La strega di Pieverossa

Snob e bionda con un filo di follia

domenica 19 marzo 2017

Pensaci quando fai la spesa. "Quattro etti d'amore, grazie", di Chiara Gamberale

Buonasera lettori! Recensione dell'ultimo minuto, come sempre, in vista della scadenza degli obiettivi della Challenge a cui sto partecipando. Stasera vi parlo di un libro che ho corteggiato a lungo ma di cui ho sempre posticipato la lettura, per un motivo o per un altro. La trama mi affascinava parecchio, perché anche io sono una di quelle persone che spia nel carrello degli altri quando faccio la spesa.

Trama:
Quasi ogni giorno Erica e Tea s'incrociano tra gli scaffali e le casse di un piccolo supermercato. Erica ha 33 anni, un posto in banca, un marito devoto, una madre stralunata, un gruppo di ex compagni di classe su facebook, due figli che crescono. Tea Fidelibus è l'attrice protagonista della serie tv di culto "Testa o cuore", ha un passato complesso, un padre ingombrante, una carriera lanciatissima, un marito fascinoso e manipolatore. Erica fa la spesa di una madre di famiglia, Tea non va oltre gli yogurt light e il sushi in vaschetta. Erica osserva il carrello di Tea, la star della tv, e sogna la libertà di una ragazza senza figli, la leggerezza di un corpo fantastico, la passione di un grande amore proibito. Certo non immaginerebbe mai di essere un ideale per il suo ideale. E invece per Tea lo è: di Erica non conosce nemmeno il nome, ma fra sé e sé l'ha ribattezzata "la signora Cunningham". Nelle sue abitudini coglie la promessa di una pace che a lei pare negata ed è convinta sia una donna realizzata. In un gioco di equivoci a tratti disperato a tratti esilarante, Erica e Tea si spiano e si aggrappano a piccoli indizi che per ognuna raccontano la felicità dell'altra ma nello stesso tempo sottolineano il malessere che le fa sentire distanti rispetto alla vita che conducono. L'appello all'esistenza dell'altra diventa così l'occasione per guardare in faccia le proprie scelte e non confonderle con il destino. Che comunque irrompe nelle case di entrambe...


Lo ammetto, quando vado al supermercato per la spesa settimanale, sono un'abitudinaria. Il giro tra gli scaffali prestabilito, perlomeno per le cose indispensabili come la frutta l'acqua il pane e il parmigiano. Poi arrivo in cassa e spio nel carrello degli altri, l'avete mai fatto? "Dimmi cosa compri e ti dirò chi sei". Ma si può semplificare e categorizzare davvero in questo modo la vita di una persona o il quadro di una famiglia intera?
Questo libro ti insegna che no, non si può.
Erica immagina Tea, l'attricetta in voga, consumare pasti esotici con un aitante marito, alla fine dei quali i due si rivoltolano entusiasti tra le lenzuola facendo acrobazie inenarrabili.
Tea immagina Erica, la donna di casa per antonomasia, spargere farina e felicità attorno a sé, sempre circondata dall'indefesso amore dei suoi due pargoli e di un devotissimo e innamoratissimo marito.
Niente potrebbe essere più lontano dalla realtà.

Tea è intrappolata in un matrimonio con un eterno Peter Pan, un uomo che ha perso ispirazione e iniziativa e che invece di vivere, subisce la vita passivamente, addossando le colpe del suo fallimento a chiunque tranne che a se stesso. Per questo Tea ha un amante, il personal trainer metà napoletano metà californiano, che le alleggerisce l'esistenza. Ma anche per questo Tea non riesce a lasciare suo marito, per quella bizzarra tendenza di alcune donne a considerarsi mamme anziché mogli, pensando che egli sia un bambino da proteggere anziché un uomo da mettere di fronte alle proprie responsabilità.

Erica si è creata una specie di bolla in cui si aliena dal mondo e dalla vita che le scorre attorno ma che non la tocca. Vive in una specie di bovarismo, allettata dalle frivolezze e dalle cose superficiali, naviga su Facebook rivangando le dolcezze e le amarezze dell'adolescenza, e rischia di perdere tutto quello che si è costruita: il marito, i figli, il lavoro, la solidità del matrimonio, la stabilità interiore.

Il libro gioca su tutta una serie di equivoci, perché entrambe le protagoniste, facendo la spessa nello stesso supermercato di quartiere, si spiano a vicenda il carrello e fanno supposizioni e ipotesi sulla vita dell'altra, e a vicenda si invidiano un tipo di esistenza che in realtà è l'esatto opposto. E' una carrellata favolosa di spaccati quotidiani di due comunissime donne che hanno a che fare nel proprio privato con un'intera gamma di idiosincrasie e paranoie, preoccupazioni, impegni, sogni, fallimenti. E' pieno di personaggi "scomodi" ma per questo dai contorni più vividi, più definiti, di quelli che vorresti scuotere dal torpore, o per cui ti scappa un applauso per la grinta che hanno dimostrato.

E' un romanzo carico di spunti per riflettere sulla quotidianità, sulle scelte di vita, sul giardino del vicino che sembra più verde ma non è detto che lo sia. E' un romanzo che dà voce all'amore, alle abitudini e allo sconvolgimento delle abitudini, al guardarsi dentro, alla crescita interiore. Un romanzo che dà consistenza, peso e prezzo all'esistenza. Con un finale, quello di Tea, tra l'altro inaspettato, e che però mi ha un po' deluso.

E' anche la riprova che Chiara Gamberale si sta affermando meritatamente nel panorama letterario italiano, con una scrittura limpida, fresca, scorrevole, vivace. Avete tutti i migliori motivi di questo mondo, insomma, per apprezzare questo libro.














sabato 18 marzo 2017

Il Dan Brown all'italiana. "Le nove chiavi dell'antiquario", di Martin Rua

Cari lettori, riprendiamo la normale routine dei romanzi, che era necessaria dopo la mia ultima lettura, un travaglio di quasi due settimane che, seppure con i suoi lati positivi per arricchimento personale, mi ha destabilizzato. Il libro di cui vi parlo l'ho scelto perché si adattava a due obiettivi delle Challenge a cui sto partecipando, ma non è che mi aspettassi chissà cosa, visto che negli ultimi anni noi lettori siamo stati tormentati dalle versioni più disparate dei romanzi pseudo-storici sulle innumerevoli leggende in circolazione sull'Ordine dei Templari.

                                 

Trama:
Gerusalemme, 1118. Alcuni monaci del neonato Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo, più tardi noti come Templari, fanno una scoperta inquietante nelle viscere del Monte del Tempio. 
Berlino, 1945. Un gruppo scelto di uomini si inoltra nella capitale del Terzo Reich devastata dai bombardamenti, per recuperare un prezioso manufatto.
Napoli, 2012. La vita dell’antiquario Lorenzo Aragona procede tranquilla, finché una giovane donna dell’Est, comparsa misteriosamente, lo trascina in una drammatica vicenda dai risvolti esoterici. 
Ma chi è veramente Anna Nikitovna Glyz e che cosa lega suo nonno al nonno di Lorenzo? Per scoprirlo, i due iniziano un viaggio seguendo tracce e simboli da interpretare e decifrare. Un viaggio che, da Gerusalemme a Berlino, porta a Napoli e a Kiev, fino a Roma, e che presto assume i contorni di una fuga. Perché tutti gli indizi che Anna e Lorenzo trovano conducono a un misterioso e millenario enigma... il Codice Baphomet. Cosa si cela dietro questo antichissimo arcano ideato e tenuto segreto sino a oggi dai leggendari maghi caldei?




Sono sempre stata un'amante dei libri a sfondo storico, soprattutto se ricchi di enigmi e con il ritmo serrato di un thriller. Purtroppo però, vista l'invasione che ha seguito il fenomeno di Dan Brown e Glenn Cooper, negli ultimi anni ci ho dato un freno: finiscono col sembrarti tutti uguali a un certo punto.
Lorenzo Aragona è un antiquario che vive serenamente la sua vita, finché un giorno non incontra Anna Glyz, la quale gli lascia degli indizi per aiutarlo ad uscire dall'inganno in cui è stato tratto da un gruppo di persone che vuole estorcergli una preziosa informazione che qualcuno ha introdotto nel profondo del suo subconscio.. Da quel momento Lorenzo rimette insieme pezzi sparsi della sua vita come in un puzzle, partendo da molto lontano, dal Medioevo e passando per il periodo della seconda guerra mondiale, e ricostruendo parallelamente la storia del leggendario Baphomet custodito dai Templari e la storia della sua famiglia avvolta nel mistero, e indissolubilmente legata all'Ordine. Si attiva così una corsa contro il tempo, in cui Anna e Lorenzo, affiancati da poliziotti e uomini di Chiesa, devono dare la caccia a quell'organizzazione che è sulle tracce del Baphomet per sottomettere la popolazione mondiale.

Devo ammettere che il ripetersi della stessa scena di una apparentemente giornata qualunque di Lorenzo per due capitoli di fila mi aveva intrigata. Ma l'intrigo finisce lì, nel senso che l'autore scopre le sue carte un po' troppo in fretta, col risultato di dare al lettore un romanzo tutto sommato banale. Anna è l'unico personaggio che non ha perso nemmeno un po' della sua aura di mistero fino alla fine e per questo è l'unica che mi è risultata gradevole. Lorenzo è un uomo buono e forse un po' ingenuo, il Robert Langdon all'italiana ma meno affascinante. I dialoghi con la polizia mi sono sembrati forzati, e l'intrigo dei cattivi fin troppo scontato. Ho apprezzato che sia stata inserita la nota medico-scientifica, ma non aggiunge nulla di entusiasmante al resto del romanzo. Anche il finale l'ho trovato prevedibile, e non presagisce niente di accattivante per il seguito che è stato scritto.

Sono rimasta delusa nonostante non nutrissi grandi aspettative. Il libro è scorrevole e non catastroficamente noioso, ma vale poco rispetto ai miei standard di thriller storico, non credo che leggerò il seguito.



















"Zero Zero Zero", di Roberto Saviano

Cari lettori, dovete perdonare la mia latitanza delle ultime settimane, il fatto è che sono stata risucchiata da un buco nero. Tutta colpa del libro di cui sto per lasciarvi le mie considerazioni. Poche righe in realtà, perché non è un romanzo di cui scandagliare lo stile, i personaggi e la trama. Quello che voglio condividere con voi, andando al di là dei risvolti sociali/politici/economici/morali, è semplicemente la mia indignazione.

La cocaina: la merce più usata, trafficata, desiderata del nostro tempo. Il sogno dell’eccesso senza limiti che corrode le nostre vite e la nostra società. Il petrolio bianco che accende i corpi ma distrugge le menti. Le infinite vie del narcotraffico. Dal Messico alle spiagge di Miami, dalla Colombia alla Russia, dall’Africa alle strade di Milano, New York, Parigi. Il viaggio di un grande scrittore nei gironi infernali del mondo contemporaneo. Dove la ferocia dilaga incontrastata ma i boss hanno imparato tutte le regole più sofisticate del business. Le radici profonde della crisi economica attuale, il dilagare del capitalismo criminale, l’assalto mafioso ai santuari della finanza da Wall Street alla City. Il bisogno di raccontare, la potenza delle storie. Uno straordinario romanzo-verità, il capolavoro di uno degli autori più importanti e più amati.



Quando ho deciso di prendere in mano il secondo libro di Saviano, lo sapevo a cosa andavo incontro. Il contatto ravvicinato con le storie di camorra di "Gomorra", qualche tempo fa, già mi aveva destabilizzato. Sarà che sono nata in una provincia non tanto lontana da quella in cui si svolgono le storie più chiacchierate, una provincia anche quella permeata da abitudini e regole ispirate a quelle della malavita, ma avevo sentito così viva dentro di me la stessa rabbia di Saviano nei confronti del crimine organizzato e della sua influenza su tutto ciò con cui viene in contatto, al punto che mi guardavo attorno e cercavo il torbido anche nel paese dove vivo ora, un Nord che si crede incontaminato e invece...
Anche "ZeroZeroZero" mi ha spiazzato. Stavolta l'oggetto dell'inchiesta non potrebbe essere più lontano dalla mia vita e dalle mie abitudini, eppure mi ha smosso dentro un'enorme indignazione. Perché non si tratta solo dei milioni di persone che fanno uso abituale di cocaina. Si tratta delle popolazioni sudamericane sfruttate e ricattate che coltivano le foglie. Si tratta delle regioni dilaniate dalle faide tra famiglie di narcotrafficanti. Si tratta di guerriglia, di vittime innocenti, di politici e banchieri che vanno a braccetto con i malavitosi. Si tratta di marinai e skipper strapagati per la traversata transoceanica, si tratta di barattoli di cibo che arrivano fino a noi, inconsapevoli che in mezzo a quei barattoli c'era nascosta la coca. Si tratta della crisi economica mondiale che poteva andare molto peggio se le banche internazionali che sono rimaste in piedi non avessero avuto la liquidità, e parliamo di milioni, versata su conti offshore attraverso rimbalzi tra società fasulle dai principi del narcotraffico.
I numeri di questa inchiesta fanno accapponare la pelle. Fanno riflettere, ti fanno guardare il tuo vicino di casa, il tuo collega, il sindaco del tuo paese, il poliziotto di turno, il medico, le celebrità, con sospetto.


La coca la sta usando chi è seduto accanto a te ora in treno o l'autista al volante dell'autobus che ti porta a casa perché vuole fare gli straordinari senza sentire i crampi alla cervicale. Fa uso di coca chi ti è più vicino. Se non è tuo padre o tua madre, se non è tuo fratello, allora è tuo figlio. Se non è tuo figlio è il tuo capoufficio. Se non è il tuo capo  è sua moglie che lo fa per lasciarsi andare. Se non è sua moglie, è la sua amante a cui la regala al posto degli orecchini e meglio dei diamanti. Se non sono loro, è il camionista che fa arrivare tonnellate di caffè nel bar della tua città e non riuscirebbe a reggere tutte quelle ore di autostrada senza coca. Se non è lui è l'infermiera che sta cambiando il catetere di tua nonna e la coca le fa sembrare tutto più leggero, persino le notti. E' il chirurgo che sta per operare tua zia e con la coca riesce ad aprire anche sei persone in un giorno. Sono i camerieri che ti serviranno al matrimonio di sabato prossimo, se non sniffassero non riuscirebbero ad avere in quelle gambe così tanta energia per ore. Se non sono loro, è l'assessore che ha appena deliberato le nuove isole pedonali, e la coca gliela danno gratis in cambio di favori. Se non è lui, è la ragazza del call center che ti risponde con voce squillante e chiede in cosa può esserti utile. E' l'attaccante che ne fa uso, quello che ha segnato un gol rovinandoti la scommessa che stavi vincendo a pochi minuti dalla fine della partita. Usa coca la prostituta da cui vai prima di tornare a casa, la prende per non dover più vedere chi le è davanti, dietro, sopra , sotto. La prende il gigolo che ti sei regalata per i tuoi cinquant'anni, gli dà la sensazione di essere il più maschio di tutti. Se non lui, il notaio da cui non vorresti mai più tornare, che usa coca per non pensare agli alimenti da pagare alle mogli che ha lasciato. Se non è lui, è il taxista che impreca contro il traffico ma poi torna allegro. La usa l'ingegnere che sei costretto a invitare a casa perché forse ti aiuta a fare uno scatto di carriera. E' il vigile urbano che ti sta facendo una multa e mentre parla suda moltissimo anche se è inverno. Oppure è il lavavetri con gli occhi scavati, che riesce a comprarla chiedendo prestiti, o è quel ragazzo che rimpinza le auto di volantini cinque alla volta. E' il politico che ti ha promesso una licenza commerciale, quello che hai mandato in parlamento con i voti  della tua famiglia ed è sempre nervoso. O è l'oncologo da cui sta andando a parlare e ti hanno detto essere il migliore, lui quando tira si sente onnipotente. O è il ginecologo che si sta dimenticando di buttare la sigaretta prima di entrare in stanza e visitare tua moglie che ha le prime doglie. E' tuo cognato che non è mai allegro, è il ragazzo di tua figlia che invece lo è sempre. Se non sono loro, allora è il pescivendolo che sistema il pesce in bella mostra, o il benzinaio che sbrodola la benzina fuori dalle auto. O è il medico della mutua che ti fa entrare senza fare la fila perché a Natale sai cosa regalargli. La usa il portiere del tuo palazzo, la professoressa che dà ripetizioni ai tuoi figli, l'insegnante di piano di tuo nipote, il costumista della compagnia di teatro che andrai a vedere questa sera, il veterinario che cura il tuo gatto. Il sindaco da cui sei andato a cena. Il costruttore della casa in cui vivi, lo scrittore che leggi prima di dormire, la giornalista che ascolterai al telegiornale. Ma se, pensandoci bene, ritieni che nessuna di queste persone possa tirare cocaina, o sei incapace di vedere o stai mentendo. Oppure, semplicemente, la persona che ne fa uso sei tu. 

E, come mi è successo altre volte in passato leggendo i libri di personaggi che hanno sfidato la morte per seguire una storia, personaggi del calibro di Oriana Fallaci e Tiziano Terzani, mi scappa anche qui un inchino virtuale a Roberto Saviano, che ha voluto mettere la verità al primo posto, più importante della sua stessa vita





lunedì 13 marzo 2017

GdL Librarsi: l'incontro di marzo 2017

Ben ritrovati lettori! Questa sera vi aggiorno sull'ultimo incontro del Gruppo di Lettura Librarsi, anche se controvoglia. Come alcune mie "colleghe" della Challenge sanno dopo il mio caustico sfogo su Facebook, il libro scelto per l'incontro non mi ha appassionato per niente. Il tema centrale, così come viene presentato da entusiastici pareri sul web, poteva essere un ottimo spunto per un romanzo di un certo spessore, e invece questo libro è entrato di diritto nella mia Top Five dei Worst Book of the Year 2017, anzi vi preannuncio che si guadagna la nomination per la rosa dei candidati al Worst Book Ever Award.

Trama:
Lara è una donna in crisi. Il marito l'ha abbandonata improvvisamente per una più giovane di lei. Disperata, lascia Milano e, su consiglio di un amico, parte per il Perù.  A contatto con una cultura e un ambiente tanto differenti dai suoi, impara a scoprire se stessa, diventando forte, indipendente, femminile e saggia.
Tata Sabino e Mama Maru, i suoi maestri 'curanderos', la guidano in un percorso iniziatico che la porterà a superare prove che prima pensava impossibili: domare e cavalcare animali selvaggi, andare in cerca di visioni nella foresta amazzonica, tuffarsi in lagune gelate, attraversare ponti sospesi sull'abisso, conoscere la sessualità sacra.
Fino a scoprire e fare proprio un modo sconosciuto e più autentico di essere donna. L'antica cultura andina, contrariamente a quella occidentale, è fortemente orientata al femminile; sostiene che il primo essere umano comparso sulla terra era una donna e ha come divinità principale 'Pachamama', la dea natura. Un modo completamente diverso dunque di intendere la società, il matrimonio, il sesso.
Una guida spirituale in forma di romanzo capace di rivelare prospettive illuminanti sulla vita di coppia e sulla femminilità. Un viaggio fra i curanderos delle Ande alla scoperta di un modo più autentico di essere donna.


Un libro inqualificabile sotto tutti i punti di vista, al punto che tutto quello che potrei dirvi mi sembra blogospazio sprecato, che sarebbe meglio dedicare a qualcosa di più meritevole. Uno stile di scrittura che lascia a desiderare, degno di un dilettante da concorso a premi di paese. Una storia che fa acqua da tutte le parti, inverosimile dal punto di vista sociale e linguistico. Una protagonista che dovrebbe incarnare la donna avventuriera e coraggiosa che prende in mano la propria vita per cambiarla e invece si ricopre solo di ridicolo. Strati su strati di stereotipi sulle abitudini del Sud Italia che mi hanno solo fatto infuriare. Dialoghi scialbi, ricostruzioni che sanno di fantasia infantile. Insomma, non so nemmeno spiegarmi come io abbia fatto a superare la metà del libro, un orrore!

La nota positiva, come sempre, dei nostri incontri mensili del GdL è il cibo. Ho scoperto che la dieta peruviana si basa molto sulle patate, di cui in Perù si coltivano infinite varietà, e quindi ecco a voi la causa rellena, sformato freddo di patate ripieno di tonno e verdure..




Vi lascio di seguito il link di questa gustosissima ricetta:

http://blog.giallozafferano.it/ricettecampagna/causa-rellena-ovverosia-sformato-freddo-di-patate-con-tonno-e-dragoncello/


Questo libro, purtroppo, ha infranto il mio personale quadro di massima stima per gli autori sudamericani, e mi ha insegnato che non si può fare di un'erba un fascio. Oppure è l'eccezione che conferma la regola.. Bah, comunque, Sconsigliatissimo!








domenica 19 febbraio 2017

"Segreta Penelope" (e molti interrogativi sociali), di Alicia Gimenez Bartlett

Buonasera lettori, stavolta vi parlo di un libro che mi ha completamente catturata per un'intera settimana. A leggere la quarta di copertina e a contare il numero delle pagine diresti che è bello succoso, sì, come argomento ma che si lascia leggere in breve tempo. E invece devo dirvi che ha stimolato in me così tanti e lunghi ragionamenti su quello che a mano a mano leggevo che adesso non sono più tanto stupita di averci messo tanti giorni a finirlo.

Trama:
Per chiunque abbia fatto parte della generazione che fu giovane negli anni Settanta del Novecento, la generazione dell’autrice, Sara – la Penelope segreta, che s’è rifiutata di aspettare, di questa indagine narrativa su un suicidio – è un essere molto familiare. C’era una Sara, più o meno vicina al modello, quasi in ogni gruppo, nota, conosciuta o mitizzata in ogni compagnia di amici e di colleghi di studio. Magnetica incarnazione dello spirito del tempo; prova apparente che il buon selvaggio non fosse un mito ma il futuro liberato dalla corruzione del potere civile. E l’incarnazione si realizzava nella libertà sessuale: naturale, autentica, mai esibita, antiideologica, Eros trionfante su Thanatos, Dioniso su Apollo, l’innocenza infantile del piacere sulla malizia del vizio. E naturalmente tale identificazione della libertà con la sessualità doveva apparire ancora più naturale ed anticonformista nella Spagna da poco uscita dal bigottismo del Franchismo della Sara di questo libro. Ma nessuno sapeva di cosa ne sarebbe stato di una Sara dopo il tragico inevitabile; dopo il trauma di scoprire che anche quella libertà era solitaria e illusoria, e obbligatorio il ritorno ai ruoli donneschi di madre e di moglie.
Il romanzo di Alicia Giménez-Bartlett invece parte da qui. E mira a ricostruire che cosa successe a Sara nel corso del tempo del dopo. Lo rievocano, i giorni successivi al suicidio di Sara, le amiche che formavano il suo gruppo, il bolso personaggio che ne divenne il marito, la figlia che mai poteva amarla, fino alla scoperta del più intimo ultimo segreto, dell’ultimo inaccettabile amore: pezzi di memoria strappati con dolore dall’amica che narra in prima persona; ricordi nostalgici e pieni di un affetto senza comprensione; oppure le giustificazioni del conformismo alle ferite inferte come in riti sacrificali di espiazione. La rivincita sorda, progressiva e crudele dell’ordine sul caos creativo. E il ritratto della splendida persona sconfitta dalla Penelope segreta appostata in ogni vita di donna, si piega in modo inquietante a una domanda sul tempo: che è troppo e troppo poco.



Sara, appena passati i cinquant'anni, si suicida ingurgitando dei barbiturici. Dopo il suo funerale l'autrice, l'io narrante, amica di gioventù di Sara, resuscita tutti i ricordi, i dialoghi e le loro bravate giovanili, alternandoli col racconto del presente, della sfilata degli amici di sempre che si presentano da lei, affermata scrittrice, per ripulirsi la coscienza riguardo alle circostanze che hanno condotto Sara alla decisione estrema.

Fin dalle prime pagine traspare l'intensa ammirazione che l'autrice nutre per Sara, la musa del sesso, la collezionista di falli, la donna nata per essere libera e selvaggia, per vivere al di sopra delle convenzioni, delle leggi sociali, dei doveri, dei sensi di colpa. Dalle vicende goliardiche degli anni dell'università e della rivoluzione sessuale, la narratrice accompagna per mano il lettore lungo tutte le vicissitudini della vita di Sara.

Dopo l'aborto seguito a una gravidanza indesiderata, le amiche Berta e Ramona si auto conferiscono il ruolo di consigliere sullo stile di vita di Sara, imponendo un ordine dettato dalle convenzioni sociali al caos che regna nella sua vita: un matrimonio con un intellettuale dalla idee parecchio confuse, che riesce a imbrigliare quello spirito libero relegandola al ruolo di moglie, e in seguito a quello di madre. Qui, secondo l'autrice, che resta anonima fino alla fine, inizia il declino di Sara. Il punto di vista è molto soggettivo in tutte le pagine, ma smuove un sacco di interrogativi su ciò che si reputa comunemente giusto e sbagliato. Sara raccattava gatti randagi e frequentava disagiati, li accoglieva indistintamente in casa sua, gioiva della vita, raccoglieva il piacere dovunque lo trovasse, e chi dice che tutto questo sia sbagliato? Il lavoro, il matrimonio, la maternità, sono necessari? Fino a che punto dobbiamo ritenere giusto conformarci alla massa, in base a quale criterio ci reputiamo persone normali? La psicanalisi aiuta davvero le persone oppure uccide la soggettività riducendoci a una mera materia di categorizzazione dei disturbi psichici? Quale potere ha un'amica o uno psicanalista per ergersi a giudice della vita altrui? Può una madre diventare tale controvoglia e per sua stessa natura non riuscire ad amare sua figlia? Perché una figlia deve subire la decisione imposta da qualcun altro di venire al mondo e passare la vita a odiare sua madre perché da quando era in fasce non ha mai avvertito quel legame che diamo per scontato tra madre e figli? Perché sembra più facile cercare di convertire una persona a ciò che si pensa sia bene per lei solo perché "è così che fanno tutti" piuttosto che domandarsi cosa sia veramente bene per quella persona?

Intorno a questi e molti altri interrogativi gira tutto il romanzo, che a tratti sembra un giallo, ma è più che altro una intensa analisi della società, del conformismo viziato dagli stereotipi della cosiddetta ricerca della felicità.

Un libro che vi consiglio assolutamente di leggere, prendendovi del tempo, e a mente serena, perché vi darà molto su cui riflettere.








domenica 12 febbraio 2017

Scaldano l'inverno "Tre tazze di cioccolata", di Care Santos

Come spiegavo nel post precedente, per fortuna è arrivata una lettura piacevole dopo il fiasco del diario di Darcy. Libro, anche questo, scelto come obiettivo di una Challenge, ma vi devo dire che ero un po' scettica, e che l'unica cosa a convincermi a prenderlo in biblioteca era stata l'elogio in quarta di copertina di nientepopodimeno che Ildefonso Falcones.



Trama:
Sara, moglie e madre modello, è proprietaria di un negozio che a Barcellona è sinonimo di cioccolato, ed è fiera di continuare la tradizione di famiglia. Prima ancora di lei Aurora, la cui madre era al servizio di una famiglia borghese del XIX secolo, per la quale la cioccolata è qualcosa di proibito e peccaminoso. E all’inizio di tutto c’era Marianna, moglie del cioccolataio più famoso del XVIII secolo, inventore di una macchina prodigiosa. I destini di queste tre donne sono intrecciati e indissolubilmente legati alla storia di un’antica cioccolatiera di porcellana, che passa di mano in mano trasmettendo l’amore per la cioccolata, la vita e il coraggio di inseguire i propri desideri.






Non è la prima volta che mi capita di leggere un libro che abbraccia diverse generazioni di persone a prima vista slegate tra loro, ma in realtà unite da un particolare oggetto. Mai prima d'ora però l'oggetto in questione era stato qualcosa come una cioccolatiera di porcellana!
Il libro inizia ai giorni nostri e procede a ritroso nel tempo, e già questa per me è una trovata geniale. Procede poi come un'opera lirica, divisa in atti e intervallata da interludi. L'ultimo atto spiega la provenienza di questa cioccolatiera, appartenuta a donne diverse in epoche lontane tra loro, tutte accomunate da un'intensa passione per la dolce e calda bevanda che allieta i nostri inverni.

Attraverso uno spaccato di vita di ognuna di queste donne, l'autrice racconta ogni volta con innegabile maestria un'epoca, un'ambientazione, usi e costumi, sempre con la misteriosa e bellissima città di Barcellona a fare da sfondo.

Nel primo atto c'è Sara, divisa nell'amore tra due uomini, suo marito Max e il migliore amico di suo marito Oriol. Alternando il presente ai ricordi della loro gioventù, viene fuori un inconsueto ménage à trois, in cui tutti sono consapevoli e complici di un precario equilibrio dei sentimenti. Qui la passione per la cioccolata è il pretesto per far conoscere al lettore le radici barcellonesi dei più grandi mastri cioccolatieri, e per raccontare il contrasto tra l'amore per la tradizione e il desiderio di stravolgerla per creare dei gusti completamente nuovi.

Il primo interludio, invece, spiega come Sara era entrata in possesso di quella cioccolatiera, comprandola da un rigattiere che a sua volta l'aveva ottenuta all'asta dopo la morte di Antonia Sampons...

Nel secondo atto la protagonista è Aurora, figlia di una domestica morta di parto. Aurora viene cresciuta in casa dei Turull, e, coetanea della figlia dei padroni di casa, ne diviene la dama da compagnia. Aurora seguirà la giovane civettuola Candida fino al matrimonio con Antoni Sampons, rampollo della famiglia di cioccolatieri più importante di Barcellona; in casa Sampons, Aurora serve la colazione a letto a Candida tutte le mattine: qui ricompare la cioccolatiera di porcellana bianca da tre tazze con l'incisione blu "Je suis à Mme Adelaide". Anche in questo atto, con sempre grande dimostrazione di amore per la città di Barcellona e una vivida passione per l'opera lirica, la cioccolata in tazza viene presentata come uno dei massimi piaceri della vita.

Nel secondo interludio si scopre come questa preziosa cioccolatiera era passata dalle mani della proprietaria di un bordello a quelle della moglie di Gabriel Sampons, madre di Antoni e suocera di Candida...

Nel terzo e ultimo atto, venato di molto umorismo, si scopre l'esatta provenienza della cioccolatiera. Nella fabbrica di porcellana di Sevres, voluta da Mme di Pompadour, rinomata amante del re Luigi XV, viene prodotta una particolare cioccolatiera per Adelaide, figlia del re, che ha una nota passione per la merenda a base di cioccolata calda. Adelaide invia una delegazione francese a Barcellona, dove il cioccolatiere Fernandes ha inventato e costruito un macchinario per triturare e mescolare le fave di cacao, riuscendo a ottenere la cioccolata migliore d'Europa, la stessa cioccolata di cui vanno matti a Versailles e che Adelaide e sua sorella acquistano in grandi quantità.
La delegazione francese ha il compito, oltre a regalare la preziosa cioccolatiera di porcellana al senor Fernandes, di convincere costui ad andare a costruire lo stesso macchinario alla corte di Versailles e dare qualche consiglio ai loro maitres chocolatier. Purtroppo nella Barcellona di fine settecento, tra le manovre politiche tese ad alimentare i sogni di libertà delle colonie americane, e le manovre della corporazione dei cioccolatieri che tentano di impedire alla giovane Marianna di continuare a vendere cioccolata anche senza la protezione di un uomo, il compito della delegazione francese subisce qualche imprevisto ritardo. Ma anche qui, si risolve tutto con una bella tazza di cioccolata.

Lo stile di scrittura di Care Santos è affascinante, nonostante un tema un po' banale come quello della cioccolata. L'autrice è in grado di tenere alta l'attenzione del lettore anche cambiando di volta in volta epoca e circostanze. Il romanzo è pieno di personaggi femminili forti, donne caparbie che si costruiscono il loro destino, realizzano i propri sogni e hanno sempre un occhio di riguardo per i loro compagni di vita di sesso maschile.
Non mi voglio sbilanciare dicendovi che è un capolavoro, ma senz'altro se lo leggerete vi regalerà qualche ora lieta, o almeno vi farà venire voglia di una tazza di cioccolata e scalderà qualche vostra serata invernale.















Totalmente insoddisfatta da "Il diario di Mr Darcy" di Amanda Grange

Buonasera lettori, per fortuna un libro tira l'altro perché dopo una delusione ci vuole immediatamente qualcosa di diverso per risollevarsi. E' per questo che stasera vi parlo con animo un po' meno bellicoso di quanto avrei fatto una settimana fa, appena concluso il libro che avevo scelto per l'obiettivo della Challenge in cui si richiedeva di leggere un derivato da un romanzo di Jane Austen.

Trama:
Fitzwilliam Darcy è l'eroe romantico che da duecento anni a questa parte continua a conquistare il cuore di milioni di lettrici in tutto il mondo. In questa coinvolgente e fedele rivisitazione di "Orgoglio e pregiudizio", finalmente la storia di Darcy ed Elizabeth viene raccontata dal punto di vista di lui. Per la prima volta abbiamo accesso ai suoi pensieri e sentimenti più intimi, riversati nelle pagine del suo diario, e a tutti quei momenti e quelle situazioni a cui nell'originale si fa solo cenno. All'apparenza freddo e distaccato, Darcy in realtà ha un temperamento passionale: possiamo condividere la sua furia e la sua indignazione nello scoprire il proposito della sorella di fuggire con George Wickham, la sua buona fede nell'adoperarsi per separare l'amico Charles Bingley da Jane Bennet e il suo disgusto nel dover di nuovo aver a che fare con Wickham, che ora insidia proprio la famiglia Bennet. Ma, sopra ogni altra cosa, attraverso le parole di Darcy ripercorriamo la sua storia d'amore con Elizabeth in tutte le sue sfumature, dall'iniziale ostilità all'irresistibile attrazione, dal conflitto interiore fino all'indimenticabile lieto fine.


La storia ormai la conosciamo tutti, non starò qui a sprecare parole sulla trama. Quindi vado dritta al punto e vi elenco tutti i difetti, a mio parere, di questo libro.
L'espediente del diario non mi ha entusiasmato per niente, nonostante l'infaticabile lavoro che deve aver fatto l'autrice per incastrare il più fedelmente possibile tutti gli avvenimenti del romanzo originale.
I primi capitoli sono tutto uno scopiazzamento dei dialoghi dell'originale, con la sola variazione della narrazione in prima persona anziché in terza.
Quello che mi hanno trasmesso tutti i personaggi compreso il protagonista è stata un'esaltazione delle loro caratteristiche peggiori: l'ego smisurato di Darcy, l'impertinenza di Elizabeth, l'ingenuità di Bingley, la perfidia di Caroline, la malizia di Lydia, la vacuità di Mrs Bennet, la superbia di Lady Catherine, e via dicendo, al punto che mi sono domandata se non fossi davanti a una specie di macchietta. Insomma, l'arguzia di zia Jane nel cogliere le contraddizioni della società è impareggiabile, e fatevene una ragione.
Il tormento interiore di Darcy, che è ovviamente il fulcro del libro, è stato talmente monotono e ripetitivo che non vedevo l'ora di arrivare alla fine.
Anche tutti quegli avvenimenti taciuti nell'originale e che qui danno un senso e in un certo modo completano la storia, non mi hanno entusiasmato, e avrei preferito non doverli immaginare attraverso la penna della Grange, ma piuttosto lasciarli in un alone di mistero.

Insomma, un fiasco sotto tutti i punti di vista, perfino il finale in cui la Grange si concede la licenza di immaginare un ennesimo amore che sboccia, per me ha snaturato del tutto Orgoglio e Pregiudizio.
Assolutamente non consigliato.