Stavolta, però, al posto del solito biglietto, Leah trova la prenotazione di un volo per Parigi a nome suo e delle figlie. Possibile che Robert voglia essere raggiunto? Eppure, arrivate in Francia, non c'è il marito ad accoglierle, bensì il suo manoscritto, incompiuto, che racconta di una famiglia americana che si trasferisce a Parigi. Seguendo gli indizi disseminati nel testo, Leah s'imbatte in una graziosa libreria del Marais, vicino alla Senna, con la facciata dipinta di rosso e una proprietaria che non vede l'ora di cedere l'attività. Quasi senza rendersene conto, Leah acquista il negozio e le centinaia di volumi stipati sugli scaffali, nella speranza che, in una di quelle storie, si celi un tassello del puzzle che la riporterà da Robert. Più passano le settimane, però, più Leah si sente rinascere: rispetto all'esistenza grigia che conduceva a Milwaukee, la vita parigina è un caleidoscopio di colori. E, tra le chiacchiere coi simpatici clienti della libreria e la magia dei libri che lei divora avidamente, Leah si rende conto che, con o senza Robert, è giunto il momento di prendere in mano la sua vita, e che tocca a lei scegliere il finale del manoscritto incompiuto da cui tutto ha avuto inizio

Come sapete se mi seguite da un po', le mie stroncature di solito sono veloci e coincise. Non ho nessuna intenzione di sprecare il mio tempo, il vostro e lo spazio sul web per un libro che non è degno della mia stima. Quindi procedo direttamente con l'elenco scrupoloso dei difetti di questa cosa (definirlo romanzo è troppo).


1. Un quarto del libro sembra un saggio dedicato a vita morte e miracoli di Lamorisse e Bemelmans, come se lo scrittore ci avesse voluto infilare a forza la sua tesina di laurea. Due ignoti per me, comunque, e se mi fossero rimasti ignoti la mia vita di certo non sarebbe cambiata in peggio.

2. Per i primi capitoli non si fa che parlare di Robert, nel bene e nel male, o le due cose contemporaneamente. A un certo punto mi sono chiesta con cosa tirasse a campare sta famiglia, poi si scopre che Leah fa la speechwriter. Ma quanto guadagna una che scrive discorsi e monta presentazioni Powerpoint per il rettore dell'università? Ma davvero ci campa una famiglia? Ma davvero riesce ad arrivare in Francia e ad acquistare una quota della libreria? Scherziamo?

3. Personaggi uno più improbabile dell'altro. Le figlie sono una tortura, Eleanor mi sembra un'adolescente svampita in taglia XXL. La protagonista, Leah, non l'ho inquadrata fino in fondo. Se l'intento dello scrittore era ricreare i tormenti interiori e le contraddizioni di una donna di mezz'età che ha perso il marito, beh c'è riuscito benissimo. Peccato che si fa fatica a starle dietro.

4. Il libro era partito bene, l'idea di fondo non sembrava troppo banale, ho perfino apprezzato l'umorismo delle prime pagine. Poi sono iniziate quelle. Quelle frasi. Periodi brevissimi. Punti. Troppi punti. Dannazione. Fastidioso, vero? 

5. Vorrei dedicare un paragrafo in particolare ai corsivi di questo libro. Ogni tre righe c'era un corsivo. Il corsivo serve per sottolineare una parola un po' fuori dal contesto. Bene, qui è tutto fuori contesto. Anzi sono tutti fuori di testa. 

6. L'azione, scordiamocela. Ci sono paragrafi talmente lunghi in cui Leah rimugina sui suoi pensieri che quando riprende la conversazione, bisogna tornare qualche pagina indietro e riprendere il filo della conversazione che si era persa per strada entrando nei meandri della mente della protagonista. Troppa introspezione, poca azione. Se volessimo ridurre questo libro all'azione, perderebbe tre quarti delle sue pagine. 

7. Poi, come per magia, nell'epilogo, nelle ultime 10 pagine, il tempo scorre velocissimo, tanto che ho fatto fatica a stare dietro a  tutti i cambiamenti nella vita di Leah e delle ragazze.

8. Il dialogo bizzarro tra Robert e Leah verso la fine del libro, pieno di punti sospensivi e frasi lasciate a metà. E' tutto un "ma io.. volevo.. ho fatto.. pensavo che.. che noi.." E che cavolo, no! Non si scrive così un dialogo, accidenti. 

9. Il finale è sconclusionato pari al resto del libro, ma non scontato. Avrei giurato che sarebbe finita esattamente in maniera opposta. E comunque a me non piacciono i finali aperti, ma ti prego sig. Callanan evita di scrivere il seguito, che è meglio non sprecare carta.

10. Insomma, personaggi da buttare, storia senza capo né coda, situazioni e dialoghi inverosimili, una madre che passa metà tempo a incolparsi di non essere brava abbastanza e poi quando è il momento di esserci per le sue figlie... beh, lei non c'è. Un padre che all'inizio viene osannato, poi si ritratta tutto, e alla fine non si capisce bene se sia stato un buon padre o un vigliacco. Sconclusionate anche le misteriose apparizioni di Robert a Parigi, di cui avrei fatto a meno volentieri. Tra l'altro una Parigi molto poco interessante, soprattutto se la si considera sotto il punto di vista del turismo dedicato esclusivamente a una bambina protagonista di una serie di libri che nessuno ha mai sentito nominare. 


Non leggete questo libro. 

domenica 11 agosto 2019

Recensione. "Il tredicesimo dono" di Joanne Huist Smith. Una vera favola natalizia

Buonasera lettori. E' vero che sentir parlare di Natale in questo periodo dell'anno non è proprio il massimo e quando mi è stato assegnato come obiettivo della Challenge "leggere un libro ambientato a Natale" sono andata un po' nel pallone. 

Capiamoci, a me piace il Natale e l'atmosfera natalizia, ma in questo periodo sono in vena di storie un po' più avventurose, se non addirittura macabre. L'idea era quella di leggere un bel giallo ambientato a Natale ma la chiusura estiva delle biblioteche ha ostacolato i miei piani. Dunque stavo ripiegando su una raccolta di racconti noir, scritti da autori celebri, ambientati durante le festività natalizie, ma all'improvviso mi sono resa conto che la cosa stava prendendo una piega leggermente sacrilega, se capite cosa voglio dire.

Quindi ho dirottato la mia scelta su un romanzo più leggero, a tema "a Natale siamo tutti più buoni", e ho deciso che terrò in serbo la raccolta di racconti "Nero Natale" per le feste invernali, per stemperare la magia natalizia quando rischierò di essere sopraffatta da cotanta bontà che, francamente, non è nella mia natura. 

Trama:
«Mamma, abbiamo perso l’autobus.» È la mattina di un freddo e grigio 13 dicembre, e Joanne viene svegliata improvvisamente dai suoi tre figli in tremendo ritardo per la scuola. Ancora non sanno che quel giorno la loro vita sta per cambiare per sempre. Mentre di corsa escono di casa, qualcosa li blocca d’un tratto sulla porta: all’ingresso, con un grande fiocco, una splendida stella di Natale. Chi può averla portata lì? Il bigliettino che l’accompagna è firmato, misteriosamente, «I vostri cari amici». Mancano tredici giorni a Natale, e Joanne distrattamente passa oltre: è ancora recente la morte di Rick, suo marito, e vorrebbe solo che queste feste passassero il prima possibile. Troppi i ricordi, troppo il dolore. Ma giorno dopo giorno altri regali continuano ad arrivare puntualmente, e mai nessun indizio su chi possa essere il benefattore. La diffidenza di Joanne diventa prima curiosità, poi stupore nel vedere i suoi figli riprendere a ridere, a giocare, a divertirsi insieme. Sembra quasi che stiano tornando a essere una vera famiglia. E il mattino di Natale, mentre li guarda finalmente felici scartare i loro regali sotto l’albero addobbato, Joanne scopre il più prezioso e magico dei doni. Quello di cui non vorrà mai più fare a meno, e il cui segreto ha scelto di condividere con i suoi lettori in questo libro suggestivo, profondo ed emozionante. Il tredicesimo dono riesce così ad aprirci gli occhi sulla gioia che ci circonda sempre, anche nei momenti più impensabili. Sulle sorprese inaspettate che la vita sa regalarci. E sulla felicità improvvisa che tutti possiamo donare a chi ci sta accanto, non smettendo mai di credere nella forza e nella generosità dei nostri cuori. 


La storia è narrata in prima persona da Joanne, che racconta di come è cambiata la sua famiglia in quel Natale del 1999. Rimasta vedova da poco più di due mesi, all'avvicinarsi delle festività Joanne si rifiuta di entrare nello spirito natalizio. I suoi tre figli, Megan di 10 anni, Nick di 12 e Ben di 17, reagiscono al dolore della perdita del padre a modo loro. In casa sembrano quattro estranei, ognuno chiuso a riccio nel proprio dolore, finché è lo spirito natalizio di qualcun altro che va a bussare alla loro porta.

Seguendo la filastrocca The twelve days of Christmas, ogni sera compare davanti alla loro porta un regalino, consegnato da sconosciuti, accompagnato ogni volta da un biglietto di auguri fatto a mano e firmato "i vostri veri amici".


Inizia così una sorta di caccia all'uomo: Joanne e i ragazzi si incuriosiscono ogni giorno di più su chi possa essere l'anonimo benefattore. Preparano appostamenti dai punti più disparati della casa per cogliere il donatore seriale in flagrante, ma questa persona sembra essere un ninja, astuto e invisibile.

Col passare dei giorni, mentre Joanne "indaga" tra familiari e conoscenti cercando di capire chi sia a mandare i regali, i muri che si è creata attorno per superare il lutto iniziano a crollare. Si lascia convincere da sua figlia a comprare l'albero di Natale e ad addobbare la casa. Spuntano fuori libroni di ricette per preparare la succulenta cena della vigilia. Passa intere giornate nei centri commerciali ad acquistare regali. Infine riesce persino a rimettere piede nella camera da letto in cui non è più entrata dopo la morte del marito per mettere via scatole e scatole di cose da dare in beneficenza.

Durante alcune di queste spedizioni fuori casa, così difficili da affrontare per lei, Joanne entra in contatto con delle persone che le aprono gli occhi sul modo di percepire l'assenza, il lutto, il dolore, l'oblio e di superare tutto con ottimismo. Joanne fa tesoro delle loro esperienze, e da lì, in modo quasi inconsapevole, mette in moto una catena di buone azioni che si ripercuotono su altre persone estranee a lei.  


Insomma, alla fine i regalatori seriali riescono nel loro intento di riunire la famiglia di Joanne il giorno di Natale e di far riscoprire loro la felicità che si prova nel donare più che nel ricevere. Ma solo nel 2014, anno di stesura del romanzo, Joanne arriverà a conoscere quelle persone, mosse da un intenso spirito di generosità e solidarietà, che hanno ribaltato la sua percezione della vita. 

Ora, se volete sapere se ci ho lasciato un pezzettino di cuore in questo romanzo, la risposta è no. Ha i tipici difetti del libro d'esordio, e, benché tratto da una storia vera, ci ho trovato delle forzature, soprattutto nei dialoghi e nelle descrizioni del caro estinto. Soprattutto alla bambina più piccola, Megan, credo siano state messe in bocca delle parole che una decenne non si sognerebbe mai. E per quanto riguarda Rick, il marito e padre perso in circostanze tragiche, ho trovato le descrizioni un po' troppo a misura di supereroe. Un pizzico in più di realismo non avrebbe guastato.

La narrazione è fluida e scorrevole, tanto da lasciarsi leggere in poche ore. La storia non è appesantita dal dolore e dalla tragedia, e non diventa mai stucchevole o melensa, ma i momenti più intensi del libro non mi hanno travolto di emozioni, ecco.

Cosa mi è rimasto di questo libro? La lezione fondamentale che la scrittrice voleva trasmettere io l'ho colta in pieno e l'ho apprezzata, anche se credo che non dovrebbe limitarsi alla feste natalizie. 



Io ne ho fatto il mio motto. Se lo facessimo tutti, il mondo sarebbe un posto migliore. Non solo a Natale, puoi. 


sabato 10 agosto 2019

Recensione. "Cacciatore e preda" di Bernard Cornwell. C'è del marcio in Danimarca

Buonasera lettori. Avete presente quando in ufficio arriva una nuova collega e vi dà subito sui nervi? Arriva tutta carina e infiocchettata, tutta sorrisi e moine, e voi dovete ingoiare il sarcasmo e tollerare la sua presenza? D'altronde i colleghi non te li scegli, ti vengono imposti. E poi, dopo un paio di giorni, la tizia si rivela simpatica? E si innesca un sentimento di odio/amore/odio causato dall'amore? Beh, succede pure coi libri, a quanto pare.

E' vero che un libro dovrebbe essere sempre un piacere e non un'imposizione. Ma le Reading Challenge, servono anche a questo no? A leggere libri "imposti" che altrimenti avremmo snobbato. Ecco, io mi sono ritrovata con questo libro imposto per via del colore della copertina, che ho odiato nel momento stesso in cui l'ho tirato giù dallo scaffale della biblioteca, e che poi, sorpresa sorpresa, ha iniziato a piacermi. 

Trama:
1807: Sharpe, promosso tenente delle giubbe verdi, non riesce a «legare» con i nuovi colleghi ufficiali. Decide quindi di disertare, ma, rimasto senza un soldo, deruba e uccide l’odiato direttore dell’orfanotrofio in cui è cresciuto. Sta per fuggire da Londra quando riceve l’incarico di scortare un certo maggiore Lavisser, che deve raggiungere Copenaghen con una cospicua somma per corrompere il principe ereditario di Danimarca al fine di trasferire in Inghilterra la flotta da guerra danese, su cui ha messo gli occhi la Francia, rimasta senza navi dopo la battaglia di Trafalgar. Gli inglesi, pur di impedire che quella flotta finisca ai francesi, sono pronti, se fallisse la missione di Lavisser, a usare la forza, bombardando Copenaghen. Quando i due sbarcano sulle coste danesi, Sharpe scopre che Lavisser lo vuole morto. Riesce a salvare la pelle, ma è solo. Raggiunta la capitale, chiede aiuto a un mercante, Skovgaard, in realtà a capo di una rete di spionaggio che lavora per gli inglesi. Questi non soltanto non crede a Sharpe, che accusa Lavisser di furto e assassinio, ma lo scambia per un sicario incaricato di uccidere il principe ereditario, e lo rinchiude per consegnarlo allo stesso maggiore. Sharpe, ancora una volta, riesce a fuggire appena in tempo, perché Lavisser arriva prima del previsto con una banda di sicari. Ma, più che Sharpe, è Skovgaard l’uomo che Lavisser intende catturare. Il maggiore, infatti, lavora segretamente per i francesi e, avendo capito che il mercante regge le fila dello spionaggio inglese, intende cavargli di bocca i nomi dei suoi informatori. Letteralmente, perché allo scopo gli strappa due denti. Sharpe lo salva, uccidendo i suoi aguzzini, ma non Lavisser. Intanto la flotta e l’esercito britannici hanno stretto d’assedio Copenaghen. Lavisser è in agguato, ma anche Sharpe...


Il primo motivo per cui ho detestato questo libro è la sinossi. Se mi spiattelli tutto nella quarta di copertina, io so già chi sono i buoni, chi sono i cattivi, dove vanno tutti, e mi spoileri gran parte dell'ambientazione storica, perché dovrei leggere quasi 400 pagine? Mistero.


Il secondo difetto di questo libro sono i capitoli: decisamente troppo lunghi, e divisi in pochi paragrafi. Quindi mi sono ritrovata spesso a dover mettere il segnalibro nel bel mezzo del capitolo, nel bel mezzo dell'azione o del discorso, incuriosita e indispettita nello stesso momento. 

Il terzo difetto, anche se trascurabile, è che ho trovato un po' forzato l'elemento rosa, ovvero l'amore che sboccia tra il protagonista, il tenente Richard Sharpe, e la bella figlia del mercante Skovgaard, Astrid. 

Per il resto questo libro si fa apprezzare sotto tutti gli aspetti. Sulla trama non c'è molto da aggiungere, eccetto il finale, visto che la sinossi è fin troppo dettagliata. Richard Sharpe è un personaggio davvero ben congegnato, con i suoi pregi e i suoi difetti. E' un onorevole e coraggioso soldato, ma ha il debole per i soldi facili. Tiene molto a cuore il suo paese, ma sarebbe pronto a voltare la faccia se l'Inghilterra dimostrasse, come dire, un eccessivo zelo nel portare via la flotta danese bombardando Copenaghen e ferendo i civili, donne e bambini. 

Altro punto a favore del libro è che, sebbene si tratti di un punto intermedio all'interno della saga storica che vede protagonista il tenente Sharpe, non ho risentito della mancata lettura delle avventure precedenti. Lo scrittore cala direttamente nel vivo dell'azione, accennando al passato di Sharpe descritto nei libri precedenti, ma senza appesantire la narrazione. 

La scrittura è scorrevole e piacevole, con l'unica pecca, come dicevo, di capitoli interminabili. I personaggi che fanno da contorno sono ben delineati, le loro storie e i loro background si intersecano bene e creano l'ambientazione perfetta. Non manca anche un certo humour. Vengono tratteggiati anche personaggi storici di spicco, come sir Arthur Wellesley, e il ruolo decisivo che hanno avuto nella guerra contro la Francia. 


Per quanto riguarda il contesto storico, che è la cosa che maggiormente mi attirava, ho trovato la ricostruzione molto interessante. Nemmeno sapevo del ruolo della Danimarca all'interno della guerra tra Francia e Inghilterra durante le conquiste napoleoniche. Interessante anche il riferimento all'Amleto e al castello in cui è ambientata la celebre tragedia di Shakespeare. 

L'ambientazione è molto evocativa, dalle descrizioni dell'insenatura danese che conduce al porto di Copenaghen (confesso che sono andata a guardarmi la cartina geografica del Baltico) alla brutalità della guerra corpo a corpo, dalle tattiche della marina inglese al paesaggio infernale di una città sotto assedio. Non c'è forzatura nelle descrizioni, anche quelle più truculente, e questo livello di azione mi ha emozionato non poco.

Insomma, nonostante la mia ingiustificata antipatia iniziale, ho dovuto ricredermi. E' un romanzo d'ambientazione storica ben scritto, con personaggi che si fanno apprezzare, denso di azione e di strategie belliche, forza bruta e cinismo, con qualche dolce tocco di generosità qua e là. Con questo non intendo dire che correrò a recuperare tutti gli altri romanzi della saga, ma almeno ho fatto pace con i miei pregiudizi sui libri dalla copertina verde. 




domenica 21 luglio 2019

Recensione. "Io uccido" di Giorgio Faletti. Pagine sprecate

Buongiorno lettori, oggi vi parlo di un libro che non avrei mai letto per mia libera scelta, e non mi sarei persa granché. Quando le Ciambelle mi hanno assegnato l'obiettivo per la Challenge "leggi un libro di Giorgio Faletti", ho pensato che era ora di dare una chance a questo autore di cui si è quasi sempre parlato bene. Devo dirvi che secondo me è sopravvalutato, ma procediamo con ordine.

Trama:
Un DJ di radio Monte Carlo riceve, durante la sua trasmissione notturna, una telefonata delirante. Uno sconosciuto rivela di essere un assassino. Il caso viene archiviato come uno scherzo di pessimo gusto. Il giorno dopo un pilota di Formula Uno e la sua compagna vengono trovati orrendamente mutilati. Da questo momento ha inizio una serie di delitti, preceduti ogni volta da una telefonata con un indizio musicale sulla prossima vittima e sottolineati da una scritta tracciata con il sangue che è nello stesso tempo una firma e una provocazione: «io uccido». Per Frank Ottobre, agente dell'FBI in congedo temporaneo, e Nicolas Hulot, commissario della Sureté Publique, inizia la caccia a un fantasma inafferrabile. Di fronte a loro un agghiacciante dato statistico. Non c'è mai stato un serial killer nel Principato di Monaco. Adesso c'è. 







Riguardo alla trama non c'è molto da dire, in fondo segue gli stereotipi del thriller. C'è un folle assassino, con degli evidenti disturbi mentali, che si prende gioco della polizia monegasca lasciando indizi quasi irrisolvibili, a meno che non si sia degli esperti di musica. In questo caso l'esperto di musica è un ragazzino con un handicap, che se all'inizio si rende utile a un certo punto manderà in fumo tutti gli sforzi degli investigatori. Io l'avrei come minimo strozzato, anche perché si dimostra tutt'altro che un ragazzino stupido.

Ma parliamo dell'ambientazione e dei personaggi.

In primo luogo, perché uno scrittore italiano deve ambientare un thriller, peraltro così corposo, non in Italia ma a Montecarlo? Io se leggo un thriller scritto da un italiano mi aspetto un'ambientazione italiana e personaggi italiani, qualcosa in cui riconoscermi e in cui riconoscere le abitudini, i riferimenti sociali, eccetera.


Idem per i personaggi, visto che qui ne abbiamo di diverse provenienze. Passi per la Sureté Publique di Monaco. Ma perché andarci a mettere pure un investigatore americano dell'FBI che per metà ha origini siciliane? Il passato del detective Frank Ottobre mi è sembrato un po' troppo costruito e poco naturale, stessa cosa per quanto riguarda la sua relazione con la sorella di una delle vittime. 

Insomma, sembra il brutto scopiazzamento di thriller americani decisamente meglio congegnati. Un calderone di personaggi e situazioni già visti in millemila episodi di serie tv crime, con la pretesa di entrare a tutti i costi nella mente di OGNI SINGOLO PERSONAGGIO, il che non aggiunge niente alla storia se non pagine in più. 

Poi vogliamo parlare della morte improvvisa a metà libro di uno dei protagonisti? Qual è il senso? Mi è sembrato uno stratagemma in extremis per allungare il brodo di altre 200 pagine. 

In questo libro c'è troppo di tutto: troppe descrizioni, troppe introspezioni, troppo passato, troppe tragedie personali, troppi elementi splatter cinematografici. Un libro che non mi ha lasciato niente, se non la sensazione di tempo sprecato. 


Unica nota positiva, l'ironia che accompagna la descrizione della morte delle vittime. Credo che Faletti (pace all'anima sua) non potesse sfuggire al suo passato da comico, forse sarebbe stato meglio continuare su quel sentiero. Non credo leggerò mai altro di questo scrittore, si è capito, vero?



sabato 20 luglio 2019

Recensione. "Eleanor Oliphant sta benissimo" di Gail Honeyman.

Cari lettori, poche chiacchiere e via con la seconda recensione del giorno che qui i tempi stringono e sono indietro per la Challenge.


Trama:
Mi chiamo Eleanor Oliphant e sto bene, anzi: sto benissimo.
Non bado agli altri. So che spesso mi fissano, sussurrano, girano la testa quando passo. Forse è perché io dico sempre quello che penso. Ma io sorrido. Ho quasi trent’anni e da nove lavoro nello stesso ufficio. In pausa pranzo faccio le parole crociate. Poi torno a casa e mi prendo cura di Polly, la mia piantina: lei ha bisogno di me, e io non ho bisogno di nient’altro. Perché da sola sto bene.
Solo il mercoledì mi inquieta, perché è il giorno in cui arriva la telefonata di mia madre. Mi chiama dalla prigione. Dopo averla sentita, mi accorgo di sfiorare la cicatrice che ho sul volto e ogni cosa mi sembra diversa. Ma non dura molto, perché io non lo permetto.
E se me lo chiedete, infatti, io sto bene. Anzi, benissimo.
O così credevo, fino a oggi.
Perché oggi è successa una cosa nuova. Qualcuno mi ha rivolto un gesto gentile. Il primo della mia vita. E all’improvviso, ho scoperto che il mondo segue delle regole che non conosco. Che gli altri non hanno le mie paure, non cercano a ogni istante di dimenticare il passato. Forse il «tutto» che credevo di avere è precisamente tutto ciò che mi manca. E forse è ora di imparare davvero a stare bene.
Anzi: benissimo.

Miss Oliphant ha trent'anni, e lavora come impiegata contabile in un'agenzia di graphic design da quando ne aveva ventuno. Le sue giornate sono di una piattezza disarmante: otto ore di lavoro senza distrazioni di alcun tipo, un'ora di pausa pranzo a testa china sulle parole crociate del Daily Telegraph ignorando le chiacchiere superficiali dei colleghi, venerdì sera pizza da Tesco e il weekend abbracciata alla bottiglia di Vodka. 

Se qualcuno glielo chiede, Eleanor Oliphant risponde che sta benissimo. Ma mente a se stessa.


Ha modi rigidi e antiquati, e passerebbe inosservata se non fosse per una vistosa cicatrice sulla guancia. Sembra la versione femminile, decisamente meno comica, di Sheldon Cooper. Ma non fermarti all'apparenza come fanno tutti quelli che la incrociano. Le sue ferite più profonde non si vedono.

Ogni mercoledì sera Eleanor riceve la telefonata di sua madre, relegata in un luogo inaccessibile, che scava come una vanga impazzita nelle sue ferite emotive più profonde.

Eleanor attraversa la vita facendo meno rumore possibile, estranea al conformismo e alle convenzioni mondane. Finché, una sera, si prende una sana infatuazione per il cantante figo ed estremamente social di una band locale. Per attirare l'attenzione del belloccio Eleanor si rende conto di doversi adeguare alle consuetudini moderne, e intraprende un cammino alla scoperta di cose che per lei sono rimaste un mistero finora: parrucchiera, estetista, negozi di abiti, cosmetici, Twitter. 

Era così che funzionava, quindi, il successo dell’integrazione sociale? 
Era davvero così semplice? 
Mettiti un po’ di rossetto, vai dalla parrucchiera e alterna gli abiti che indossi? 
Qualcuno dovrebbe scriverci sopra un libro, o almeno un opuscolo esplicativo, 
e trasmettere queste informazioni.
 Avevo ricevuto più attenzione da loro quel giorno 
(attenzione positiva, non malevola, intendo) 
di quanta ne avessi ricevuta negli ultimi anni. 
Sorrisi tra me e me, soddisfatta per avere risolto parte dell’enigma.

L'infatuazione avrà vita breve, ovviamente. Ma nel frattempo Eleanor si troverà affianco qualcuno che è entrato, forse un po' prepotentemente, nella sua vita e le ha dimostrato una sincera e disinteressata gentilezza. Questo collega, pur con i suoi modi un po' rozzi, aprirà una breccia nella riservatezza di Eleanor e la accompagnerà per mano a far luce sulla verità della sua infanzia che la sua mente, devastata da un trauma di proporzioni inimmaginabili, ha rimosso.


Sentivo il calore nel punto in cui si era posata la sua mano: 
era stato solo un momento ma aveva lasciato un'impronta calda, 
quasi come se fosse stata visibile. 
Una mano umana aveva esattamente il peso giusto e la temperatura giusta 
per toccare un'altra persona

Nel romanzo vediamo davvero Eleanor crescere e cambiare, imparare ad accettare l'aiuto degli altri e godere della soddisfazione di essere a propria volta d'aiuto per gli altri. Inizierà a disintossicarsi dalla vodka, a vedere una psicologa, a prendersi cura di un gatto. Insomma uscirà dalla sua crisalide e diventerà più indulgente verso gli altri e soprattutto verso se stessa, verso quelle debolezze che si incarnano nella voce aspra di sua madre il mercoledì sera. 


Gail Honeyman ha creato un'antieroina che in certi momenti fa sorridere per essere così sprovveduta dove noi ci sentiamo dei giganti, e in certi momenti irrita per il suo ostinarsi a essere così "fuori dal mondo". Quando ho sentito parlare di questo libro ho tergiversato un po', per paura di ritrovarmi davanti a una certa crudezza su un tema delicato come la depressione, sul genere di Gillian Flynn. 

Invece devo dire che questa patologia viene analizzata minutamente, ma con estrema delicatezza. Credo che scegliere di narrare dal punto di vista di Eleanor, inoltre, sia stata un'ottima decisione. Con tutta la sua reticenza e le sue difficoltà a relazionarsi, il suo modo di vedere le cose da una prospettiva diversa dal solito mette in ridicolo gran parte delle convenzioni sociali a cui ci sottomettiamo, volenti o nolenti, tutti i giorni.

A volte le persone popolari devono ridere di cose che non trovano molto divertenti, 
devono fare cose cui non tengono particolarmente, 
con gente di cui non apprezzano particolarmente la compagnia. 
Io no. 
Anni prima avevo deciso che se la scelta fosse stata tra fare così o volare in solitaria, 
allora avrei volato in solitaria

E se tutti noi iniziassimo a dire, senza filtri e senza falsa ipocrisia, quello che pensiamo? Saremmo dei folli? O il mondo sarebbe un posto migliore?







domenica 19 maggio 2019

Recensione. "Oltre l'inverno" di Isabel Allende. Il crollo di un mito.

Buongiorno lettori, oggi vi parlo brevemente di un libro che ho corteggiato a lungo ma di cui ho sempre rimandato la lettura per timore di una grande delusione. Avevo ragione. Io ho amato tutti i romanzi di Isabel Allende dei suoi primi trent'anni di carriera, da La casa degli spiriti a Ritratto in Seppia, da Eva Luna a Inès dell'anima mia. Poi, all'improvviso, c'è stato un brusco calo di qualità, prima con Il gioco di Ripper, poi con L'amante giapponese. 
Mi sono detta "Le do un'altra chance, leggo Oltre l'inverno". Che errore madornale, il mio mito è definitivamente crollato. 


Trama:

Lucía, cilena espatriata in Canada negli anni del brutale insediamento di Pinochet, ha una storia segnata da profonde cicatrici: la sparizione del fratello all'inizio del regime, un matrimonio fallito, una battaglia contro il cancro, ma ha anche una figlia indipendente e vitale e molta voglia di lasciarsi alle spalle l'inverno. E quando arriva a Brooklyn per un semestre come visiting professor si predispone con saggezza a godere della vita. Richard è un professore universitario spigoloso e appartato. Anche a lui la vita ha lasciato profonde ferite, inutilmente annegate nell'alcol e ora lenite solo dal ferreo autocontrollo con cui gestisce la sua solitudine; la morte di due figli e il suicidio della moglie l'hanno anestetizzato, ma la scossa che gli darà la fresca e spontanea vitalità di Lucía restituirà un senso alla sua esistenza. La giovanissima Evelyn è dovuta fuggire dal Guatemala dove era diventata l'obiettivo di pericolose gang criminali. Arrivata avventurosamente negli Stati Uniti, trova impiego presso una facoltosa famiglia dagli equilibri particolarmente violenti: un figlio disabile rifiutato dal padre, una madre vittima di abusi da parte del marito e alcolizzata, un padre coinvolto in loschi traffici. Un incidente d'auto e il ritrovamento di un cadavere nel bagagliaio della macchina che saranno costretti a far sparire uniranno i destini dei tre protagonisti per alcuni lunghi giorni in cui si scatena una memorabile tempesta di neve che li terrà sotto assedio.


La vicenda che ha luogo a Brooklyn, il tamponamento, la neve, l'elemento "thriller", sono solo il pretesto narrativo per rivangare nelle memorie dei tre protagonisti, Evelyn, Richard e Lucìa. 
I tre personaggi non potrebbero essere più diversi tra loro, eppure ad accomunarli c'è un passato di disordini sociali, lutti, perdite, migrazione e sofferenze.
Tutti temi cari a Isabel Allende, che nel fiore della sua carriera ha saputo sviscerarli creando una magia narrativa unica nel suo genere. Ho ritrovato anche qui personaggi di un certo spessore emotivo, una narrazione lenta e coinvolgente, la passione e la vitalità che hanno sempre contraddistinto i protagonisti delle sue storie senza mai cadere nel sentimentalismo stucchevole.
Ma, e non sapete quanto mi dispiace dirlo, siamo ben lontani dalla commozione che ho provato leggendo le sue prime opere.
Credo che a rovinare l'atmosfera che è sempre stata bravissima a creare sia l'inserimento dell'elemento noir che, a parer mio, non è proprio nelle sue corde.
In questo romanzo ci sono qua e là scene di grande effetto, sia tra le memorie dei protagonisti sia all'interno della narrazione al presente, ma sono condensate in poche pagine e non emergono abbastanza rispetto allo snodarsi della trama.
I richiami alla situazione sociale e politica americana, alla xenofobia, al traffico illegale che fa da contorno all'immigrazione clandestina, non mi hanno coinvolto, non mi hanno fatto provare empatia con i personaggi; in alcuni punti del libro mi sono sembrati dei vuoti narrativi colmati da informazioni sciorinate alla maniera di un volantino elettorale.
Non so quale demone l'abbia lusingata a farsi trascinare dalla moda dei gialli, ma preferirei che tornasse a raccontare dell'America Latina con quel realismo magico che è il suo marchio di fabbrica.


sabato 20 aprile 2019

Recensione. "Sulla pelle" di Gillian Flynn. Incidere la pelle e scavare nell'anima

Buongiorno lettori, come vedete non sono scomparsa dalla circolazione, è solo che aprile si sta rivelando un mese molto intenso. In questo pigro sabato prefestivo vi parlo di un libro su cui avevo puntato probabilmente più di quanto non meritasse in realtà, ma tenendo conto che si tratta del romanzo d'esordio di Gillian Flynn diciamo che i difetti sono perdonabili. 




Trama:
Due bambine sono state rapite e assassinate. Avevano nove e dieci anni; quando sono state ritrovate, la loro bocca era aperta, come in un estremo gesto di stupore, e l'assassino aveva strappato loro tutti i denti. Spetta alla giovane reporter Camille seguire il caso per conto del giornale per cui lavora. Da quando se n'è andata da casa, otto anni prima, non ha quasi più parlato con i suoi familiari: né con la madre, bella e inavvicinabile come una bambola di porcellana, né con la sorellastra che conosce a malapena, una tredicenne precoce dal fascino misterioso e fatale. Ora, tornata nella dimora vittoriana di famiglia, Camille è perseguitata dai ricordi d'infanzia e da una tragedia che neppure un ricovero in un ospedale psichiatrico le ha permesso di dimenticare. Indagando sugli omicidi insieme al capo della polizia locale e a un agente speciale dell'FBI, Camille inizia a identificarsi sempre di più con le giovani vittime. Perché ha la sensazione di aver già vissuto sulla propria pelle i loro orrori? Incalzata dai suoi demoni, dovrà risolvere il puzzle del suo passato, prima che il ritorno forzato a casa si trasformi in un viaggio a senso unico verso l'inferno.


Camille è fuggita da Wind Gap, il paesino dove è cresciuta, dalla sua atmosfera opprimente e dal rapporto insidioso con una madre che non le ha mai dimostrato affetto. Adesso fa la reporter per un piccolo quotidiano di Chicago, sognando lo scoop che le farà fare il salto di carriera, ha una vita sociale striminzita, nessuna relazione amorosa e tante cicatrici sul corpo, visto che soffre di un intenso disturbo di autolesionismo per cui si incide su ogni lembo di pelle le parole che le risuonano nella testa; ma ha cicatrici anche nell'anima, vittima di un'infanzia segnata dal lutto e dalla solitudine.

Il fatto è, vedete... sono una che si taglia. O, se preferite, 
che si incide, si tagliuzza, si affetta, si pugnala.
Sono un caso molto, molto speciale. Perché ho uno scopo.
La mia pelle, dovete sapere, urla. E' coperta di parole,
come se un intagliatore alle prime armi avesse imparato il mestiere sulla mia carne. 
Sono spesso parole femminili, oppure sono decisamente negative.
Io so solo che in determinati momenti per me è di vitale importanza
vedere quelle lettere impresse sulla carne.
Non soltanto vederle, ma anche sentirle.

Quando il suo capo decide di mandarla proprio lì, a Wind Gap, a investigare e scrivere reportage su due casi di omicidio che hanno per vittime delle bambine innocenti, Camille si arma della sua invalicabile corazza di cinismo e diffidenza per fare i conti con il passato e, soprattutto, con sua madre.

Senonché l'indagine la porta a scoprire i segreti inconfessabili della sua famiglia. Inizia a svelare, a poco a poco, il rapporto malato che sua madre ha intessuto negli anni con Amma, la figlia avuta dall'uomo che ha deciso di sposare dopo la scomparsa del padre naturale di Camille. Ma anche Amma, dal canto suo, giovane e disinibita, ha delle tendenze a dir poco sadiche e si approfitta delle debolezze altrui godendo nel far del male agli altri.


martedì 26 marzo 2019

Recensione. "La mano sinistra di Dio", di Jeff Lindsay. Un thriller agghiacciante come pochi

Cari lettori, rieccomi con la recensione del secondo libro letto negli ultimi giorni, "La mano sinistra di Dio", di Jeff Lindsay, il primo della serie dedicata a Dexter Morgan e che ha ispirato l'omonima serie tv. Libro che decisamente rientra nei parametri delle buone letture e che, per fortuna, scalza il sapore cattivo che mi aveva lasciato il libro precedente.

Trama:

Spaventoso Giano Bifronte, Dexter è il miglior esperto della Scientifica di Miami: nessuno come lui sa ricostruire la dinamica di un omicidio in base alle tracce di sangue sulla scena del delitto. Ma è anche il più astuto e inafferrabile serial killer della Florida. Quando c'è luna piena e nella sua mente giunge il richiamo del Passeggero Oscuro, non può resistere all'impulso assassino. 'Deve' trovare una vittima da sottoporre al suo macabro e spietato rituale. Tuttavia Dexter ha un rigoroso codice etico. Non ucciderebbe mai un innocente, ma non ha nessuna pietà per pedofili e maniaci di ogni genere. È un serial killer di serial killer. Perché questo gli ha insegnato il suo defunto padre adottivo, l'integerrimo poliziotto Harry Morgan, dopo averne intuito la latente vocazione omicida: giustiziare solo chi se lo merita, farsi mano sinistra di Dio. Quando a Miami vengono scoperti alcuni corpi smembrati con la sua stessa tecnica e si scatena la caccia al misterioso emulo, le due anime di Dexter vengono drammaticamente a confrontarsi. Come trovarlo senza a sua volta farsi smascherare dalla sorella, la poliziotta Debbie Morgan, per la quale l'indagine potrebbe essere l'occasione per mettersi in mostra? Come seguirne le tracce senza insospettire la tenace detective LaGuerta della Squadra Omicidi, pronta a tutto pur di fare carriera? Come arrivare alla verità e sopravvivere al confronto con il proprio lato più oscuro e spaventoso? Raccontato in prima persona da un protagonista che rivaleggia, per crudeltà e acutezza, con Hannibal Lecter, "La mano sinistra di Dio" è un thriller tagliente come un bisturi, un inedito viaggio in una mente lucida nella sua follia, un romanzo originalissimo e geniale

Dexter, per chi non avesse imparato a conoscerlo attraverso la serie tv di successo, è l'esperto forense della polizia scientifica di Miami specializzato nell'analisi delle macchie di sangue. Di notte, però, spinto da un misterioso macabro bisogno, che Dexter identifica col nome di Passeggero Oscuro, si trasforma in un serial killer. Non un killer qualunque, il killer dei serial killer: la mano sinistra di Dio, il vendicatore dei bambini e degli emarginati. Si, perché a dispetto della sua evidente sociopatia, Dexter ha un "codice etico", sviluppato quando era ancora solo un ragazzino, quando il suo padre adottivo, poliziotto di mestiere, aveva intuito le naturali inclinazioni di Dexter e gli aveva insegnato a "imparare a controllare la sua diversità e a usarla in modo positivo".


Mi insegnava a stare attento come solo un poliziotto poteva insegnarlo a un assassino.
A scegliere con cura tra coloro che se lo meritavano.
A esserne sicuro al cento per cento. E poi a essere preciso, a non lasciare tracce, 
a evitare qualsiasi coinvolgimento emotivo, perché è così che si commettono gli errori.
Lo stesso rigore si applicava a tutto il resto.
Dividere la mia vita in compartimenti. Socializzare. Imitare la vita.
Ero al di sopra di ogni sospetto, del biasimo e del disprezzo.
Un mostro pulito e ordinato, il ragazzo della porta accanto.


Dopo anni trascorsi come "infiltrato" tra i comuni mortali, Dexter ha perfezionato la sua recita: non si sente un essere umano, lui pensa e agisce come un lucido, glaciale e infallibile strumento di morte. E, nonostante la sua repulsione ai contatti intimi, la sua evidente incapacità di provare emozioni e di leggere tra le righe dei sentimentalismi umani, si è camuffato benissimo: un lavoro rispettabile, una sorella affezionata e persino una fidanzata.
Per restare al di sopra di ogni sospetto, e a dispetto (o in virtù) del suo particolare rapporto col sangue, Dexter è anche particolarmente bravo nel suo lavoro: un sesto senso, se vogliamo, o un profondo legame con i suoi simili, gli permettono di essere una preziosa risorsa per il dipartimento.
Finché Miami non inizia a riempirsi di cadaveri smembrati, le cui parti, incartate in sacchetti della spazzatura, sono lasciate in bella vista a beneficio della polizia. 
Dexter è combattuto: da un lato vorrebbe aiutare sua sorella Deborah a fare il salto di carriera passando da agente della Buoncostume a detective investigativa, ma d'altro canto si ritrova a idolatrare il nuovo serial killer, di cui ovviamente non condivide il fine ultimo (innocenti prostitute) ma ne ammira il metodo pulito e il senso artistico.

Una gamba bianca spuntò dal sacco, bianca 
ed eccezionalmente morta sotto i raggi del sole.
La gamba si interrompeva alla caviglia. Il piede era stato asportato con precisione.
Restava solo una piccola farfalla tatuata, cui mancava un'ala, sparita insieme al piede.
Mi sfuggì un fischio. L'assassino aveva fatto un bel lavoro, quasi chirurgico.
Non avrei saputo fare di meglio. "Molto pulito", commentai.
Ed era vero, non solo per quanto riguardava il taglio.
Non avevo mai visto un pezzo di cadavere così pulito, perfetto,
completamente dissanguato. Uno splendore.



Recensione. "I frutti del vento", di Tracy Chevalier. Grossolano e irritante.

Buongiorno lettori, perdonate la poca costanza di questo mese ma sono reduce da alcune settimane di stravolgimenti professionali. Tuttavia, nonostante i tempi stretti, mi sono ritagliata il tempo per parlarvi dei libri letti negli ultimi giorni. 

Iniziando da quello più spiacevole, "I frutti del vento" di Tracy Chevalier; senza rubarvi troppo tempo, ma dopotutto non posso segnalarvi solo le belle letture, fa parte del mio dovere anche mettervi in guardia dalla mediocrità!


Trama:

Nella prima metà del XIX secolo James e Sadie Goodenough giungono nella Palude Nera dell'Ohio dopo aver abbandonato la fattoria dei Goodenough nel Connecticut. La legge dell'Ohio prevede che un colono possa fare sua la terra se riesce a piantarvi un frutteto di almeno cinquanta alberi. Una sfida irresistibile per James Goodenough che ama gli alberi più di ogni altra cosa, poiché gli alberi durano e tutte le altre creature invece attraversano il mondo e se ne vanno in fretta. In quella terra, dove gli acquitrini si alternano alla selva più fitta, James pianta e cura con dedizione i suoi meli. Un frutteto che diventa la sua ossessione; la prova, ai suoi occhi, che la natura selvaggia della terra, con il suo groviglio di boschi e pantani, si può domare. La malaria si porta via cinque dei dieci figli dei Goodenough, ma James non piange, scava la fossa e li seppellisce. Si fa invece cupo e silenzioso quando deve buttare giù un albero. Finché, un giorno, la natura selvaggia non della terra, ma della moglie di James, Sadie, esplode e segna irrimediabilmente il destino dei Goodenough nella Palude Nera. Romanzo che si iscrive nella tradizione della grande narrativa americana di frontiera, "I frutti del vento" è un'opera in cui Tracy Chevalier penetra nel cuore arido, selvaggio e inaccessibile della natura e degli uomini, là dove crescono i frutti più ambiti e più dolci che sia dato cogliere.


La mia prima obiezione generale è che la trama in quarta di copertina è del tutto fuorviante. Insomma, mi aspettavo un romanzo intenso sulle difficoltà che una famiglia si trova a dover affrontare in un ambiente naturale ostile (e cosa c'è di più ostile di una Palude Nera per un coltivatore di alberi da frutto?) ma in realtà quello che sembrava il fulcro della storia è stato trasformato semplicisticamente dall'autrice in un pretesto per sviscerare un rapporto altamente conflittuale (definirlo conflitto è un eufemismo in questo caso) tra moglie e marito. 

James ama il suo frutteto più della moglie e dei figli, e Sadie, risentita da questo trattamento, si trasforma nella figura allegorica della moglie/madre degenere (vedi: sempre ubriaca, linguaggio oltraggioso, comportamenti depravati). Tre dei figli sopravvissuti alla malaria restano personaggi molto marginali, e i due figli più giovani sono presentati dalla giovinezza alla maturità attraverso connotati ripetitivi, che a lungo andare diventano snervanti.
Il libro procede su più piani temporali: la famiglia Goodenough nella primavera del 1838, mentre cerca di adattarsi al nuovo stile di vita; Robert, il figlio minore, che tra il 1838 e il 1856 viaggia attraverso l'America sempre diretto a ovest, in fuga dalla sua famiglia e con un terribile segreto racchiuso nel cuore; la famiglia Goodenough che nell'autunno del 1838 si disintegra in seguito a un evento raccapricciante; Martha, pochi anni più grande di Robert, che tra il 1844 e il 1856 cerca di mettersi in contatto con il fratellino perduto; il momento sentimentale di Martha e Robert che finalmente nel 1856 riescono a ricongiungersi dopo decenni di solitudine.
Se dovessi analizzare minuziosamente tutte le parti ne verrebbe fuori una lunghissima lista di difetti e punti deboli, ma, visto che all'inizio del post ho promesso uno stroncamento sbrigativo, mi limiterò alle cose che più mi hanno infastidito:

  • il senso del titolo tradotto in italiano, tipo "chi semina vento raccoglie... mele??"
  • il linguaggio grossolano e poco armonioso 
  • la volgarità linguistica e comportamentale di Sadie, che potevo capire se contestualizzata, invece l'ho trovata del tutto fuori luogo: esiste un ampio vocabolario italiano, bene, usiamolo senza scadere nella banalità delle brutte parole
  • dopo qualche capitolo ho pensato che il linguaggio grossolano fosse dovuto alla traduzione/edizione, soprattutto per via di un disgustoso errore grammaticale a pagina 90, terza riga dal basso: "No, quello è un cedro. Qui c'è ne sono molti".
  • romanzo americano di frontiera, ma dove?? Quella della corsa all'oro in California era una porzione di storia che faceva comodo all'autrice in quel momento, ma l'ha ridotta a un cumulo di cliché
  • la doppia ambientazione, con gli indizi concessi a piccole dosi, invece di rappresentare un'attrattiva, nel mio caso ha solo prolungato l'irritazione
  • i personaggi maschili di James e Robert, seppure con tutti gli sproloqui interiori del caso, non sono riusciti a trasmettermi il loro spassionato amore per gli alberi

Ho finito il libro solo per via della Challenge, e perché fino all'ultimo ho sperato che il finale potesse redimere le altre duecento pagine ma così non è stato. Peccato perché, dopo aver letto "La ragazza con l'orecchino di perla", da questa autrice mi aspettavo molto di più.