venerdì 30 dicembre 2016

***The Hunting Word*** - "Gargoyle" di Andrew Davidson

Benritrovati amici lettori! Stasera vi parlo di una piacevolissima scoperta, che ho stanato dalla mia libreria mentre davo la caccia alla parola cuore per la Hunting Word Challenge..
Questo libro fa parte dell'insolito bottino ottenuto durante una sessione di bookcrossing in un bar di periferia del paesino dove abito. Mi ero lasciata catturare molto dalla copertina e dalla trama, e giaceva da tempo dimenticato; quale occasione migliore di una challenge tra blogger per dare una possibilità a libri che attendono con pazienza il proprio turno!



Trama:
Una vita libera da qualunque forma di sentimento o legame, una lucrosa carriera nel mondo della pornografia, un bellissimo corpo votato al piacere: è tutto ciò che l'anonimo protagonista di questo romanzo perde, nell'istante in cui la sua auto si accartoccia tra le fiamme di uno spaventoso incidente. Il giorno in cui si risveglia dal coma, trasformato nel mostruoso ricordo di un essere umano e confinato in un letto d'ospedale, in lui si fa strada la lucida e terribile decisione che da quel momento ogni suo minimo gesto, ogni suo attimo, saranno dedicati a un unico scopo: farla finita.
Un giorno però arriva, del tutto inattesa, una visita. Poco importa che Marianne Engels, ossessiva scultrice di gargoyle di pietra, sia la riottosa ospite dell'adiacente reparto psichiatrico, da cui di tanto in tanto si allontana per vagabondare nei corridoi della clinica. Marianne è l'unica persona che dal giorno dell'incidente gli abbia rivolto la parola e, fatto ancora più affascinante, ha delle storie meravigliose da raccontare, nate forse nei meandri della sua schizofrenia: vicende ambientate nel medioevo tedesco, nel rinascimento italiano, in Giappone, in mille momenti e luoghi diversi, tutte però tenacemente legate da un unico filo: la loro ininterrotta, travolgente, tragica e impossibile storia d'amore. Giorno dopo giorno nella mente del protagonista comincia a insinuarsi il dubbio che, per quanto incredibile possa sembrare, nelle avvincenti farneticazioni di Marianne ci possa essere qualcosa di vero. Ma più forte nel suo cuore si fa strada una nuova sconvolgente certezza: che raccontare una storia può salvare una vita.




Ammetto che all'inizio avevo temuto l'ennesima sviolinata in stile "Io prima di te" (qui la mia intransigente opinione) perché la trama sembra simile. Ma, per mia fortuna, niente a che vedere con quella patacca rosa confetto!
Sorvolando sui primi capitoli, che sembrano davvero estratti pari pari da un'enciclopedia medica conditi da consigli fai-da-te per non crollare psicologicamente in seguito a un devastante incidente col fuoco, non riesco a trovare difetti in questo libro.

Il protagonista, che narra in prima persona e fino alla fine resta anonimo, era un uomo vuoto, solo un involucro, un giocattolo, un corpo bellissimo da usare per dare e darsi piacere, ma senza emozioni, senza legami, senz'anima. Risvegliatosi dal coma si ritrova a dover ricominciare daccapo, a dover accettare il suo nuovo corpo a cui ora mancano dei pezzi, a trovare il coraggio di guardare allo specchio un volto sfigurato, deve reimparare a camminare, a parlare, e per la prima volta deve fare i conti con il resto dell'umanità, deve imparare a creare dei legami. Perché, anche se nelle prime settimane di convalescenza si convince che la soluzione migliore è il suicidio, un incontro gli cambierà la vita.

Marianne si presenta al suo capezzale e gli parla come se lo conoscesse da sempre; gli spiega infatti che non è la prima volta che si incontrano: già nel quattordicesimo secolo, in un monastero tedesco lei aveva curato le sue ferite da ustione e si erano innamorati...
Anche se per brevi periodi Marianne si fa ricoverare nel reparto di psichiatria di quello stesso ospedale, i suoi racconti possiedono la lucidità e la coerenza di un appassionato di storia.. oppure di qualcuno che quelle epoche le ha vissute per davvero. Dove sta la verità? Marianne sostiene di essere al mondo da 700 anni, di essere stata abbandonata davanti al monastero di Engelthal e di avervi passato l'infanzia e l'adolescenza. Fino al momento in cui due mercenari si presentarono ai cancelli del monastero: uno dei due era stato gravemente ferito da frecce incendiarie e il suo compagno chiedeva la carità delle monache perché lo accudissero. Marianne si prodigò oltre il necessario per curarlo e alla fine se ne innamorò, ricambiata. I due amanti fuggirono nottetempo verso il loro destino..

Alla narrazione del protagonista, che racconta la sua guarigione fisica e la sua rinascita psicologica e sociale, iniziano quindi ad alternarsi i racconti di Marianne: non solo la loro storia d'amore cominciata e finita tragicamente nel Medioevo, ma tante altre storie e leggende ambientate in epoche e luoghi lontanissimi tra loro, ma tutte accomunate da un senso di predestinazione dell'amore, una lezione che il protagonista comprenderà appieno solo dopo aver attraversato il suo personale Inferno dantesco, guidato dai personaggi dei racconti evocati da Marianne.

Qualche riflessione... Marianne è un personaggio da cui ho fatto veramente fatica a distaccarmi una volta finito il libro. Una zazzera di riccioli ribelli, un corpo sensuale e armonioso completamente tatuato, il suo bizzarro e maniacale lavoro che consiste nello scolpire gargoyle di pietra (e scolpisce rigorosamente nuda), i suoi rituali propiziatori, la perfetta padronanza di svariate lingue tra cui l'italiano, il giapponese, il tedesco, l'inglese, il gaelico e il latino, la sua abilità di narratrice che svela un confine sottilissimo tra la schizofrenia e una dotta fantasia.. Tutte queste qualità la rendono un personaggio indimenticabile, una Sheherazade moderna e accattivante, mistica e blasfema allo stesso tempo, misteriosa, generosa e follemente innamorata dell'amore.
Del protagonista maschile, che non si nasconde mai dietro l'ipocrisia di voler sembrare migliore di quello che è, ho particolarmente amato la dettagliata crescita spirituale, analizzata da lui stesso sotto tutti i punti di vista, che lo trasforma da un uomo bellissimo senza cuore a un essere esteticamente mostruoso ma radioso d'amore. Tutti i variopinti personaggi che sfilano tra queste pagine mi hanno lasciato un bellissimo ricordo, e ho apprezzato anche la tendenza dell'autore a dilungarsi sugli usi e costumi delle varie epoche, sulle descrizioni dei luoghi, sui cenni storici e leggendari legati alle diverse storie all'interno della trama principale. E devo ammetterlo, sono rimasta colpita tantissimo dalla conoscenza approfondita dell'opera di Dante Alighieri di cui sono intrise tutte le pagine. A tratti potrebbe sembrare un po' prolisso e magari spavaldo nello snocciolare pagine intere di nozioni scientifiche, ma vi assicuro che per me questo dettaglio non ha assolutamente fatto perdere fascino al libro.

Come dicevo all'inizio, è stata una sorpresa piacevolissima e ci tengo particolarmente a divulgare al web la mia soddisfazione per questa lettura e a consigliarla appassionatamente a tutti voi che mi leggete.























domenica 25 dicembre 2016

***La ruota delle letture*** - Obiettivo 5 - "Oliver Twist" di Charles Dickens

Buongiorno cari lettori e buon Natale!! Approfitto della quiete mattutina dopo i bagordi della notte passata per aggiornarvi sull'ultima lettura, e appena in tempo per la scadenza del primo giro della Challenge . Anche se in realtà il libro lo avevo finito qualche giorno fa, ma il mio buon proposito di postare subito la recensione ha catastroficamente coinciso con il corri-corri della chiusura dei conti in azienda e i preparativi della cena della Vigilia. Tant'è che fino a ieri sera ero divorata dall'angoscia di non fare in tempo!! Ma veniamo al libro in questione. L'obiettivo che mi è stato dato era di leggere un libro nel cui titolo vi fosse un nome di persona e ho scelto Oliver Twist che giaceva nella mia libreria da troppo tempo ed era proprio il caso di dargli la sua chance.


    Trama:
Secondo romanzo dello scrittore inglese Charles Dickens (1812-1870), viene pubblicato a puntate - come gran parte dei capolavori della narrativa dell’Ottocento - tra il febbraio 1837 e l’aprile 1839. L’opera, che inaugura il filone del “romanzo sociale”  nella letteratura inglese, racconta l’avventurosa storia di un orfanello, Oliver Twist, che, fuggito dall’orfanotrofio, vive per le strade di Londra cavandosela con piccoli furti e ruberie.





Che per l'obiettivo la scelta sia caduta su questo libro non è assolutamente un caso. Da un po' di tempo mi ero ripromessa di rispolverare i classici che ci hanno sempre propinato come libri per ragazzi ma che fondamentalmente contengono dei messaggi e delle lezioni che da giovane non riesci a cogliere pienamente (il prossimo sulla lista, se coincide con un altro obiettivo, è Alice nel paese delle meraviglie). Infatti da Oliver Twist mi aspettavo una lettura leggera, ma ero probabilmente influenzata dalla versione in cartone animato. Sono rimasta invece tanto tanto piacevolmente sorpresa perché anche questa volta ho trovato un romanzo che ha catturato quella parte di me che resta affascinata dalle storie che hanno quel sentore di sordido, di macabro, e che contengono dei riferimenti evidenti al tipo di società in cui sono ambientati.

Oliver si trova a nascere in un'epoca in cui l'amministrazione pubblica e le istituzioni religiose che gestiscono gli orfanotrofi e le cosiddette "workhouse" non hanno nessun riguardo per i poveri, gli emarginati e gli orfani. Nato da una misteriosa donna che muore appena dopo il parto senza lasciare indicazioni precise su chi sia e da dove venga, Oliver nei primi dieci anni di vita passa da un orfanotrofio a un ospizio per poi essere ceduto come apprendista a un impresario di pompe funebri: in questi anni non fa che patire la fame e subire le angherie e i maltrattamenti di chiunque sia investito da un minimo di autorità. Decide così di fuggire e si reca a piedi fino a Londra, dove cade subito vittima del raggiro di un ragazzino, Dodger, che, con la promessa di cibo e soldi garantiti, lo fa entrare in una banda di malviventi gestita dall'ebreo Fagin. L'ingenuo Oliver non si rende conto del disonesto lavoro che svolge la banda finché non vede il primo furto messo in atto da Dodger e compagni. Iniziano qui le vere e proprie avventure di Oliver, che resta, contro ogni previsione, un bambino dal cuore puro, guidato da sentimenti di carità cristiana, e che preferisce la morte alla prospettiva di diventare un ladro.

Oliver, per una fortuita serie di coincidenze, viene salvato dal suo ignobile destino da un gentiluomo che lo accoglie in casa come un figlio. Ma c'è qualcuno che trama nell'ombra per ricondurre il ragazzino nel covo della banda di Fagin. Ed è proprio quello che succede: non appena Oliver mette il naso fuori casa, una prostituta riesce con una sceneggiata molto melodrammatica a riportarlo sulla strada, e il protagonista viene obbligato a collaborare a un furto in una casa di campagna. Anche qui la Provvidenza però ci mette lo zampino e Oliver viene salvato di nuovo da una signora perbene che lo accoglie in casa, ascolta la sua miserabile storia e decide di aiutarlo: non soltanto troveranno la banda  che lo ha costretto contro la sua volontà a rendersi complice di tante nefandezze, ma gli garantiranno anche un futuro prospero tra personaggi di ceto sociale più elevato...
Mi astengo dall'aggiungere altro perché vi rovinerei il colpo di scena finale, ma posso dire che proprio il finale l'ho trovato un po' stucchevole e fuori tono con tutto il resto del libro.



Qualche riflessione... I personaggi sono meravigliosamente descritti. Ad esempio Fagin, con tutte le connotazioni negative che costituiscono l'archetipo dell'ebreo cattivo (vedi avido, sporco, con le lunghe unghie annerite, sdentato, avvolto in un mantellaccio lercio, dai modi bruschi, burbero..) mi ha tanto impressionato che una notte l'ho addirittura sognato! Ogni esponente di ogni ceto sociale ha le sue bizzarre manie, come il custode parrocchiale, arrampicatore sociale, che decide se corteggiare la direttrice dell'ospizio solo dopo aver minuziosamente contato e soppesato, senza farsi vedere, tutti i cucchiaini d'argento che lei possiede.. Non manca il cinismo nelle descrizioni di tutte queste brutte abitudini, come quando l'autore delinea come "due rispettabili signori" i due malviventi della peggior specie, e la critica alla società contemporanea è velata da un genere di umorismo e di sarcasmo che rendono il tutto ancora più accattivante. I vicoli maleodoranti di Londra, le case arroccate sul molo che sembrano sul punto di crollare, i ponti battuti dalle prostitute, le locande di infima categoria in cui si gioca a cabbage e si beve tutta la notte, è tutto narrato e descritto talmente bene che sembra di trovarcisi dentro.

Ma se tutto ciò che è Cattivo nella storia viene anche descritto come Brutto (fatta eccezione se come me avete il gusto dell'orrido particolarmente acuito), tutti i personaggi appartenenti alla categoria dei Buoni hanno le fattezze e gli atteggiamenti Belli come quelli degli angeli. Questa contrapposizione è secondo me il fulcro del libro e rispecchia l'intento dell'autore di denunciare l'evidente enorme divario tra la borghesia e la povertà della Londra del diciannovesimo secolo. Anche se a tratti questa contrapposizione mi ha lasciata un attimo perplessa perché, almeno per me, diventava indigesto tanto buonismo eroico, mentre preferivo recarmi assieme a Nancy e a Sikes su e giù per i sobborghi della depravazione londinese, io trovo che Oliver Twist sia un eccellente capolavoro di satira e ve lo consiglio assolutamente.









mercoledì 14 dicembre 2016

***La ruota delle letture*** - Obiettivo 11 - "I custodi di Slade House" di David Mitchell

Cari lettori, la CHALLENGE (a lettere cubitali perché merita tutta la mia stima per l'immane sforzo di buona volontà e pazienza che comporta) è partita, ma meno male che mi sono iscritta con un po' di anticipo e da brava bambina ho fatto i compiti e mi sono messa un po' avanti con le letture..
E infatti l'obiettivo capita a pennello con il libro che ho appena finito di leggere, quello vinto col giveaway di anniversario di Fede Stories, "I custodi di Slade House" di David Mitchell.


 Trama:
Voltato l'angolo di una via di Londra, proprio dove occhieggiano le vetrine di un popolare pub inglese, lungo il muro di mattoni che costeggia un vicolo strettissimo, se tutto gira per il verso giusto, troverete l'ingresso di Slade House.
Un perfetto sconosciuto vi accoglierà chiamandovi per nome e vi inviterà a entrare. La vostra prima reazione sarà la fuga.
Ma presto vi accorgerete che allontanarsi è impossibile.
Ogni nove anni, l'ultimo sabato di ottobre, gli abitanti della casa - una sinistra coppia di gemelli – estendono il loro particolare invito a una persona speciale, sola o semplicemente diversa: un adolescente precoce, un poliziotto fresco di divorzio, un timido studente universitario.
Ma che cosa succede, veramente, dentro Slade House?
Per chi lo scopre, è già troppo tardi…





Voi direte, ma che attinenza ha un giardino con questo libro? Ebbene, pazienza che, se non lo avete ancora letto, adesso ci arrivo..
Su questo libro si sono spese parole e parole, anteprime e recensioni spuntate come funghi, pubblicizzato in tutte le salse, tanto che adesso mi sembra superfluo aggiungere qualunque cosa, col timore di sminuirlo o di smontare le aspettative di chi non l'ha ancora letto. Già, perché io mi aspettavo qualcosa di più.

Il romanzo è suddiviso in cinque parti, cinque storie ambientate a nove anni di distanza l'una dall'altra ma legate tra loro dalla singolarità che contraddistingue di volta in volta il protagonista. Ogni ultimo sabato di ottobre, infatti, per una serie di "bizzarre coincidenze", alcune persone, dopo aver incrociato un tizio che fa jogging in tuta arancione e nera, vengono introdotte in una misteriosa casa di Londra..

Girate l'angolo di un anonimo pub, e tra due case quasi addossate l'una all'altra si apre un vicolo strettissimo, Slade Alley, che gira ad angolo acuto verso sinistra e poi subito di nuovo verso destra scomparendo alla vista. Lungo questo vicolo, offerta speciale sioriessiore solo per l'ultimo sabato di ottobre ogni nove anni, noterete una porticina nera di ferro che ieri non c'era e domani non ci sarà più.. E se siete dei disagiati sociali e avete il dono di una mente particolarmente attiva, al semplice tocco del vostro palmo la porticina si aprirà da sola... Magia!

Oltrepassata la porta entrerete in un MAGNIFICO GIARDINO TERRAZZATO (eccolo qui) che altro non è che la splendida cornice di uno specchietto per le allodole. Perché proprio in questo giardino, di volta in volta a seconda della circostanza e del periodo i protagonisti (un bambino che ha perso il padre, un poliziotto alle prese con un divorzio, una studentessa grassottella vittima di bullismo, una ragazza dilaniata dai sensi di colpa, e infine una psichiatra) vedranno iniziare a realizzarsi alcuni dei loro più reconditi desideri. Ma, come dicevo, è solo un trucchetto per attirarvi all'interno della magnificente casa, Slade House, dove due gemelli, maschio e femmina, abili trasformisti e profondi conoscitori dell'arte di manipolare le menti, vi attendono per banchettare con la vostra anima..

Qualche riflessione...
Ho iniziato a trovare entusiasmante questo libro solo dopo il terzo episodio, dove si trascende un attimo il solito copione "entra-facciamo-amicizia/facciamo-sesso/ci-confidiamo-mangio-la-tua-anima" e si intravede il succo della storia che era l'unica cosa che mi interessava e l'episodio finale resta uno scialbo contorno ai limiti dell'onirico con tanto di scontro tra le forze del Bene e le forze del Male.
I dialoghi tra Fratello e Sorella alla fine di ogni episodio mi hanno urtato non poco, li ho trovati ripetitivi e noiosi. Lo stile dell'autore è interessante, originale, poliedrico, ma credo che abbia sprecato il suo talento con questo libro. Avrei preferito che avesse dato più spazio alle sensazioni che ai dialoghi, perché invece la parte descrittiva merita, soprattutto quando si focalizza su quegli inquietanti dettagli famosi della letteratura classica dell'orrore: un pendolo con una frase enigmatica al posto dei numeri, un antico candelabro con delle incisioni antiche, i ritratti delle persone che da Slade House non sono mai uscite vive (con un buco bianco al posto degli occhi, perché OVVIAMENTE gli occhi sono lo specchio dell'anima).. Molto suggestiva è stata anche la faccenda della bolla di realtà bloccata per sempre nell'anno 1934: dal giardino enorme che si apre dietro quella porticina nascosta, che è dove non potrebbe essere perché quella zona era stata bombardata e distrutta, inizia la ricostruzione realistica di tutto ciò che la vittima desidera in quel momento della sua vita, un amico con cui chiacchierare, una donna per ricominciare ad amare, il ragazzo che fino a ieri ti snobbava, o semplicemente le prove che cercavi per non cedere ai rimorsi.. Ma è solo un costrutto ingannevole, e il resto se avete il coraggio dovete scoprirlo da soli.

P.S. Se riuscite a dirmi chi diavolo è il tizio in tuta arancione e nera che fa jogging vi devo un favore!






sabato 3 dicembre 2016

Il mio rapporto di amore e odio con "Lo strano viaggio di un oggetto smarrito"

Ammetto che di questo libro non avevo mai sentito parlare e la mia opinione di questo libro procede a tappe perché c'è stata una relazione breve di amore/odio/amore. Sono rimasta affascinata prima di tutto dal titolo e dalla copertina più che dalla trama, poi le prime pagine mi hanno realmente infastidito al punto che ero lì lì per mollare il libro, poi di punto in bianco si è ribaltata la situazione e alla fin fine mi è piaciuto anche se non ci ho visto quel capolavoro che è stato segnalato da altri blogger.


 Trama:
Il mare è agitato e le bandiere rosse sventolano sulla spiaggia. Il piccolo Michele ha corso a perdifiato per tornare presto a casa dopo la scuola, ma quando apre la porta della sua casa nella piccola stazione di Miniera di Mare, trova sua madre di fronte a una valigia aperta. Fra le mani tiene il diario segreto di Michele, un quaderno rosso con la copertina un po’ ammaccata. Con gli occhi pieni di tristezza la donna chiede a suo figlio di poter tenere quel diario, lo ripone nella valigia, ma promette di restituirlo. Poi, sale sul treno in partenza sulla banchina. 
Sono passati vent’anni da allora. Michele vive ancora nella piccola casa dentro la stazione ferroviaria. Addosso, la divisa di capostazione di suo padre. Negli occhi, una tristezza assoluta, profonda e lontana. Perché sua madre non è mai più tornata. Michele vuole stare solo, con l’unica compagnia degli oggetti smarriti che vengono trovati ogni giorno nell’unico treno che passa da Miniera di Mare. Perché gli oggetti non se ne vanno, mantengono le promesse, non ti abbandonano.
Finché un giorno, sullo stesso treno che aveva portato via sua madre, incastrato tra due sedili, Michele ritrova il suo diario. Non sa come sia possibile, ma Michele sente che è sua madre che l’ha lasciato lì. Per lui.
E c’è solo una persona che può aiutarlo: Elena, una ragazza folle e imprevedibile come la vita, che lo spinge a salire su quel treno e ad andare a cercare la verità. E, forse, anche una cura per il suo cuore smarrito.
Questa è la storia di un ragazzo che ha dimenticato cosa significa essere amati. È la storia di una ragazza che ha fatto un patto della felicità, nonostante il dolore. È la storia di due anime che riescono a colorarsi a vicenda per affrontare la vita senza arrendersi mai.


Primo punto a sfavore è stato l'innamoramento lampo di Elena. Ok, io credo al colpo di fulmine, capiamoci, ci sono cascata anche io e negli ultimi due anni (ancora) non ho rimpianto la mia scelta. Ma nell'incipit ci ho visto una di quelle storielle volutamente cinematografiche, con la mano calcata sull'effetto romanzato di un banale incontro qualunque (l'autore viene dal settore delle fiction, appunto). Anche il personaggio di Michele all'inizio mi ha suscitato non una compassione dai contorni positivi, ma piuttosto una pena acrimoniosa per il suo essere statico, ancorato alle sicurezze dell'abitudinarietà, ai muri eretti intorno alla sua ricercata solitudine fisica ed emotiva, alla presenza rassicurante degli oggetti che hanno smarrito il padrone e anche la loro funzione primaria. Proprio come Michele, che da quando ha perduto sua madre ha perduto anche la sua funzione di essere umano che cresce e fa i conti con la vita, restando fondamentalmente un bambino in un corpo da adulto.
Però una cosa nella parte iniziale del libro mi ha fatto riflettere: come sia possibile al giorno d'oggi poter sopravvivere senza uscire praticamente mai di casa, facendosi persino portare la spesa dal garzone del supermarket. Ci avete fatto caso?
Ho trovato snervante anche la tendenza dell'autore a descrivere minuziosamente ogni azione dei protagonisti come in una sceneggiatura, una cosa che mi fa venire l'orticaria di solito.

Eppoi.. Dopo circa le prime cento pagine qualcosa nello stile della scrittura cambia. Le frasi e i dialoghi diventano più scarni, le sensazioni hanno la meglio sulla mera descrizione dei luoghi degli oggetti e delle azioni, la crescita interiore di Michele sgomita e allora sì che il libro inizia a entusiasmarmi. Prima la signora dai capelli viola con il suo ulivo con il solco dell'unghia, una metafora bellissima sul dolore e sulla vita. Poi i due mascalzoni fuori dal pub, che finalmente danno a Michele una non solo metaforica botta in testa per farlo venire a patti con la vita vera da cui si era sempre nascosto. Poi Erastos, il greco filosofo di vita (sarà una coincidenza?) che gli spiega la via per il raggiungimento del proprio paradiso. E infine Luce, sorella nel dolore, che lo condurrà per mano alla schiusura del suo bozzolo di autodifesa e al raggiungimento di una nuova consapevolezza di sé.

Ma la cosa più bella di questo libro alla fine è proprio Elena, che alle prime pagine non riuscivo a digerire perché mi sembrava appena uscita da uno stupido film per teenager. Elena che ha conosciuto un dolore immenso (la storia di Milù è la cosa che meno mi sarei aspettata all'interno della narrazione) e che ha deciso che l'amore per la vita non è solo un diritto ma anche un dovere per dare un senso all'assenza di qualcun altro. Elena con i suoi colori, che vede i colori degli altri e cerca di capire se si accordano bene con i suoi.

A mio avviso la scena più bella in assoluto, e la dichiarazione d'amore più sincera che potevo aspettarmi, è quella sul treno verso la fine:


"Sei blu. Sei blu come la sabbia.
 Sei rossa come il caffè. 
Sei verde come la neve.
 Sei viola come il miele."
"Michele, mi sa che sei daltonico"
"No. Sei tu che mi cambi i colori alla vita"



Un finale dolcissimo, bella anche la chiusura che spiega l'inaspettato viaggio a ritroso di quel quaderno rosso.. Mi segno il nome dell'autore, che credo possa migliorare di molto lo stile, allontanandosi da quella prosa pragmatica da sceneggiatura e regalarci altre nuove emozioni.





Gdl Librarsi, l'incontro di novembre 2016

Cari lettori, approfittando di questo sabato letargico prima di farmi risucchiare dal vortice pre natalizio, vi voglio raccontare anche dell'ultimo incontro del Gruppo di Lettura Librarsi che gestisco nella biblioteca del mio paese.
Avendo scelto di seguire per questo anno il tema dei 5 continenti, la nostra ultima lettura aveva a che fare con l'Australia. In realtà però, poi, il libro che ha ottenuto più voti di australiano ha solo le origini dell'autore: "Una vita immaginaria" di David Malouf.

Trama:
In una landa desolata ai confini della terra, punteggiata da rocce aguzze e cespugli di assenzio, un vecchio poeta è convinto ormai che la vita non abbia più niente in serbo per lui. E' questo il destino che si attende Ovidio, bandito da Roma per volere di Augusto, costretto a scontare la propria condanna all'esilio. Ma un giorno, durante una battuta di caccia nella foresta, l'inaspettato incontro con un ragazzo cresciuto fra i lupi gli farà ritrovare dentro di sè qualcosa che credeva per sempre relegato "nella regione del silenzio". L'amicizia che i due stringeranno porterà Ovidio a riscoprire la potenza evocatrice di un linguaggio finora sconosciuto che costringerà l'autore delle "Metamorfosi" a compierne lui stesso una.



Devo ammettere che la trama non mi entusiasmava per niente, e che la lettura di questo libro per me è partita molto a rilento, ma sono stata conquistata dopo i primi capitoli dalla vivida descrizione dei panorami e dalle abitudini e dai costumi di vita atavici del popolo descritto. Ovidio, il poeta istrionico, mondano e amante degli eccessi, bandito da Roma per una ragione mai pienamente chiarita, si ritrova a dover ricominciare daccapo in una terra sconosciuta e dal clima impietoso e ostile. Il primo ostacolo, all'apparenza insormontabile per lui, amante delle raffinatezze della lingua latina, quella lingua "perfetta in cui possono essere espressi tutti i concetti, le cui desinenze sono volte a esprimere le più piccole sfumature del pensiero e del sentimento", è proprio reimparare il linguaggio, una lezione che gli farà scoprire che la realtà non si riflette nel linguaggio bensì si costruisce per mezzo del linguaggio.

L'incontro poi con il Ragazzo Selvaggio allevato tra i lupi cambierà definitivamente il suo concetto della vita, costringendolo a riconciliarsi con la natura e a fare i conti con una rinascita spirituale che gli farà abbandonare il rimpianto per le frivolezze della sua Roma Augustea e riconoscere che tutta la sua vita e il suo cammino erano segnati per condurlo fino a lì, in una patria che adesso sente sua, con il ritmo della vita che asseconda le stagioni, i riti propiziatori, le stagioni di caccia, i versi degli animali, la frugalità dei pasti. La sua morte sarà il fondersi nella natura a cui sente ora di appartenere.

Il calore della terra sotto di me, quando mi distendo per la notte, è sorprendente.
E' come il calore di un corpo che avesse assorbito il sole per tutto il giorno
e ore ne restituisse il tepore. E' più soffice e scura di quanto avrei mai potuto credere
e quando ne prendo una manciata e ne annuso gli straordinari odori, 
so che tra questo pugno di terra e il mio corpo
si è improvvisamente aperto, come tra essa e i fili d'erba, un corridoio lungo
cui fluisce il nostro comune essere.
Mi sdraio per dormire e mi meraviglio, nella libertà del sonno,
di non poter mettere radici lungo tutto il corpo e, come entro nel primo sogno,
sento quasi che comincia a succedere, sento ogni mio poro aprirsi a ogni granello di terra,
quando lo scambio inizia.
Quando mi sveglio sono del tutto assorbito dal processo.
Mi fisserò nel fondo della terra, più profondamente di quanto faccia nel sonno.
Noi siamo contigui con la terra in tutte le particelle
del nostro essere fisico, come nel nostro respiro 
siamo contigui con il cielo.
Tra i nostri corpi e il mondo c'è unità e scambio.

Come già saprete, inoltre, l'elemento che caratterizza i nostri incontri del GdL è il cibo che associamo alle letture. Questa volta non mi sono ispirata all'Australia, ahimé, ma ho optato per una tavola imbandita su cui spiluccare cibi tipici dell'età imperiale romana. 



Uva bianca e uva nera, fichi secchi, datteri, noci, melograno, paté di radicchio, crema alla zucca, pane ai semi di girasole, tomino piccante, pecorino morbido, miele, e olive, tutto condito con un ottimo  vino fragolino..
Se l'idea vi stuzzica vi invito a seguire la pagina facebook "Gruppo di lettura Librarsi", il prossimo aggiornamento a fine gennaio, perché a dicembre il GdL è a riposo.
Buone letture a tutti.



Elen@, il personaggio controverso de "La schiava di Granada"

Buongiorno colleghi lettori, oggi vi racconto di un libro che mi ha appassionato particolarmente per diversi motivi. Tanto per cominciare per l'ambientazione e il periodo storico, ovvero la Spagna al periodo dell'Inquisizione, un'ambientazione che avevo già amato molto leggendo Falcones; la storia che viene narrata d'altronde è a dir poco inusuale, soprattutto se si tiene conto del fatto che è ispirata a un personaggio realmente esistito e che scatenò all'epoca un acceso dibattito sulla sessualità: qui trovate le notizie verificate sull'esistenza di questo personaggio, che sebbene scritte in spagnolo mi sembrano piuttosto comprensibili.

 Trama:
Spagna, 1587. Nella sua lunga carriera d'inquisitore, Lope de Mendoza ha condannato peccatori di ogni genere, eppure mai aveva affrontato un simile enigma: chi è la persona che ha davanti? Chi è in realtà Céspedes? Secondo alcuni, il suo nome è Elena ed è la figlia illegittima di una schiava nera. Dopo un'infanzia segnata dalla povertà e dalla violenza, è stata costretta a sposare un uomo brutale da cui ha avuto un figlio. Quindi ha deciso di abbandonare la famiglia e ha cominciato a peregrinare di città in città, trovando lavoro come sarta o domestica. Ma, d'un tratto, di lei si sono perse le tracce... Secondo altri, il suo nome è Eleno ed è un uomo affascinante e dal passato oscuro. Distintosi durante la rivolta delle Alpujarras, l'ultimo atto della conquista cattolica del regno di Granada, ha vissuto a Madrid, è stato apprendista di un cerusico, ha esercitato la professione di chirurgo ambulante e ha conosciuto Maria del Cano, che poi è diventata sua moglie. Ed è proprio a causa di Maria che è stato imprigionato dalla Santa Inquisizione... Chi è dunque Céspedes? Basato su una storia realmente accaduta e ambientato in una Spagna dilaniata dalle guerre di religione, questo romanzo ripercorre le incredibili vicende di un individuo che ha sfidato una società ostile e bigotta pur di affermare il proprio diritto alla felicità.


Il libro si apre sull'incartamento che Don Lope de Mendoza, giudice dell'Inquisizione, si trova sulla scrivania un mattino di luglio del 1587, in cui si accusa di ermafroditismo, nonché sprezzo del matrimonio, sodomia, bigamia e varie altre cose tal Elen@ de Cespedes: l'imputato sembra essere sia maschio che femmina, ma fino a che punto la Chiesa può permettersi di suffragare un'ipotesi simile?


"Creò Dio Adam (cioè l'uomo) in sua forma;
 in forma di Dio creò esso, maschio e femmina. 
Il primo uomo, e ogni altro uomo di quanti ne vedi,
 è fatto, come dice la Scrittura, a immagine e similitudine di Dio,
 maschio e femmina". 
- Leòn Hebreo, Dialoghi D'amore - 

 D'altronde la letteratura scientifica dagli albori ha sostenuto per bocca di diversi emeriti studiosi la possibilità che in natura sussista la possibilità di essere maschio e femmina contemporaneamente, dalla Naturalis Historia di Plinio, al De humanis corporis fabrica di Vesalio, al De re anatomica di Realdo Colombo..

Il romanzo sembra vagamente un resoconto giudiziario degli eventi che condurranno infine il/la protagonista a essere denunciato, al punto che nei primi capitoli sono rimasta un po' delusa dal tono sbrigativo con cui venivano liquidati alcuni avvenimenti della prima infanzia di Elena. In realtà però questa sembianza confusionaria dell'incipit è necessaria per non confondere ulteriormente il lettore, dal momento che la parte più succosa è quella che riguarda il processo vero e proprio, e tutto ciò che è successo prima serve solo a dare al lettore un'infarinatura sui sentimenti contraddittori che fanno struggere l'imputato nella sua cella.

Elena, o Eleno, ha avuto una vita piena, vagabonda ma intensa. Insofferente all'interno di un involucro di carne e pelle che non sente proprio, non si rassegna a una vita da schiava e moglie e non mette radici da nessuna parte. Si scopre abile sarta, oltre che domestica, e parte in cerca del suo destino e del suo posto nel mondo. Scopre la propria sessualità risvegliarsi al contatto con bellissime donne, e vince il rimorso di andare contro natura facendosi passare definitivamente per uomo, arruolandosi nell'esercito che combatterà i moriscos nelle Alpujarras e imparando il mestiere di chirurgo, finché finalmente non conoscerà l'amore e sposerà Maria del Cano.. Ma nel suo cammino ha incrociato qualcuno che ha scovato nel suo sguardo e nelle sue movenze qualcosa di poco chiaro e che ha deciso di far ricorso al tribunale più temibile in assoluto per fare giustizia.. Grazie alla sua abilità di chirurgo Elen@ riuscirà incredibilmente a superare una miriade di ostacoli ma il braccio dell'Inquisizione è potente e allunga i suoi artigli ovunque..

Non vi anticipo nulla sul finale, ma vi invito a leggere questo libro sensualissimo e coinvolgente, che aiuta molto anche a riflettere sulla libertà dell'uomo di cercare la propria felicità e crearsi il proprio destino.

Non ti ho dato, o Adamo,
né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua,
perché tutto secondo il tuo desiderio
e il tuo consiglio ottenga e conservi.
La natura limitata degli altri è contenuta
entro le leggi da me prescritte.
Tu te la determinerai senza essere costretto
da nessuna barriera, secondo il tuo arbitrio,
alla cui potestà ti consegnai.
Non ti ho fatto celeste né terreno, né mortale né immortale,
perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice
ti plasmassi e ti scolpissi
nella forma che avresti prescelto.

 - Giovanni Pico della Mirandola , Discorso sulla dignità dell'uomo - 









sabato 19 novembre 2016

Stasera bis: "Le luci nelle case degli altri"

Già che sono in ballo, stasera balliamo. Dopo giorni di angoscia e pena per la sorte del mio portatile che si è beccato un virus (pure lui, poverino!) ho appena postato la mia opinione, salvata nelle bozze qualche giorno fa, sul penultimo libro letto, e approfittando del computer in prestito, mi accingo a parlarvi dell'altro libro che ho appena terminato di leggere.

Piccola premessa sull'autrice: avevo letto finora solo "Avrò cura di te" scritto in collaborazione con Massimo Gramellini, che non avevo particolarmente apprezzato, quindi ero un po' restìa nonostante il fatto che la trama di "Le luci nelle case degli altri" mi incuriosiva.



Trama:
Mandorla è la bambina felice di una ragazza madre piena di fantasia. Maria, la mamma, lavora come amministratrice d'immobili e ha lo speciale dono di trasformare ogni riunione condominiale in toccanti sedute di terapia di gruppo... Quando un tristissimo giorno Maria muore cadendo dal motorino, i condomini di via Grotta Perfetta 315, quelli che più le volevano bene, scoprono da una lettera che proprio nel loro stabile la piccola Mandorla è stata concepita... ma su chi sia il padre, la lettera tace. Proprio perché con tutti Maria sapeva instaurare un legame intenso, nessun uomo tra i condomini si sente sollevato agli occhi degli altri dal sospetto di essere il padre di Mandorla. È così che verrà presa la decisione di non fare il test del DNA su Mandorla, e stabiliscono di crescere la bambina tutti assieme. È questo il fatale presupposto di una commedia umana che, con l'alibi del paradosso, in realtà ci chiama in causa tutti. E mentre, di piano in piano, Mandorla cresce, s'innamora, cerca suo padre e se stessa, ci si avventura con lei verso rivelazioni luminose e rivelazioni scomode, si assiste a nuove unioni e a separazioni necessarie.





Non so dirvi perché ma le storie che coinvolgono condomini, famiglie con storie diverse ma indissolubilmente legate dalla vicinanza coatta, e portinai hanno su di me un certo ascendente. Mi vengono in mente ad esempio "L'eleganza del riccio" e "Il giorno prima della felicità", che hanno in comune con quest'altro della Gamberale un linguaggio fluido e scorrevole che nasconde dietro ad avvenimenti a prima vista banali una sottile e imprevedibile filosofia di vita e tanto umorismo.


Vorrei... Che nei momenti di disperazione non ti viene in mente di invidiare
la felicità degli altri, le fortune, i successi degli altri,
le certezze, i risultati, le luci nelle case degli altri:
dappertutto c'è del bene, dappertutto c'è del male.

La storia si snoda attraverso cinque capitoli, che sono gli altrettanti piani fra i quali Mandorla, figlia dell'amministratrice rimasta orfana, è costretta a fare la spola perché ci sia sempre qualcuno a prendersi cura di lei. E' proprio Mandorla a raccontarsi e a raccontare, dalla cella della prigione dove è finita per aver creduto ingenuamente di potersi fidare del suo Primo Amore Possibile, che invece si è rivelato essere solo un infimo delinquentello di strada. E racconta di Tina, zitella con tanto amore da dare agli altri quanto quello che non ha ricevuto dalla sua famiglia, che di notte si mette il vestito buono per chiacchierare amabilmente con le persone della sua fantasia. Racconta della relazione precaria tra Samuele, regista dilettante e sognatore convinto di poter cambiare il mondo con il suo lavoro, e Caterina, avvocato con i piedi ben piantati a terra. Racconta dell'amore omosessuale tra Paolo e Michelangelo, che mentre cercano di abbattere le barriere per i diritti dei gay alzano barriere di incomprensione tra di loro, che sfociano nell'apatia per uno e in rabbia per l'altro. Racconta di Lidia e Lorenzo, a prima vista la relazione più disequilibrata eppure quella che si rivela la più stabile, in cui non ci si raccontano bugie, non si fanno promesse, non ci sono garanzie, si dà e si riceve, si litiga si urla e si fa l'amore. Racconta dei Barilla, la famiglia perfetta, anche se l'Ingegnere tradisce la moglie, anche se la moglie incassa e resta in silenzio, bloccata in un circolo vizioso di indulgenza e masochismo psicologico, anche se Giulia è una gothic punk che va a letto con uomini sposati, anche se Matteo è segretamente innamorato di quella che un giorno potrebbe rivelarsi essere sua sorella..
E Mandorla racconta di sé, una specie di pozzo in cui ognuna di queste persone versa un po' della propria conoscenza e un po' delle proprie paranoie, e Mandorla non può che prendere tutto per buono, perché TUTTI sono la sua famiglia e non vuole deluderli. Così, con le ballerine abbinate ai pantaloni militari, agli orecchini di corallo e alla giacca di panno blu, cerca a tentoni di crearsi un suo posto nel mondo, ma sentendosi sempre inadatta: inadatta con i grandi e inadatta con gli altri della sua età. In un susseguirsi di domande senza risposta, dubbi esistenziali, amori disattesi, amicizie appena sbocciate e già deludenti, il lettore segue la crescita di Mandorla fino all'adolescenza e alla svolta decisiva che la porterà a confrontarsi una volta per tutte con la Verità. Che è esattamente quella che il lettore proprio non si aspettava.





"Ritorno a Riverton Manor", la mia passione per la Morton aumenta

Ben ritrovati lettori! La mia devozione al blog ultimamente è un po' altalenante, ma mi perdonerete perché ho in serbo qualche sorpresa da qui a Natale.
Stasera vi parlo di un libro che ho adorato di una scrittrice che, nonostante sia sulla cresta dell'onda già da anni, io ho scoperto per caso solo di recente, ma questa non è assolutamente una novità perché saprete che per principio evito di affidare la scelta delle mie letture alla pubblicità in grande stile e all'acclamazione generale di critica e lettori di questo o quel libro. Anzi, per dispetto faccio proprio l'opposto. :D
Ho scoperto Kate Morton grazie al blog della Libridinosa, qualche settimana fa ho letto "Il giardino dei segreti" (qui la mia opinione) e ne sono rimasta entusiasta. Poi a metà ottobre Baba Bookswife ha proposto un Gruppo di lettura tra blogger per "Ritorno a Riverton Manor" ed io ero troppo curiosa per non leggerlo!
Peccato che ognuno abbia i suoi tempi di lettura e io proprio non ce l'ho fatta a rispettare le scadenze, mi sono lasciata prendere la mano e non ho mollato il libro finché non l'ho terminato.. Lo so, lo so, che nei GDL non funziona così ma che ci volete fare, io ci provo gusto ad andare controcorrente. Ma veniamo al dunque..



                                   Trama:
Riverton Manor, Inghilterra 1924. È la festa di inaugurazione della sontuosa dimora degli Hartford, e il fragore di uno sparo si confonde con i botti dei fuochi d'artificio che illuminano il cielo. Il poeta Robert Hunter giace senza vita nei pressi del laghetto della tenuta, con la pistola ancora fumante in mano. È suicidio? Di sicuro è uno scandalo che scuote fin dalle fondamenta l'aristocratica casata, perché le uniche testimoni del fatto sono le sorelle Hannah ed Emmeline Hartford. Che da allora non si parleranno mai più. Inverno 1999. Sono passati più di settant'anni da quella notte, e la quasi centenaria Grace Bradley, nella casa di riposo in cui trascorre i suoi ultimi giorni, è convinta di essersi lasciata per sempre alle spalle i fantasmi del passato e i tristi ricordi. Ma una giovane regista americana, che vuole realizzare un film sulle sorelle Hartford e su quel misterioso suicidio, chiede la sua consulenza. Grace, infatti, oltre che testimone di tempi ormai remoti, è stata anche direttamente coinvolta nella vita della famiglia: cameriera personale di Hannah, fin da bambina aveva servito come domestica a Riverton Manor. Dapprima riluttante, accetta poi di collaborare e comincia a rievocare le vicende dei giovani Hartford, destinati a un'esistenza tanto fulgida quanto breve: il promettente David, partito giovanissimo per il fronte e mai più tornato; la sensuale e intelligente Hannah; la gaia e capricciosa Emmeline; e soprattutto l'enigmatico Robert Hunter, del quale entrambe le sorelle erano innamorate...



Fan-ta-sti-co! Questo libro ha il sapore dei grandi classici britannici, e non è un caso visto che l'autrice è laureata ed ha insegnato letteratura inglese. Come ho notato già nell'altro suo libro che ho letto, possiede la grande maestria di passare attraverso diversi piani spaziotemporali, a volte all'interno dello stesso paragrafo o addirittura nella stessa frase, senza far perdere al lettore il senso della sequenzialità degli avvenimenti, e questa è una dote che ammiro moltissimo. Per non parlare della capacità descrittiva dei luoghi, delle consuetudini, degli oggetti, dei vestiti, delle sensazioni.. Ho trovato dei personaggi ben delineati, ognuno con la sua storia e la sua crescita personale nel corso degli anni. L'unica nota negativa nel complesso è che il segreto che per tutto il romanzo aleggia sulla vita di Grace e che viene svelato solo verso la fine, era in realtà prevedibile, anzi mi azzardo a dire che come qualsiasi altro lettore navigato avevo intuito l'identità del padre assente già nei primi capitoli.

Bello il finale, ho apprezzato il colpo di scena, tanto agognato perché già dalle prime righe, attraverso i suoi ricordi, Grace dà a intendere che le cose non erano andate esattamente come avevano raccontato i giornali dell'epoca.. Ma non mi aspettavo un ribaltamento di ruoli e di scelte così decisivo, soprattutto perché il finale è legato a doppio filo col dettaglio, che sembra superfluo, del mutuo patto di segretezza tra Grace e Hanna riguardo alle lezioni di stenografia.

Mi sono soffermata alla fine a leggere la Nota dell'Autrice e ho tirato giù alcuni titoli che mi incuriosiscono molto tra quelli che hanno influenzato il suo stile di scrittura, e ve li cito di seguito: "Il mistero della Chatham School" di Thomas H. Cook, "Possessione - Una storia romantica" di A.S. Byatt, "The blind assassin" di Margaret Atwood, "Occhi nel buio" di Barbara Vine.



domenica 13 novembre 2016

Il rocambolesco viaggio con la zia più eccentrica del mondo, Mame

Buonasera cari lettori! Sono rimasta un po' indietro con l'aggiornamento del blog rispetto alla velocità con cui procedono le mie letture, ma il ritardo è causato semplicemente dall'entusiasmo da cui mi lascio prendere quando inizio i miei progetti di riciclo creativo, che mi prendono ore e ore, una serata dietro l'altra, senza che quasi io neanche me ne accorga. Ma eccomi qui, e tra oggi e domani conto di rimettermi in pari con le letture dell'ultima settimana.


                                    Trama:
Partendo per l'Oriente col piccolo Michael, Mame aveva promesso di tornare in tempo per la riapertura delle scuole, e qualcuno aveva fatto finta di crederle. Ma sono passati due anni e mezzo, e della strana coppia non si hanno notizie, a parte qualche salutino entusiastico sul retro di una cartolina, regolarmente inviata dai luoghi più incantevoli (o improbabili) del pianeta. Pegeen è fuori di sé, ma Patrick le dice di non preoccuparsi: zia Mame gira il mondo meglio di chiunque altro, ha solo il vezzo di non imporsi una data per il rientro. Tu come lo sai, gli chiede Pegeen. Perché ho viaggiato con lei, prima della guerra. Ah. Questo Patrick lo aveva taciuto, ma adesso, per tranquillizzare Pegeen, lo racconta – certo, con qualche omissione. Del resto, rivelare come zia Mame abbia semidistrutto le Folies Bergère, sia rimasta invischiata nei preparativi per un colpo di Stato nazista in Austria o abbia sconvolto la routine di una ricca comunità di espatriati tra le montagne del Libano, be’, rivelare tutto questo non è l’ideale per placare una madre in ansia. Ma il lettore non sarà all’oscuro di nulla, e – via via che le rotte di Mame e Patrick coprono metà del globo, e le etichette si accumulano sulle valigie – non potrà che ridere, ridere, ridere. E al tempo stesso scoprire di quante lunghezze Mame riesca a staccare, col suo celebre motto, il presidente Mao: perché sì, la rivoluzione – delle teste, delle abitudini, dei conformismi – può essere adesso; e sì, può, anzi deve, essere un pranzo di gala.




Dunque, "Zia Mame", che io ho letto già ben due volte in occasioni diverse a distanza di anni l'una dall'altra, mi aveva divertito fino alle lacrime. Ho tardato un po' a venire a sapere dell'esistenza di un seguito e non ci ho pensato due volte a prenderlo quando mi è capitato per caso tra le mani.
La storia di "Intorno al mondo con zia Mame" inizia lì dove finisce il primo libro: Mame è riuscita a strappare a Patrick e Pegeen l'autorizzazione a portare con sé il piccolo Michael per un viaggio turistico e istruttivo in India.. Ma dopo due anni e mezzo ancora non sono tornati e il libro si apre con le ovvie preoccupazioni di due genitori in apprensione perché non ricevono notizie da mesi da Mame.
In realtà però il preambolo è lo spunto che permette a Patrick di rievocare, senza in realtà raccontare quasi nulla a sua moglie, il suo viaggio in giro per il mondo con zia Mame. La vicenda si inserisce nell'estate del 1937, quando Pat aveva appena terminato i suoi studi superiori al St Boniface sotto l'occhio vigile di Mr Babcock e si apprestava a iniziare il college.
Tra Parigi, Londra, i Pirenei, Venezia, il Tirolo, la Georgia, il Cairo, Beirut, e uno scassone di nave greca, si snodano le rocambolesche avventure di Mame e Patrick, perennemente circondati da uno stuolo di personaggi uno più assurdo ed eccentrico dell'altro.

Provate a immaginarla se vi riesce: spumeggiante come Mary Poppins ma con un Sidecar al posto dello zucchero, con pose da diva in boa di struzzo e manicotti, mastica francesismi una parola ogni tre, raffinata festaiola, spendacciona e teatrale, civettuola quando chiama chiunque tesoro.. Eppure non è la frivolezza la nota che la contraddistingue: ironica, astuta, colta, si intende di storia, psicologia, filologia, attenta alla politica e alle buone maniere, maestra del travestimento, ma soprattutto piena di risorse, coraggiosa, leale, e armata di un instancabile ottimismo nonostante le più variegate peripezie che le toccano in sorte e i più svariati manigoldi che credono di potersi approfittare della sua bontà d'animo.

Regina del palco alle Folies Bérgères della Ville Lumière, cerca poi di farsi ammettere alla corte di Re Giorgio VI salvo poi fuggire sotto la pioggia. Ripara sui Pirenei con lo spasimante di turno, per poi perderlo tentando di salvare l'onore e il patrimonio dell'amica Vera Charles. Incappa quindi a Venezia in uno scomodo parente del marito deceduto che la corteggia senza successo, e fugge in Tirolo per finire tra le braccia di un complottista affiliato al nazismo. Reduce dalle delusioni di un occidente reso cieco dal consumismo, si dà alla vita della comune in una landa sperduta della Georgia dove scopre che il comunismo non fa per lei. Una cavalcata a dorso di cammello in Egitto, e la ritroviamo a Beirut intenta a coronare il sogno d'amore dei Romeo e Giulietta dei giorni nostri, dopodiché si arrenderà all'impazienza di Patrick "amorino mio!" che vuole tornare in America, senza sapere che sulla nave che dovrebbe ricondurli a casa attraverso l'Oceano Pacifico dovrà difendersi dall'ennesimo truffatore senza scrupoli.

Per fortuna, col fascino e il carisma di sempre, a cui nessuno pare essere immune, Mame riuscirà ancora una volta a ribaltare la situazione a suo favore. E ad ogni travagliata sequela di inverosimili avventure la amerete ancora di più, oh, se la amerete, così tanto che alla fine rimpiangerete che il viaggio sia finito, dopo aver riso di cuore per trecentocinquanta pagine.




venerdì 4 novembre 2016

Paura e delirio a Londra, "La casa dei fantasmi" e "La ragazza del treno"

Buonasera lettori! Stasera vi parlo di due thriller ambientati in Inghilterra che mi hanno tenuta incollata alle pagine, uno dietro l'altro, "La casa dei fantasmi" di John Boyne e "La ragazza del treno" di Paula Hawkins.

Trama:
La vita cambia all’improvviso per Eliza Caine. Un’infreddatura le porta via il padre che, a dispetto di una brutta tosse, ha voluto ad ogni costo assistere a una lettura pubblica di Charles Dickens in una sera di pioggia londinese. Disperata, Eliza risponde d’impulso a un annuncio misterioso che la conduce a Gaudlin Hall, dove diventa l’istitutrice di Isabella ed Eustace, due bambini deliziosi ma elusivi. Nella grande casa sembra che non ci siano adulti, i genitori dei piccoli Westerley sono di fatto assenti in seguito al terribile epilogo di una storia di abusi, ossessioni e gelosie. Ma contrariamente a quel che sembra, non è il silenzio a regnare: in quelle stanze vuote spadroneggia un’entità feroce e spietata, decisa a imporsi sulla donna per impedirle di occuparsi dei bambini.


Per una volta ho sorvolato sulla copertina e il titolo che non mi ispiravano niente di promettente, e sulla trama in quarta di copertina, che sembrava ricalcare il tipico cliché dell'istitutrice che racconta in prima persona le sue disavventure in una casa infestata dai fantasmi. E invece ho trovato l'introduzione molto accattivante, con Sir Dickens in persona che legge un racconto dell'orrore in una sala pubblica, per non parlare dello stile descrittivo dell'autore che sembra catapultarti direttamente tra le strade umide e sporche di Londra, con la nebbia che aleggia e sembra nascondere chissà quali misteri. Contrariamente ad altre ghost stories simili a questa, il passato della protagonista e le circostanze che la conducono alla scelta di andare incontro a un destino incerto e tremendo sono tratteggiate con dovizia di particolari, suscitano emozioni intense con cui si entra subito in sintonia, e sono utili ai fini della narrazione.
I segnali di una presenza ostile non visibile agli occhi cominciano molto presto, in un crescendo di orrore, in cui le rivelazioni della vera natura dell'entità che infesta la casa sono dosate con maestria attraverso le testimonianze a volte contraddittorie delle persone coinvolte. Ho trovato molto nelle mie corde anche l'evidente contrapposizione tra il sudiciume e lo squallore di una Londra che si sta industrializzando e la genuinità dell'aria della campagna.
L'ispirazione al classico del gotico Il giro di vite e, mi vien da dire, all'umorismo noir de L'Abbazia di Northanger, mi è parsa piuttosto evidente, eppure Boyne ha uno stile tutto suo che riesce a rendere perfettamente inquietante tutta la faccenda, e soprattutto i bambini Isabella ed Eustace. Miss Caine si rivela essere una giovane donna coraggiosa e intraprendente, affezionatissima ai bambini e innamorata del proprio lavoro che sente come una missione di vitale importanza. Il finale era abbastanza prevedibile ma le ultime righe mi hanno davvero mozzato il fiato per la sorpresa.




Trama:
La vita di Rachel non è di quelle che vorresti spiare. Vive sola, non ha amici, e ogni mattina prende lo stesso treno, che la porta dalla periferia di Londra al suo grigio lavoro in città. Quel viaggio sempre uguale è il momento preferito della sua giornata. Seduta accanto al finestrino, può osservare, non vista,  le case e le strade che scorrono fuori e, quando il treno si ferma puntualmente a uno stop, può spiare una coppia, un uomo e una donna senza nome che ogni mattina fanno colazione in veranda. Un appuntamento cui Rachel, nella sua solitudine, si è affezionata. Li osserva, immagina le loro vite, ha perfino dato loro un nome: per lei, sono  Jess e Jason, la coppia perfetta dalla vita perfetta. Non come la sua.
Ma una mattina Rachel, su quella veranda, vede qualcosa che non dovrebbe vedere. E da quel momento per lei cambia tutto. La rassicurante invenzione di Jess e Jason si sgretola, e la sua stessa vita diventerà inestricabilmente legata a quella della coppia. Ma che cos’ha visto davvero Rachel?




Alla fine è arrivato anche per me il momento di confrontarmi con questa lettura, vista l'imminente uscita della trasposizione cinematografica. Ho corteggiato a lungo e a distanza questo romanzo prima di trovare il coraggio di affrontare un'eventuale delusione dopo tutto il bene che se n'è detto. Per fortuna l'ho trovato superlativo al punto che facevo fatica a staccarmi dalle pagine e per tre giorni mi sono portata appresso l'angoscia della curiosità divorante. L'aspetto più bello di questo libro è che è un thiller a tutti gli effetti ma da un'angolazione insolita. Altro che detective, qui a "condurre le indagini" è un'alcolizzata con serie turbe psichiche, che deve scavare dentro a ricordi annebbiati dai fumi dell'alcol (qui gli effluvi della fetida Lodra c'entrano poco) per arrivare alla sconcertante verità. Una protagonista che a tratti si fa odiare e a tratti suscita compassione ma per la quale ti ritrovi a fare il tifo perché in fondo è una donna comune con sogni e debolezze che ce la mette tutta per migliorarsi e superare i suoi traumi.
Il preambolo è inusuale, ma non inverosimile. Chi di noi non ha almeno una volta sbirciato in casa di qualcun altro per semplice curiosità? Certo, qui si raggiunge la soglia della maniacalità, ma stiamo parlando di una donna problematica che sfoga le sue carenze sentimentali immaginando la "vita perfetta" di due sconosciuti.
La narrazione a più voci e su diversi piani temporali è ben architettata e non scombussola il lettore. Ho trovato molto interessante l'introspezione psicologica delle tre donne coinvolte e ho apprezzato tantissimo il legame che si crea alla fine tra Rachel e Anna, a testimonianza che il destino condiviso di due donne maltrattate può far superare qualsiasi rivalità precedente.
Non mancano i colpi di scena, come qualsiasi thriller di tutto rispetto, ma quello finale che schiude il mistero al lettore mi ha sbalordito. Adesso sono solo curiosissima di scoprire se il flm rende il giusto tributo a questo libro stupendo.




sabato 29 ottobre 2016

L'odissea d'amore di "Marina Bellezza"

Dopo Hemingway e il safari di caccia, avevo assolutamente bisogno di leggere qualcosa un po' più nelle mie corde e quindi sono andata a colpo sicuro con un'autrice di cui avevo veramente adorato la prima opera, "Acciaio". Credo che Silvia Avallone, come Valentina D'Urbano e Margaret Mazzantini, sia una di quelle poche scrittrici contemporanee che riesce a creare nel lettore la sintonia perfetta con l'umore dei suoi personaggi. Riesce a far ridere, piangere, riflettere, nella giusta dose. Una scrittura bilanciata, senza troppi giri di parole, aggettivi scelti con cura che vanno dritti al segno, una forza espressiva di talento.


Trama:
Marina ha vent’anni e una bellezza assoluta. È cresciuta inseguendo l’affetto di suo padre e di una madre troppo fragile. Per questo dalla vita pretende un risarcimento, che significa avere il mondo ai suoi piedi. Un sogno da raggiungere con ostinazione. La stessa di Andrea, che lavora part time in una biblioteca e vive all’ombra del fratello emigrato in America, ma ha un progetto folle e coraggioso in cui nessuno vuole credere, neppure suo padre, il granitico ex sindaco di Biella. Per lui la sfida è tornare dove ha cominciato il nonno tanti anni prima, risalire la montagna, ripartire dalle origini. Marina e Andrea si attraggono e respingono come magneti, bruciano di un amore che vuole essere per sempre.









Questo romanzo mi ha scosso fin dentro le viscere. Sarà che capita proprio in un momento in cui l'avere a che fare con persone superficiali come Marina e il desiderio di mollare tutto e andare a zappare la terra e allevare galline come fa Andrea, stanno oltremodo alterando la mia già scarsa pazienza e innescando in me la sensazione che potrebbe provare un animale selvatico chiuso in gabbia. Marina, la cafona che approda in tv convinta di avere il mondo ai suoi piedi, mi ha suscitato antipatia fin dalle prime righe, nonostante la sincera commiserazione che ho provato per la sua infanzia traumatica e il rapporto tortuoso con i suoi genitori. Ho apprezzato di più la reazione di Andrea, nemmeno lui esente da un carico di torti subìti nell'infanzia, reali o fraintesi che siano. Entrambi decidono di prendere in mano le redini della propria vita, a dispetto di tutto e tutti, e inseguire un sogno, anche se in direzioni diametralmente opposte. E' questo che rende speciale il loro amore in fin dei conti, almeno finché dura. 
Marina è capricciosa, immatura e viziata; Andrea introverso e riflessivo. Marina vuole sfondare nel mondo dello spettacolo, Andrea vuole vivere nell'invisibilità delle montagne. Marina vuole il mondo ai suoi piedi, acclamata come una diva, Andrea desidera vivere al ritmo del sole e delle stagioni con le mucche come uniche compagne di vita. Solo le mucche e Marina, l'amore della sua vita. Ma come è possibile conciliare la vita di un contadino con quella di una starlette di Mediaset? Non sembra possibile ovviamente ma non voglio anticiparvi il finale. Quello che conta, quello che emoziona, è ciò che sta in mezzo, il perdersi e ritrovarsi continuo di due anime in pena che si amano ma si respingono. La ricerca di un compromesso, il tentativo di negoziare una relazione, tra due persone di indole così diversa. Comprendersi, promettersi, accettarsi, poi mandarsi a quel paese, per poi ritrovarsi di nuovo e ricominciare daccapo. Una relazione straziante perché anche se vorresti aprirgli gli occhi e dirgli "Guarda che ti stai facendo del male" sotto sotto fai il tifo perché uno dei due ceda e vinca l'amore, nonostante tutto. Ma non è solo una storia d'amore e odio tra due persone, è anche una storia di amore e odio verso la propria terra e le proprie origini, vissute a volte come impedimento al successo e a volte come l'occasione per ripartire da zero, costruendosi una vita più genuina.
Proprio come in "Acciaio", Silvia Avallone coglie tutte le sfumature delle emozioni più cupe e tormentate e le riporta magistralmente sulla carta, a cominciare dallo sguardo del cervo investito che cerca di restare aggrappato alla vita, fino all'ultimo sguardo di Marina Bellezza che corre lungo le montagne del biellese. Vi consiglio assolutamente questo libro, dalle tinte forti ma che racconta l'odissea d'amore più attuale che si possa immaginare.





GdL Librarsi, l'incontro di ottobre 2016

Ben ritrovati lettori, ultimamente sono stata piuttosto presa da tanti altri progetti che non ho dedicato molto tempo al blog, e adesso ho tante cose di cui parlare!
Partiamo dall'ennesimo successo dell'incontro mensile del Gruppo di Lettura, che continua a crescere! :D

Il libro scelto per l'incontro era "Verdi colline d'Africa" di Ernest Hemingway.. Pochi giorni dopo la scelta del libro, a fine settembre, ci siamo ritrovate per programmare le nostre serate culturali dell'autunno, e una di noi che aveva già iniziato a leggerlo mi ha detto che io, che nel frattempo stavo ultimando un altro libro, "ci sarei andata a nozze". Ora, chiariamoci. Il fatto che io allevi animali esotici e che di domenica imbracci repliche di fucili in mimetica, non sottintende necessariamente che apprezzi un report fedelissimo di un safari di caccia in Africa. Tralasciando la mia personale opinione su questo genere di passatempo, perché mi dilungherei troppo, posso dire con molta onestà che mi aspettavo di più da questo libro.







Come avevo spiegato nel post precedente, il dettaglio che caratterizza i nostri incontri del Gruppo di Lettura, e che ci ha rese note, è il cibo che accostiamo alle letture. Voi mi direte, cosa c'entrerà mai una tartina di frutta secca con l'Africa? Beh, con tutto il rispetto per Mr Hemingway, non potevamo di certo gustare carne di kudù arrosto annaffiata da litri di whiskey. L'unica cosa menzionata nel libro che ha destato la mia curiosità è stato il mincemeat in scatola che la compagnia di cacciatori gusta davanti al fuoco da campo. Quindi mi sono documentata e ho scelto di preparare le mince pies, tipico dolcetto natalizio. Qui trovate la ricetta di queste deliziose tartine, che non si fanno comunque mancare la loro quota di whiskey.


Cosa mi aspettavo da questo libro è difficile a dirsi. La parte descrittiva del paesaggio, delle abitudini degli indigeni e delle tecniche di caccia è evocativa e su questo non ho niente da dire. Ma il personaggio Hemingway, e tutti i dialoghi, mi hanno suscitato un certo fastidio, che probabilmente ha a che fare con l'associazione che ha fatto la mia mente con un cacciatore di mia conoscenza che non gode della mia stima in generale, quindi il mio giudizio non è a tutti gli effetti imparziale. Ma il mestiere del lettore è complicato e purtroppo si può incappare anche in questi pregiudizi.

Nelle ultime pagine, però, ho trovato una riflessione che, da sola, salva completamente il senso di questo libro. Una riflessione sulla mano dell'uomo che danneggia la natura incontaminata, e sul senso di appartenenza a una terra che non è la tua, ma che vorresti che lo diventasse perché è l'unica che riesce a regalarti delle emozioni uniche. Ed è una sensazione che conosco bene.

Alcune di noi non sono riuscite a terminare la lettura perché non vi hanno trovato il piacere che speravano. Io però vi consiglio di leggerlo, e di leggere prima di tutto la prefazione per cogliere appieno il senso che l'autore vuole trasmettere: un fedelissimo reportage, niente di più. Non un'opera di fantasia, ma quello che veramente accade nella competizione dell'arte venatoria, quello che passa per la testa del cacciatore, le tattiche, le sensazioni, senza pregiudizi di sorta sulle persone e su questo tipo di attività.



sabato 15 ottobre 2016

QUANDO IL POTERE DEL VERBO E' SALVEZZA E DISTRUZIONE - MAICO MORELLINI TORNA TRA I TITOLI DI URANIA




Tra i tanti e svariati talenti che si nascondono a Bagnolo in Piano, Maico Morellini lo avevo intervistato qualche anno fa, in qualità di vincitore del Premio Urania 2010 con il suo romanzo d'esordio “Il Re Nero”. A sorpresa, perché all'epoca aveva preferito tacere sui suoi progetti in cantiere, ritrovo il suo nome tra i titoli di Urania in uscita nel 2016. E' disponibile da maggio di quest'anno, infatti, il suo secondo romanzo “La terza memoria”, in formato sia cartaceo che digitale, e ho deciso di farmi raccontare da lui stesso le novità della sua carriera di scrittore.


Ricapitoliamo un po' i tuoi ultimi lavori successivi alla pubblicazione de “Il Re Nero”
Dopo Il Re Nero mi sono messo subito a scrivere un secondo romanzo 'La Terza Memoria', uscito per esigenze editoriali di Mondadori nel maggio del 2016 ma che io ho finito nel novembre del 2013. Dopo questo ho pubblicato racconti in digitale, ho partecipato a diverse collane di fantascienza ("I Sogni di Cartesio" e "Ma gli androidi mangiano spaghetti elettrici" entrambe pubblicate da Edizioni della Vigna più altre raccolte), ho iniziato a collaborare con la rivista di cinema Nocturno , per la quale scrivo tuttora, e ho creato la serie di hard science-fiction de I Necronauti uscita sia in digitale che in cartaceo
Mi parli del successo della serie de I Necronauti?
I Necronauti sono nati nel maggio del 2014 quando Delos Digital, nella persona di Franco Forte, mi ha proposto di creare una mia serie di fantascienza. Una saga a puntate, con episodi che potessero essere autoconclusivi ma legati uno all'altro. E così ho pensato all'ambientazione e ho scritto i primi dieci racconti lunghi che hanno composto una sorta di prima stagione della saga. Questi racconti sono stati pubblicati in digitale e poi a settembre 2015 in cartaceo, in una raccolta unica, pubblicata da Edizioni BMS nella collana Ambrosia. Nel frattempo ho scritto una seconda stagione composta da cinque racconti, sempre per Delos, pubblicata nella primavera del 2015. Sia i primi dieci racconti che gli altri cinque sono disponibili in tutti gli ebook store. La seconda stagione riprende, molti anni dopo, le trame che ho sviluppato nella prima serie di racconti. L'ambientazione della saga, come accennavo, è fantascientifica in un remotissimo futuro nel quale ci sono colonie terrestri su quasi tutti i pianeti del Sistema Solare.
Cosa ti ha ispirato alla stesura del secondo romanzo?
Subito dopo la pubblicazione de Il Re Nero, l'ispirazione arriva da un progetto molto ambizioso e complicato che ho deciso si spezzare in due, trasformandolo in quelli che spero saranno due romanzi indipendenti. Uno di questi è La Terza Memoria perciò metà del piano è riuscito.
C'è una sorta di dualismo tra bene e male ne “La terza memoria” che ha a che fare col Verbo, ossia la parola. Me lo spieghi meglio dal punto di vista dell'autore?
In realtà ne La Terza Memoria tutti i personaggi, o quasi, sono piuttosto ambigui. Non c'è bianco e nero ma ci sono tante sfumature di grigio. Così il bene e il male non sono facilmente identificabili, anzi. Il Verbo è la vera neutralità: è una forza a disposizione, un potere a cui è possibile avere accesso seguendo determinate regole. Ha anche una sua volontà ma è talmente superiore da trascendere i concetti di bene e male. In più tutto il romanzo è anche un omaggio alla parola scritta e alla sua importanza. Non faccio filosofia e nemmeno politica sociale, il mio è un libro di intrattenimento. Ma viviamo in tempi in cui la parola scritta è abusata secondo me e con questo libro voglio anche, nel contesto fantascientifico della storia, lanciare un piccolo messaggio: attenti quando scrivete, le parole hanno un peso!
E Urania ha deciso di pubblicarti, seppur in ritardo, anche il secondo romanzo..
Si, quando ho finito la stesura del romanzo, l'ho spedito a Giuseppe Lippi e Franco Forte, curatori di Urania per Mondadori, e dopo averlo letto mi hanno dato la buona notizia: il romanzo sarebbe stato pubblicato sulla collana. E così è stato.
Vorrei da te qualche osservazione sul panorama letterario fantascientifico italiano
Contrariamente a quanto si può credere setacciando gli scaffali delle librerie, la fantascienza italiana è viva, varia e capace di offrire romanzi molto diversi tra loro. Purtroppo in generale, in Italia, il genere fantascientifico è piuttosto bistrattato: lo spazio dedicato a romanzi di questo tipo nelle varie librerie è molto ridotto e spesso affidato ad autori del passato. Poco o nulla viene pubblicato di autori italiani contemporanei a meno di non iniziare a frequentare il circuito degli ebook. In digitale la situazione è molto differente: vi sono tanti titoli, tante forme - racconti, raccolte o romanzi - e tanti bravi autori che meriterebbero di essere letti. Ma, purtroppo, in Italia si legge poco e la fantascienza, genere frainteso e secondo me non del tutto capito, paga un prezzo molto salato per questa mancanza generale di lettori.
Come vedi la tua carriera di scrittore proiettata nel futuro?
Bella domanda. E' una strada in salita. Lo sarebbe per qualunque genere ma scrivere fantascienza, proprio per i motivi a cui ho accennato prima, la rende ancora più complicata. La determinazione non mi manca, le idee nemmeno. Nel complesso sono molto contento di come stanno andando le cose e già nel prossimo futuro avrò qualche altra bella soddisfazione, ma la strada da fare è ancora davvero tanta.



Ringrazio Maico per la sua disponibilità e gli auguro un enorme in bocca al lupo per la sua carriera, e vorrei spendere due parole invitando la popolazione che ci legge a sostenere il talento e l'eccellenza bagnolese in tutte le sue forme.




martedì 11 ottobre 2016

Gli effetti collaterali del nazismo sulle donne. "La baracca dei tristi piaceri" di Helga Schneider e "Diario di Hannah" di Louise Lambrichs

Cari lettori, come credo capiti alla maggior parte di voi, ci sono periodi in cui si ha bisogno di vivere attraverso i libri determinate emozioni, per cui si sceglie di leggere una cosa piuttosto che un'altra, magari si mettono in fila sul comodino una serie di libri che a un profano sembrerebbero non avere una logica comune, eppure.. 
Ecco, è quello che è capitato a me quando ho deciso di abbracciare per un po' il tema del nazismo. "La baracca dei tristi piaceri" di Helga Schneider è un titolo che ultimamente compariva spesso tra le proposte del mio Gruppo di Lettura, bocciato ogni volta per motivi diversi, e in particolare perché una di noi, avendo già letto altro della Schneider, si rifiutava di concedersi a temi così crudi. "Diario di Hannah" di Louise Lambrichs è un'eredità capitata tra le mie mani un po' per caso, ignoto ai più e che mi pregio di diffondere con questo post.

E' un periodo di letture al femminile, ma soprattutto ero in cerca di emozioni drammatiche e crude, forse un retaggio di quel lato tenebroso del mio carattere che spesso tendo a reprimere. Dunque, affascinata molto anche dalla storia privata della Schneider durante la guerra (qui la sua toccante biografia), ho iniziato a leggere "La baracca dei tristi piaceri"..


Trama:
"Stava lì, l’aguzzina delle SS, capelli biondi e curati, il rossetto sulla bocca dura, l’uniforme impeccabile. Stava lì e pronunciò con sordida cattiveria: «Ho letto sulla tua scheda che eri la puttana di un ebreo. È meglio che ti rassegni: d’ora in poi farai la puttana per cani e porci»." Così racconta l’anziana Frau Kiesel alla scrittrice Sveva, dando voce a un dramma lungamente taciuto: quello delle prigioniere dei lager nazisti selezionate per i bordelli costruiti all’interno stesso dei campi, con l’ipocrita giustificazione di voler limitare l’omosessualità tra i deportati. Donne i cui corpi venivano esposti ai sadici abusi delle SS e dei prigionieri maschi che malgrado tutto preferivano rinunciare a un pezzo di pane per pochi minuti di sesso. Donne che alla fine della guerra, schiacciate dall’umiliazione, invece di denunciare quella tragedia fecero di tutto per nasconderla e seppellirla dentro di sé.
"

Che delusione! Nonostante la mia nota tendenza a fraternizzare con protagoniste dalla vita tormentata, il personaggio di Frau Kiesel non ha suscitato in me alcuna empatia. Il racconto senza dubbio dovrebbe farci riflettere su quanti orrori, a distanza di 70 anni, vengono ancora taciuti per vergogna, per pudore, sulla strategia e sulle abitudini sociali tenute in Germania durante la seconda guerra mondiale. Però questo libro mi è sembrato più un saggio con una pretesa di romanzo, piuttosto che un'opera narrativa vera e propria. La parte descrittiva, anche quella che dovrebbe suscitare più raccapriccio, l'ho sentita gelidamente asettica e scarna, come se l'autrice avesse snocciolato una serie di nozioni storiche farcite di testimonianze reali. Un vero peccato, perché credo che il tema meritasse di essere trattato molto più a fondo e che la narrazione andasse tratteggiata con maggiore delicatezza e trasporto. Mi meraviglio perché so che altre persone hanno apprezzato molto altri suoi libri, e vorrei ben vedere, chi meglio di lei potrebbe raccontare la tragedia vissuta sulla propria pelle? Quindi adesso sono molto combattuta tra l'impulso di leggere un altro suo romanzo o meno, per stabilire una volta per tutte se merita o no. Voi avete mai letto qualcosa di suo?

Nel "Diario di Hannah", invece, il nazismo è solo un contorno, uno sfondo addirittura un po' sfocato che dà l'input alla storia vera e propria. Diciamo che, piuttosto che parlare dell'orrore della guerra, qui l'autrice percorre una via secondaria e parallela che indaga sugli effetti collaterali della guerra. Hannah è costretta a rinunciare alla sua identità, alla sua famiglia originaria, per sfuggire alla deportazione, e infine, quando ha ormai  iniziato una nuova vita in Francia e si crede al sicuro, la situazione politica europea le infligge anche la rinuncia doverosa alla maternità. 



Trama:
"Possibile che un evento così comune come un aborto trasformi in maniera definitiva la vita di una donna?"
Intorno a questo tema, la rinuncia forzata a un figlio, si snoda la vicenda di Hannah, giovane ebrea, sposata e già madre di una bambina di quattro anni, che nella Francia occupata del 1943, è costretta ad abortire per l'insistenza del marito che non si sente di mettere al mondo un figlio in quella situazione. L'esperienza della guerra, che Hannah vive nella clandestinità della resistenza, e gli orrori della deportazione si sommano a quell'evento traumatico, da cui lei tenta di salvarsi scrivendo un diario che registra le vicende quotidiane della sua vita.
Ma tra le pagine si cela un segreto: la bambina non nata abita i sogni della madre, vive quasi di vita propria tanto che Hannah, presa tra realtà e fantasia, rischia di perdere la ragione. Come le vittime dell'Olocausto, anche la piccola non ha altro luogo dove riposare se non al fondo della memoria.
Giudicato il miglior libro del 1993 dalla rivista francese Lire, Diario di Hannah, rimasto a lungo nelle classifiche dei libri più venduti, scava nell'inconscio femminile intessendo una storia che unisce passato e presente in un vissuto interiore di grande intensità.


Ho molto apprezzato questo libricino per un sacco di motivi. I vari temi affrontati sono delicati e trattati come meritano: non solo la guerra, il nazismo, l'aborto, il desiderio di maternità infranto per sempre, ma anche e soprattutto numerose riflessioni sulla politica, sulla società ideale, sul matrimonio, sulla fedeltà coniugale, sulle relazioni tra genitori e figli, sull'autoanalisi interiore, sul potere catartico del raccontarsi, anche attraverso un diario, sul dolore alienante che rasenta la follia. Non mancano addirittura i colpi di scena, qualche tocco di assurde coincidenze e un finale dolcissimo. Mi sento assolutamente in dovere di consigliarvi questo libro, è una lettura intensa, scorrevole, multitematica, toccante, che fa riflettere sulla complessità delle emozioni delle donne.