domenica 19 marzo 2017

Pensaci quando fai la spesa. "Quattro etti d'amore, grazie", di Chiara Gamberale

Buonasera lettori! Recensione dell'ultimo minuto, come sempre, in vista della scadenza degli obiettivi della Challenge a cui sto partecipando. Stasera vi parlo di un libro che ho corteggiato a lungo ma di cui ho sempre posticipato la lettura, per un motivo o per un altro. La trama mi affascinava parecchio, perché anche io sono una di quelle persone che spia nel carrello degli altri quando faccio la spesa.

Trama:
Quasi ogni giorno Erica e Tea s'incrociano tra gli scaffali e le casse di un piccolo supermercato. Erica ha 33 anni, un posto in banca, un marito devoto, una madre stralunata, un gruppo di ex compagni di classe su facebook, due figli che crescono. Tea Fidelibus è l'attrice protagonista della serie tv di culto "Testa o cuore", ha un passato complesso, un padre ingombrante, una carriera lanciatissima, un marito fascinoso e manipolatore. Erica fa la spesa di una madre di famiglia, Tea non va oltre gli yogurt light e il sushi in vaschetta. Erica osserva il carrello di Tea, la star della tv, e sogna la libertà di una ragazza senza figli, la leggerezza di un corpo fantastico, la passione di un grande amore proibito. Certo non immaginerebbe mai di essere un ideale per il suo ideale. E invece per Tea lo è: di Erica non conosce nemmeno il nome, ma fra sé e sé l'ha ribattezzata "la signora Cunningham". Nelle sue abitudini coglie la promessa di una pace che a lei pare negata ed è convinta sia una donna realizzata. In un gioco di equivoci a tratti disperato a tratti esilarante, Erica e Tea si spiano e si aggrappano a piccoli indizi che per ognuna raccontano la felicità dell'altra ma nello stesso tempo sottolineano il malessere che le fa sentire distanti rispetto alla vita che conducono. L'appello all'esistenza dell'altra diventa così l'occasione per guardare in faccia le proprie scelte e non confonderle con il destino. Che comunque irrompe nelle case di entrambe...


Lo ammetto, quando vado al supermercato per la spesa settimanale, sono un'abitudinaria. Il giro tra gli scaffali prestabilito, perlomeno per le cose indispensabili come la frutta l'acqua il pane e il parmigiano. Poi arrivo in cassa e spio nel carrello degli altri, l'avete mai fatto? "Dimmi cosa compri e ti dirò chi sei". Ma si può semplificare e categorizzare davvero in questo modo la vita di una persona o il quadro di una famiglia intera?
Questo libro ti insegna che no, non si può.
Erica immagina Tea, l'attricetta in voga, consumare pasti esotici con un aitante marito, alla fine dei quali i due si rivoltolano entusiasti tra le lenzuola facendo acrobazie inenarrabili.
Tea immagina Erica, la donna di casa per antonomasia, spargere farina e felicità attorno a sé, sempre circondata dall'indefesso amore dei suoi due pargoli e di un devotissimo e innamoratissimo marito.
Niente potrebbe essere più lontano dalla realtà.

Tea è intrappolata in un matrimonio con un eterno Peter Pan, un uomo che ha perso ispirazione e iniziativa e che invece di vivere, subisce la vita passivamente, addossando le colpe del suo fallimento a chiunque tranne che a se stesso. Per questo Tea ha un amante, il personal trainer metà napoletano metà californiano, che le alleggerisce l'esistenza. Ma anche per questo Tea non riesce a lasciare suo marito, per quella bizzarra tendenza di alcune donne a considerarsi mamme anziché mogli, pensando che egli sia un bambino da proteggere anziché un uomo da mettere di fronte alle proprie responsabilità.

Erica si è creata una specie di bolla in cui si aliena dal mondo e dalla vita che le scorre attorno ma che non la tocca. Vive in una specie di bovarismo, allettata dalle frivolezze e dalle cose superficiali, naviga su Facebook rivangando le dolcezze e le amarezze dell'adolescenza, e rischia di perdere tutto quello che si è costruita: il marito, i figli, il lavoro, la solidità del matrimonio, la stabilità interiore.

Il libro gioca su tutta una serie di equivoci, perché entrambe le protagoniste, facendo la spessa nello stesso supermercato di quartiere, si spiano a vicenda il carrello e fanno supposizioni e ipotesi sulla vita dell'altra, e a vicenda si invidiano un tipo di esistenza che in realtà è l'esatto opposto. E' una carrellata favolosa di spaccati quotidiani di due comunissime donne che hanno a che fare nel proprio privato con un'intera gamma di idiosincrasie e paranoie, preoccupazioni, impegni, sogni, fallimenti. E' pieno di personaggi "scomodi" ma per questo dai contorni più vividi, più definiti, di quelli che vorresti scuotere dal torpore, o per cui ti scappa un applauso per la grinta che hanno dimostrato.

E' un romanzo carico di spunti per riflettere sulla quotidianità, sulle scelte di vita, sul giardino del vicino che sembra più verde ma non è detto che lo sia. E' un romanzo che dà voce all'amore, alle abitudini e allo sconvolgimento delle abitudini, al guardarsi dentro, alla crescita interiore. Un romanzo che dà consistenza, peso e prezzo all'esistenza. Con un finale, quello di Tea, tra l'altro inaspettato, e che però mi ha un po' deluso.

E' anche la riprova che Chiara Gamberale si sta affermando meritatamente nel panorama letterario italiano, con una scrittura limpida, fresca, scorrevole, vivace. Avete tutti i migliori motivi di questo mondo, insomma, per apprezzare questo libro.














sabato 18 marzo 2017

Il Dan Brown all'italiana. "Le nove chiavi dell'antiquario", di Martin Rua

Cari lettori, riprendiamo la normale routine dei romanzi, che era necessaria dopo la mia ultima lettura, un travaglio di quasi due settimane che, seppure con i suoi lati positivi per arricchimento personale, mi ha destabilizzato. Il libro di cui vi parlo l'ho scelto perché si adattava a due obiettivi delle Challenge a cui sto partecipando, ma non è che mi aspettassi chissà cosa, visto che negli ultimi anni noi lettori siamo stati tormentati dalle versioni più disparate dei romanzi pseudo-storici sulle innumerevoli leggende in circolazione sull'Ordine dei Templari.

                                 

Trama:
Gerusalemme, 1118. Alcuni monaci del neonato Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo, più tardi noti come Templari, fanno una scoperta inquietante nelle viscere del Monte del Tempio. 
Berlino, 1945. Un gruppo scelto di uomini si inoltra nella capitale del Terzo Reich devastata dai bombardamenti, per recuperare un prezioso manufatto.
Napoli, 2012. La vita dell’antiquario Lorenzo Aragona procede tranquilla, finché una giovane donna dell’Est, comparsa misteriosamente, lo trascina in una drammatica vicenda dai risvolti esoterici. 
Ma chi è veramente Anna Nikitovna Glyz e che cosa lega suo nonno al nonno di Lorenzo? Per scoprirlo, i due iniziano un viaggio seguendo tracce e simboli da interpretare e decifrare. Un viaggio che, da Gerusalemme a Berlino, porta a Napoli e a Kiev, fino a Roma, e che presto assume i contorni di una fuga. Perché tutti gli indizi che Anna e Lorenzo trovano conducono a un misterioso e millenario enigma... il Codice Baphomet. Cosa si cela dietro questo antichissimo arcano ideato e tenuto segreto sino a oggi dai leggendari maghi caldei?




Sono sempre stata un'amante dei libri a sfondo storico, soprattutto se ricchi di enigmi e con il ritmo serrato di un thriller. Purtroppo però, vista l'invasione che ha seguito il fenomeno di Dan Brown e Glenn Cooper, negli ultimi anni ci ho dato un freno: finiscono col sembrarti tutti uguali a un certo punto.
Lorenzo Aragona è un antiquario che vive serenamente la sua vita, finché un giorno non incontra Anna Glyz, la quale gli lascia degli indizi per aiutarlo ad uscire dall'inganno in cui è stato tratto da un gruppo di persone che vuole estorcergli una preziosa informazione che qualcuno ha introdotto nel profondo del suo subconscio.. Da quel momento Lorenzo rimette insieme pezzi sparsi della sua vita come in un puzzle, partendo da molto lontano, dal Medioevo e passando per il periodo della seconda guerra mondiale, e ricostruendo parallelamente la storia del leggendario Baphomet custodito dai Templari e la storia della sua famiglia avvolta nel mistero, e indissolubilmente legata all'Ordine. Si attiva così una corsa contro il tempo, in cui Anna e Lorenzo, affiancati da poliziotti e uomini di Chiesa, devono dare la caccia a quell'organizzazione che è sulle tracce del Baphomet per sottomettere la popolazione mondiale.

Devo ammettere che il ripetersi della stessa scena di una apparentemente giornata qualunque di Lorenzo per due capitoli di fila mi aveva intrigata. Ma l'intrigo finisce lì, nel senso che l'autore scopre le sue carte un po' troppo in fretta, col risultato di dare al lettore un romanzo tutto sommato banale. Anna è l'unico personaggio che non ha perso nemmeno un po' della sua aura di mistero fino alla fine e per questo è l'unica che mi è risultata gradevole. Lorenzo è un uomo buono e forse un po' ingenuo, il Robert Langdon all'italiana ma meno affascinante. I dialoghi con la polizia mi sono sembrati forzati, e l'intrigo dei cattivi fin troppo scontato. Ho apprezzato che sia stata inserita la nota medico-scientifica, ma non aggiunge nulla di entusiasmante al resto del romanzo. Anche il finale l'ho trovato prevedibile, e non presagisce niente di accattivante per il seguito che è stato scritto.

Sono rimasta delusa nonostante non nutrissi grandi aspettative. Il libro è scorrevole e non catastroficamente noioso, ma vale poco rispetto ai miei standard di thriller storico, non credo che leggerò il seguito.



















"Zero Zero Zero", di Roberto Saviano

Cari lettori, dovete perdonare la mia latitanza delle ultime settimane, il fatto è che sono stata risucchiata da un buco nero. Tutta colpa del libro di cui sto per lasciarvi le mie considerazioni. Poche righe in realtà, perché non è un romanzo di cui scandagliare lo stile, i personaggi e la trama. Quello che voglio condividere con voi, andando al di là dei risvolti sociali/politici/economici/morali, è semplicemente la mia indignazione.

La cocaina: la merce più usata, trafficata, desiderata del nostro tempo. Il sogno dell’eccesso senza limiti che corrode le nostre vite e la nostra società. Il petrolio bianco che accende i corpi ma distrugge le menti. Le infinite vie del narcotraffico. Dal Messico alle spiagge di Miami, dalla Colombia alla Russia, dall’Africa alle strade di Milano, New York, Parigi. Il viaggio di un grande scrittore nei gironi infernali del mondo contemporaneo. Dove la ferocia dilaga incontrastata ma i boss hanno imparato tutte le regole più sofisticate del business. Le radici profonde della crisi economica attuale, il dilagare del capitalismo criminale, l’assalto mafioso ai santuari della finanza da Wall Street alla City. Il bisogno di raccontare, la potenza delle storie. Uno straordinario romanzo-verità, il capolavoro di uno degli autori più importanti e più amati.



Quando ho deciso di prendere in mano il secondo libro di Saviano, lo sapevo a cosa andavo incontro. Il contatto ravvicinato con le storie di camorra di "Gomorra", qualche tempo fa, già mi aveva destabilizzato. Sarà che sono nata in una provincia non tanto lontana da quella in cui si svolgono le storie più chiacchierate, una provincia anche quella permeata da abitudini e regole ispirate a quelle della malavita, ma avevo sentito così viva dentro di me la stessa rabbia di Saviano nei confronti del crimine organizzato e della sua influenza su tutto ciò con cui viene in contatto, al punto che mi guardavo attorno e cercavo il torbido anche nel paese dove vivo ora, un Nord che si crede incontaminato e invece...
Anche "ZeroZeroZero" mi ha spiazzato. Stavolta l'oggetto dell'inchiesta non potrebbe essere più lontano dalla mia vita e dalle mie abitudini, eppure mi ha smosso dentro un'enorme indignazione. Perché non si tratta solo dei milioni di persone che fanno uso abituale di cocaina. Si tratta delle popolazioni sudamericane sfruttate e ricattate che coltivano le foglie. Si tratta delle regioni dilaniate dalle faide tra famiglie di narcotrafficanti. Si tratta di guerriglia, di vittime innocenti, di politici e banchieri che vanno a braccetto con i malavitosi. Si tratta di marinai e skipper strapagati per la traversata transoceanica, si tratta di barattoli di cibo che arrivano fino a noi, inconsapevoli che in mezzo a quei barattoli c'era nascosta la coca. Si tratta della crisi economica mondiale che poteva andare molto peggio se le banche internazionali che sono rimaste in piedi non avessero avuto la liquidità, e parliamo di milioni, versata su conti offshore attraverso rimbalzi tra società fasulle dai principi del narcotraffico.
I numeri di questa inchiesta fanno accapponare la pelle. Fanno riflettere, ti fanno guardare il tuo vicino di casa, il tuo collega, il sindaco del tuo paese, il poliziotto di turno, il medico, le celebrità, con sospetto.


La coca la sta usando chi è seduto accanto a te ora in treno o l'autista al volante dell'autobus che ti porta a casa perché vuole fare gli straordinari senza sentire i crampi alla cervicale. Fa uso di coca chi ti è più vicino. Se non è tuo padre o tua madre, se non è tuo fratello, allora è tuo figlio. Se non è tuo figlio è il tuo capoufficio. Se non è il tuo capo  è sua moglie che lo fa per lasciarsi andare. Se non è sua moglie, è la sua amante a cui la regala al posto degli orecchini e meglio dei diamanti. Se non sono loro, è il camionista che fa arrivare tonnellate di caffè nel bar della tua città e non riuscirebbe a reggere tutte quelle ore di autostrada senza coca. Se non è lui è l'infermiera che sta cambiando il catetere di tua nonna e la coca le fa sembrare tutto più leggero, persino le notti. E' il chirurgo che sta per operare tua zia e con la coca riesce ad aprire anche sei persone in un giorno. Sono i camerieri che ti serviranno al matrimonio di sabato prossimo, se non sniffassero non riuscirebbero ad avere in quelle gambe così tanta energia per ore. Se non sono loro, è l'assessore che ha appena deliberato le nuove isole pedonali, e la coca gliela danno gratis in cambio di favori. Se non è lui, è la ragazza del call center che ti risponde con voce squillante e chiede in cosa può esserti utile. E' l'attaccante che ne fa uso, quello che ha segnato un gol rovinandoti la scommessa che stavi vincendo a pochi minuti dalla fine della partita. Usa coca la prostituta da cui vai prima di tornare a casa, la prende per non dover più vedere chi le è davanti, dietro, sopra , sotto. La prende il gigolo che ti sei regalata per i tuoi cinquant'anni, gli dà la sensazione di essere il più maschio di tutti. Se non lui, il notaio da cui non vorresti mai più tornare, che usa coca per non pensare agli alimenti da pagare alle mogli che ha lasciato. Se non è lui, è il taxista che impreca contro il traffico ma poi torna allegro. La usa l'ingegnere che sei costretto a invitare a casa perché forse ti aiuta a fare uno scatto di carriera. E' il vigile urbano che ti sta facendo una multa e mentre parla suda moltissimo anche se è inverno. Oppure è il lavavetri con gli occhi scavati, che riesce a comprarla chiedendo prestiti, o è quel ragazzo che rimpinza le auto di volantini cinque alla volta. E' il politico che ti ha promesso una licenza commerciale, quello che hai mandato in parlamento con i voti  della tua famiglia ed è sempre nervoso. O è l'oncologo da cui sta andando a parlare e ti hanno detto essere il migliore, lui quando tira si sente onnipotente. O è il ginecologo che si sta dimenticando di buttare la sigaretta prima di entrare in stanza e visitare tua moglie che ha le prime doglie. E' tuo cognato che non è mai allegro, è il ragazzo di tua figlia che invece lo è sempre. Se non sono loro, allora è il pescivendolo che sistema il pesce in bella mostra, o il benzinaio che sbrodola la benzina fuori dalle auto. O è il medico della mutua che ti fa entrare senza fare la fila perché a Natale sai cosa regalargli. La usa il portiere del tuo palazzo, la professoressa che dà ripetizioni ai tuoi figli, l'insegnante di piano di tuo nipote, il costumista della compagnia di teatro che andrai a vedere questa sera, il veterinario che cura il tuo gatto. Il sindaco da cui sei andato a cena. Il costruttore della casa in cui vivi, lo scrittore che leggi prima di dormire, la giornalista che ascolterai al telegiornale. Ma se, pensandoci bene, ritieni che nessuna di queste persone possa tirare cocaina, o sei incapace di vedere o stai mentendo. Oppure, semplicemente, la persona che ne fa uso sei tu. 

E, come mi è successo altre volte in passato leggendo i libri di personaggi che hanno sfidato la morte per seguire una storia, personaggi del calibro di Oriana Fallaci e Tiziano Terzani, mi scappa anche qui un inchino virtuale a Roberto Saviano, che ha voluto mettere la verità al primo posto, più importante della sua stessa vita





lunedì 13 marzo 2017

GdL Librarsi: l'incontro di marzo 2017

Ben ritrovati lettori! Questa sera vi aggiorno sull'ultimo incontro del Gruppo di Lettura Librarsi, anche se controvoglia. Come alcune mie "colleghe" della Challenge sanno dopo il mio caustico sfogo su Facebook, il libro scelto per l'incontro non mi ha appassionato per niente. Il tema centrale, così come viene presentato da entusiastici pareri sul web, poteva essere un ottimo spunto per un romanzo di un certo spessore, e invece questo libro è entrato di diritto nella mia Top Five dei Worst Book of the Year 2017, anzi vi preannuncio che si guadagna la nomination per la rosa dei candidati al Worst Book Ever Award.

Trama:
Lara è una donna in crisi. Il marito l'ha abbandonata improvvisamente per una più giovane di lei. Disperata, lascia Milano e, su consiglio di un amico, parte per il Perù.  A contatto con una cultura e un ambiente tanto differenti dai suoi, impara a scoprire se stessa, diventando forte, indipendente, femminile e saggia.
Tata Sabino e Mama Maru, i suoi maestri 'curanderos', la guidano in un percorso iniziatico che la porterà a superare prove che prima pensava impossibili: domare e cavalcare animali selvaggi, andare in cerca di visioni nella foresta amazzonica, tuffarsi in lagune gelate, attraversare ponti sospesi sull'abisso, conoscere la sessualità sacra.
Fino a scoprire e fare proprio un modo sconosciuto e più autentico di essere donna. L'antica cultura andina, contrariamente a quella occidentale, è fortemente orientata al femminile; sostiene che il primo essere umano comparso sulla terra era una donna e ha come divinità principale 'Pachamama', la dea natura. Un modo completamente diverso dunque di intendere la società, il matrimonio, il sesso.
Una guida spirituale in forma di romanzo capace di rivelare prospettive illuminanti sulla vita di coppia e sulla femminilità. Un viaggio fra i curanderos delle Ande alla scoperta di un modo più autentico di essere donna.


Un libro inqualificabile sotto tutti i punti di vista, al punto che tutto quello che potrei dirvi mi sembra blogospazio sprecato, che sarebbe meglio dedicare a qualcosa di più meritevole. Uno stile di scrittura che lascia a desiderare, degno di un dilettante da concorso a premi di paese. Una storia che fa acqua da tutte le parti, inverosimile dal punto di vista sociale e linguistico. Una protagonista che dovrebbe incarnare la donna avventuriera e coraggiosa che prende in mano la propria vita per cambiarla e invece si ricopre solo di ridicolo. Strati su strati di stereotipi sulle abitudini del Sud Italia che mi hanno solo fatto infuriare. Dialoghi scialbi, ricostruzioni che sanno di fantasia infantile. Insomma, non so nemmeno spiegarmi come io abbia fatto a superare la metà del libro, un orrore!

La nota positiva, come sempre, dei nostri incontri mensili del GdL è il cibo. Ho scoperto che la dieta peruviana si basa molto sulle patate, di cui in Perù si coltivano infinite varietà, e quindi ecco a voi la causa rellena, sformato freddo di patate ripieno di tonno e verdure..




Vi lascio di seguito il link di questa gustosissima ricetta:

http://blog.giallozafferano.it/ricettecampagna/causa-rellena-ovverosia-sformato-freddo-di-patate-con-tonno-e-dragoncello/


Questo libro, purtroppo, ha infranto il mio personale quadro di massima stima per gli autori sudamericani, e mi ha insegnato che non si può fare di un'erba un fascio. Oppure è l'eccezione che conferma la regola.. Bah, comunque, Sconsigliatissimo!








domenica 19 febbraio 2017

"Segreta Penelope" (e molti interrogativi sociali), di Alicia Gimenez Bartlett

Buonasera lettori, stavolta vi parlo di un libro che mi ha completamente catturata per un'intera settimana. A leggere la quarta di copertina e a contare il numero delle pagine diresti che è bello succoso, sì, come argomento ma che si lascia leggere in breve tempo. E invece devo dirvi che ha stimolato in me così tanti e lunghi ragionamenti su quello che a mano a mano leggevo che adesso non sono più tanto stupita di averci messo tanti giorni a finirlo.

Trama:
Per chiunque abbia fatto parte della generazione che fu giovane negli anni Settanta del Novecento, la generazione dell’autrice, Sara – la Penelope segreta, che s’è rifiutata di aspettare, di questa indagine narrativa su un suicidio – è un essere molto familiare. C’era una Sara, più o meno vicina al modello, quasi in ogni gruppo, nota, conosciuta o mitizzata in ogni compagnia di amici e di colleghi di studio. Magnetica incarnazione dello spirito del tempo; prova apparente che il buon selvaggio non fosse un mito ma il futuro liberato dalla corruzione del potere civile. E l’incarnazione si realizzava nella libertà sessuale: naturale, autentica, mai esibita, antiideologica, Eros trionfante su Thanatos, Dioniso su Apollo, l’innocenza infantile del piacere sulla malizia del vizio. E naturalmente tale identificazione della libertà con la sessualità doveva apparire ancora più naturale ed anticonformista nella Spagna da poco uscita dal bigottismo del Franchismo della Sara di questo libro. Ma nessuno sapeva di cosa ne sarebbe stato di una Sara dopo il tragico inevitabile; dopo il trauma di scoprire che anche quella libertà era solitaria e illusoria, e obbligatorio il ritorno ai ruoli donneschi di madre e di moglie.
Il romanzo di Alicia Giménez-Bartlett invece parte da qui. E mira a ricostruire che cosa successe a Sara nel corso del tempo del dopo. Lo rievocano, i giorni successivi al suicidio di Sara, le amiche che formavano il suo gruppo, il bolso personaggio che ne divenne il marito, la figlia che mai poteva amarla, fino alla scoperta del più intimo ultimo segreto, dell’ultimo inaccettabile amore: pezzi di memoria strappati con dolore dall’amica che narra in prima persona; ricordi nostalgici e pieni di un affetto senza comprensione; oppure le giustificazioni del conformismo alle ferite inferte come in riti sacrificali di espiazione. La rivincita sorda, progressiva e crudele dell’ordine sul caos creativo. E il ritratto della splendida persona sconfitta dalla Penelope segreta appostata in ogni vita di donna, si piega in modo inquietante a una domanda sul tempo: che è troppo e troppo poco.



Sara, appena passati i cinquant'anni, si suicida ingurgitando dei barbiturici. Dopo il suo funerale l'autrice, l'io narrante, amica di gioventù di Sara, resuscita tutti i ricordi, i dialoghi e le loro bravate giovanili, alternandoli col racconto del presente, della sfilata degli amici di sempre che si presentano da lei, affermata scrittrice, per ripulirsi la coscienza riguardo alle circostanze che hanno condotto Sara alla decisione estrema.

Fin dalle prime pagine traspare l'intensa ammirazione che l'autrice nutre per Sara, la musa del sesso, la collezionista di falli, la donna nata per essere libera e selvaggia, per vivere al di sopra delle convenzioni, delle leggi sociali, dei doveri, dei sensi di colpa. Dalle vicende goliardiche degli anni dell'università e della rivoluzione sessuale, la narratrice accompagna per mano il lettore lungo tutte le vicissitudini della vita di Sara.

Dopo l'aborto seguito a una gravidanza indesiderata, le amiche Berta e Ramona si auto conferiscono il ruolo di consigliere sullo stile di vita di Sara, imponendo un ordine dettato dalle convenzioni sociali al caos che regna nella sua vita: un matrimonio con un intellettuale dalla idee parecchio confuse, che riesce a imbrigliare quello spirito libero relegandola al ruolo di moglie, e in seguito a quello di madre. Qui, secondo l'autrice, che resta anonima fino alla fine, inizia il declino di Sara. Il punto di vista è molto soggettivo in tutte le pagine, ma smuove un sacco di interrogativi su ciò che si reputa comunemente giusto e sbagliato. Sara raccattava gatti randagi e frequentava disagiati, li accoglieva indistintamente in casa sua, gioiva della vita, raccoglieva il piacere dovunque lo trovasse, e chi dice che tutto questo sia sbagliato? Il lavoro, il matrimonio, la maternità, sono necessari? Fino a che punto dobbiamo ritenere giusto conformarci alla massa, in base a quale criterio ci reputiamo persone normali? La psicanalisi aiuta davvero le persone oppure uccide la soggettività riducendoci a una mera materia di categorizzazione dei disturbi psichici? Quale potere ha un'amica o uno psicanalista per ergersi a giudice della vita altrui? Può una madre diventare tale controvoglia e per sua stessa natura non riuscire ad amare sua figlia? Perché una figlia deve subire la decisione imposta da qualcun altro di venire al mondo e passare la vita a odiare sua madre perché da quando era in fasce non ha mai avvertito quel legame che diamo per scontato tra madre e figli? Perché sembra più facile cercare di convertire una persona a ciò che si pensa sia bene per lei solo perché "è così che fanno tutti" piuttosto che domandarsi cosa sia veramente bene per quella persona?

Intorno a questi e molti altri interrogativi gira tutto il romanzo, che a tratti sembra un giallo, ma è più che altro una intensa analisi della società, del conformismo viziato dagli stereotipi della cosiddetta ricerca della felicità.

Un libro che vi consiglio assolutamente di leggere, prendendovi del tempo, e a mente serena, perché vi darà molto su cui riflettere.








domenica 12 febbraio 2017

Scaldano l'inverno "Tre tazze di cioccolata", di Care Santos

Come spiegavo nel post precedente, per fortuna è arrivata una lettura piacevole dopo il fiasco del diario di Darcy. Libro, anche questo, scelto come obiettivo di una Challenge, ma vi devo dire che ero un po' scettica, e che l'unica cosa a convincermi a prenderlo in biblioteca era stata l'elogio in quarta di copertina di nientepopodimeno che Ildefonso Falcones.



Trama:
Sara, moglie e madre modello, è proprietaria di un negozio che a Barcellona è sinonimo di cioccolato, ed è fiera di continuare la tradizione di famiglia. Prima ancora di lei Aurora, la cui madre era al servizio di una famiglia borghese del XIX secolo, per la quale la cioccolata è qualcosa di proibito e peccaminoso. E all’inizio di tutto c’era Marianna, moglie del cioccolataio più famoso del XVIII secolo, inventore di una macchina prodigiosa. I destini di queste tre donne sono intrecciati e indissolubilmente legati alla storia di un’antica cioccolatiera di porcellana, che passa di mano in mano trasmettendo l’amore per la cioccolata, la vita e il coraggio di inseguire i propri desideri.






Non è la prima volta che mi capita di leggere un libro che abbraccia diverse generazioni di persone a prima vista slegate tra loro, ma in realtà unite da un particolare oggetto. Mai prima d'ora però l'oggetto in questione era stato qualcosa come una cioccolatiera di porcellana!
Il libro inizia ai giorni nostri e procede a ritroso nel tempo, e già questa per me è una trovata geniale. Procede poi come un'opera lirica, divisa in atti e intervallata da interludi. L'ultimo atto spiega la provenienza di questa cioccolatiera, appartenuta a donne diverse in epoche lontane tra loro, tutte accomunate da un'intensa passione per la dolce e calda bevanda che allieta i nostri inverni.

Attraverso uno spaccato di vita di ognuna di queste donne, l'autrice racconta ogni volta con innegabile maestria un'epoca, un'ambientazione, usi e costumi, sempre con la misteriosa e bellissima città di Barcellona a fare da sfondo.

Nel primo atto c'è Sara, divisa nell'amore tra due uomini, suo marito Max e il migliore amico di suo marito Oriol. Alternando il presente ai ricordi della loro gioventù, viene fuori un inconsueto ménage à trois, in cui tutti sono consapevoli e complici di un precario equilibrio dei sentimenti. Qui la passione per la cioccolata è il pretesto per far conoscere al lettore le radici barcellonesi dei più grandi mastri cioccolatieri, e per raccontare il contrasto tra l'amore per la tradizione e il desiderio di stravolgerla per creare dei gusti completamente nuovi.

Il primo interludio, invece, spiega come Sara era entrata in possesso di quella cioccolatiera, comprandola da un rigattiere che a sua volta l'aveva ottenuta all'asta dopo la morte di Antonia Sampons...

Nel secondo atto la protagonista è Aurora, figlia di una domestica morta di parto. Aurora viene cresciuta in casa dei Turull, e, coetanea della figlia dei padroni di casa, ne diviene la dama da compagnia. Aurora seguirà la giovane civettuola Candida fino al matrimonio con Antoni Sampons, rampollo della famiglia di cioccolatieri più importante di Barcellona; in casa Sampons, Aurora serve la colazione a letto a Candida tutte le mattine: qui ricompare la cioccolatiera di porcellana bianca da tre tazze con l'incisione blu "Je suis à Mme Adelaide". Anche in questo atto, con sempre grande dimostrazione di amore per la città di Barcellona e una vivida passione per l'opera lirica, la cioccolata in tazza viene presentata come uno dei massimi piaceri della vita.

Nel secondo interludio si scopre come questa preziosa cioccolatiera era passata dalle mani della proprietaria di un bordello a quelle della moglie di Gabriel Sampons, madre di Antoni e suocera di Candida...

Nel terzo e ultimo atto, venato di molto umorismo, si scopre l'esatta provenienza della cioccolatiera. Nella fabbrica di porcellana di Sevres, voluta da Mme di Pompadour, rinomata amante del re Luigi XV, viene prodotta una particolare cioccolatiera per Adelaide, figlia del re, che ha una nota passione per la merenda a base di cioccolata calda. Adelaide invia una delegazione francese a Barcellona, dove il cioccolatiere Fernandes ha inventato e costruito un macchinario per triturare e mescolare le fave di cacao, riuscendo a ottenere la cioccolata migliore d'Europa, la stessa cioccolata di cui vanno matti a Versailles e che Adelaide e sua sorella acquistano in grandi quantità.
La delegazione francese ha il compito, oltre a regalare la preziosa cioccolatiera di porcellana al senor Fernandes, di convincere costui ad andare a costruire lo stesso macchinario alla corte di Versailles e dare qualche consiglio ai loro maitres chocolatier. Purtroppo nella Barcellona di fine settecento, tra le manovre politiche tese ad alimentare i sogni di libertà delle colonie americane, e le manovre della corporazione dei cioccolatieri che tentano di impedire alla giovane Marianna di continuare a vendere cioccolata anche senza la protezione di un uomo, il compito della delegazione francese subisce qualche imprevisto ritardo. Ma anche qui, si risolve tutto con una bella tazza di cioccolata.

Lo stile di scrittura di Care Santos è affascinante, nonostante un tema un po' banale come quello della cioccolata. L'autrice è in grado di tenere alta l'attenzione del lettore anche cambiando di volta in volta epoca e circostanze. Il romanzo è pieno di personaggi femminili forti, donne caparbie che si costruiscono il loro destino, realizzano i propri sogni e hanno sempre un occhio di riguardo per i loro compagni di vita di sesso maschile.
Non mi voglio sbilanciare dicendovi che è un capolavoro, ma senz'altro se lo leggerete vi regalerà qualche ora lieta, o almeno vi farà venire voglia di una tazza di cioccolata e scalderà qualche vostra serata invernale.















Totalmente insoddisfatta da "Il diario di Mr Darcy" di Amanda Grange

Buonasera lettori, per fortuna un libro tira l'altro perché dopo una delusione ci vuole immediatamente qualcosa di diverso per risollevarsi. E' per questo che stasera vi parlo con animo un po' meno bellicoso di quanto avrei fatto una settimana fa, appena concluso il libro che avevo scelto per l'obiettivo della Challenge in cui si richiedeva di leggere un derivato da un romanzo di Jane Austen.

Trama:
Fitzwilliam Darcy è l'eroe romantico che da duecento anni a questa parte continua a conquistare il cuore di milioni di lettrici in tutto il mondo. In questa coinvolgente e fedele rivisitazione di "Orgoglio e pregiudizio", finalmente la storia di Darcy ed Elizabeth viene raccontata dal punto di vista di lui. Per la prima volta abbiamo accesso ai suoi pensieri e sentimenti più intimi, riversati nelle pagine del suo diario, e a tutti quei momenti e quelle situazioni a cui nell'originale si fa solo cenno. All'apparenza freddo e distaccato, Darcy in realtà ha un temperamento passionale: possiamo condividere la sua furia e la sua indignazione nello scoprire il proposito della sorella di fuggire con George Wickham, la sua buona fede nell'adoperarsi per separare l'amico Charles Bingley da Jane Bennet e il suo disgusto nel dover di nuovo aver a che fare con Wickham, che ora insidia proprio la famiglia Bennet. Ma, sopra ogni altra cosa, attraverso le parole di Darcy ripercorriamo la sua storia d'amore con Elizabeth in tutte le sue sfumature, dall'iniziale ostilità all'irresistibile attrazione, dal conflitto interiore fino all'indimenticabile lieto fine.


La storia ormai la conosciamo tutti, non starò qui a sprecare parole sulla trama. Quindi vado dritta al punto e vi elenco tutti i difetti, a mio parere, di questo libro.
L'espediente del diario non mi ha entusiasmato per niente, nonostante l'infaticabile lavoro che deve aver fatto l'autrice per incastrare il più fedelmente possibile tutti gli avvenimenti del romanzo originale.
I primi capitoli sono tutto uno scopiazzamento dei dialoghi dell'originale, con la sola variazione della narrazione in prima persona anziché in terza.
Quello che mi hanno trasmesso tutti i personaggi compreso il protagonista è stata un'esaltazione delle loro caratteristiche peggiori: l'ego smisurato di Darcy, l'impertinenza di Elizabeth, l'ingenuità di Bingley, la perfidia di Caroline, la malizia di Lydia, la vacuità di Mrs Bennet, la superbia di Lady Catherine, e via dicendo, al punto che mi sono domandata se non fossi davanti a una specie di macchietta. Insomma, l'arguzia di zia Jane nel cogliere le contraddizioni della società è impareggiabile, e fatevene una ragione.
Il tormento interiore di Darcy, che è ovviamente il fulcro del libro, è stato talmente monotono e ripetitivo che non vedevo l'ora di arrivare alla fine.
Anche tutti quegli avvenimenti taciuti nell'originale e che qui danno un senso e in un certo modo completano la storia, non mi hanno entusiasmato, e avrei preferito non doverli immaginare attraverso la penna della Grange, ma piuttosto lasciarli in un alone di mistero.

Insomma, un fiasco sotto tutti i punti di vista, perfino il finale in cui la Grange si concede la licenza di immaginare un ennesimo amore che sboccia, per me ha snaturato del tutto Orgoglio e Pregiudizio.
Assolutamente non consigliato.







sabato 4 febbraio 2017

Per riflettere sull'amore clandestino, "Terapia di coppia per amanti" di Diego De Silva.

Buonasera lettori, stasera vi parlo dell'emozionante e piacevolissima lettura degli ultimi giorni, di un autore per me finora sconosciuto ma di cui sono impaziente di leggere dell'altro. Giacché non mi capitava da tempo di apprezzare così tanto lo stile di qualcuno, oltretutto originario di una terra che un po' ancora mi appartiene: un flusso continuo di pensieri che richiama alla memoria il Joyce dell'Ulysses, ma dosato così bene che non ti accorgi di aver rincorso quei pensieri sulla carta finché non ti ritrovi col fiatone.

Trama:
Due adulti sposati (non tra loro) si ritrovano uniti da una passione incontrollabile e da un amore coriaceo, particolarmente resistente alle intemperie. Viviana è sexy ed elegante, e ha un notevole talento per i discorsi intorcinati. E combattuta fra restare amante e alleviare cosi le infelicità matrimoniali o sfasciarsi la vita per investire in un'altra. Modesto è meno chic, decisamente più sboccato e sbrigativo nella formulazione dei concetti, ma abilissimo nell'autoassoluzione. Modestamente vigliacco, aspirerebbe alla prosecuzione a tempo indeterminato della doppia vita piuttosto che a un secondo matrimonio, visto che già il suo non è che gli piaccia granché. E nella crucialità del dilemma che Viviana trascina Modesto dall'analista, cercando una possibilità di salvezza per il loro rapporto ormai esasperato da scontri e lacerazioni continue. Il dottore è spiazzato nel trovarsi di fronte una coppia inufficiale, libera da vincoli matrimoniali e familiari, che non ha nulla da perdere al di là del proprio amore. Accetterà l'incarico per questa ragione, trovandosi nel mezzo di un conflitto sentimentale drammatico e ridicolo insieme, rischiando di perdere la lucidità professionale.

Devo dire che l'analisi introspettiva di una coppia di amanti mi turbava perché l'infedeltà in generale, ma quella coniugale soprattutto, è per me una cosa totalmente inconcepibile. E invece l'alternarsi di capitolo in capitolo delle due voci, quella di Viviana e quella di Modesto, rende tutto vivace e scorrevole.

Mode e Vivi sono una coppia, non ufficialmente e non sulla carta, ma pur sempre due persone legate da sentimenti tenaci: arriva il momento per loro in cui, come qualunque altra coppia, si comincia a fare un bilancio di cosa si dà e cosa si riceve. L'ufficiosità del loro amore consumato tra messaggini, telefonate rubate e camere prenotate in un B&B di fiducia, non è più sufficiente, bisogna prendere una decisione definitiva. Inizia così un giro di giostra in cui Viviana trascina la sua migliore amica Nelide in sedute di autoanalisi dei sentimenti, e Modesto si lascia sciorinare lezioni di psicologia spiccia da suo padre il donnaiolo. Dopo oltre metà libro di tira e molla, Viviana convince finalmente Modesto ad iniziare una terapia di coppia. Peccato che anche il loro pluripremiato analista viva una relazione extra coniugale: anche lui si troverà suo malgrado a fare i conti con le proprie emozioni clandestine.

Mi è dispiaciuto un po' intuire dei personaggi marginali che aleggiano sulle coscienze dei protagonisti senza venire mai veramente alla luce, ma credo si possa giustificare questa scelta col fatto che la storia è completamente incentrata sulle sensazioni intime dei due protagonisti, e da come subiscono le situazioni e le decisioni esterne. Viviana, concedetemelo, non mi è per niente simpatica, non sono riuscita a sentire empatia con il suo personaggio, mi è sembrata solo una donna sprecata per la sua intelligenza, che tra l'altro è diventata anche un po' frivola e isterica probabilmente per una sorta di crisi di mezza età.

"Se c'è un difetto che accomuna le donne, è il prendere le polemiche alla lontana.
Ogni volta che nasce un'incomprensione o un motivo di attrito,
bisogna attraversare una lunga fase esegetica prima di essere
finalmente edotti su che cazzo gli è andato storto e su cosa ti rimproverano.
Una donna innamorata inquisisce, e tiene all'oscuro dell'accusa.
La cosa più incredibile è che, il più delle volte, 
noialtri imbecilli ci cadiamo in pieno in questo tranello psicopatico.
Stiamo anche lì  a chiederle se per favore ce lo spiega, cosa abbiamo fatto.
Perché è chiaro che la frustrazione di ritrovarti dalla parte del torto
senza neanche sapere come ci sei finito
non è umanamente sopportabile, 
e questo, lei che ti ci ha messo, lo sa."


Modesto, d'altro canto, mi ha fatto spesso sorridere per il suo essere cinico eppure ingenuo, una creatura semplice come la maggior parte degli uomini, con le migliori intenzioni ma mai che ne azzecchi una.

"Incredibile come siano schematici, gli uomini. Quanto poche, 
e soprattutto semplici, siano le regole in base a cui funzionano.
Il maschio è senza dubbio la creatura più accostabile all'animale che conosca.
Mangiare, bere, accoppiarsi, dormire.
E' in queste quattro funzioni essenziali che si riassume la sua esistenza.
Poi, tra una funzione e l'altra, c'è il mistero più insondabile.
Forse sto con Modesto per scrivere il
manuale di istruzioni per il suo uso."


Tra neologismi e parolacce, con tanto di urgenza di rispolverare il buon caro vecchio vocabolario (questo non mi capitava da mesi), il libro fila che è un piacere. Diego De Silva mostra un talento splendido nell'interpretazione di voci diverse senza perdere mai di vista il fulcro della vicenda, analizzando vizi e virtù delle donne e degli uomini, senza false ipocrisie e dando molto materiale su cui riflettere. Ho trovato molto interessante che abbia lasciato il finale aperto, ma mi ha lasciato un enorme buco nero di curiosità non esaudita riguardo alla situazione sentimentale dello psicanalista, peccato.
















domenica 29 gennaio 2017

Irriverente e ironico, "L'assassino, il prete, il portiere" di Jonas Jonasson

Buonasera lettori, stasera vi parlo di un libro che mi ha divertito moltissimo. Dello stesso autore, dietro consiglio di una compare del GdL avevo già letto "L'analfabeta che sapeva contare" (qui la recensione), e quando ho notato che il nuovo libro era perfetto per un obiettivo della Hunting Word Challenge, ho pensato che l'occasione era troppo ghiotta per non essere sfruttata.


Trama:
Johan Andersson, conosciuto da tutti come Anders l’Assassino, è appena uscito di prigione e sbarca il lunario facendo piccoli lavori per i gangster della zona, e li farebbe anche bene se non fosse per il vizio di bere, che inizia a minacciare la sua professionalità. La sua vita subisce una svolta quando Anders incontra Johanna Kjellander, pastore della Chiesa protestante, e un portiere d’albergo (o meglio, di un bordello, appena diventato hotel con una stella). I tre decidono di formare una società basata sulle doti (e la reputazione) di Anders, mentre gli altri si occupano di trovare clienti, gestire le relazioni pubbliche e portare avanti nuove strategie di business. L’impresa funzionerebbe, se non fosse che la curiosità porta l’assassino a chiedersi il perché di ogni cosa e dopo qualche discussione con il pastore, decide di rivolgere le sue domande direttamente a Gesù che, del tutto inaspettatamente, gli risponde! Con la svolta religiosa di Anders, Johanna e Per capiscono che la società è in pericolo e devono elaborare un nuovo piano. In fretta. 




Per Persson, un nome che è un programma, portiere di un ex bordello trasformato in un'infima pensione, pieno di rancore nei confronti di suo nonno che ha sperperato milioni investendo in un settore che non ha retto al progresso, incontra Johan Andersson detto Anders l'Assassino che è appena uscito di prigione e ha deciso di non uccidere più nessuno. Il problema è che Anders non ha altri talenti all'infuori del picchiare le persone perciò, dopo aver conosciuto anche Johanna, una giovane donna costretta dal padre a perseguire la carriera ecclesiastica ma che si definisce atea e ha appena perso il lavoro di pastore nella chiesa, Per si trova suo malgrado coinvolto nell'inverosimile piano di creare una società che accetta di malmenare persone su commissione: Anders l'Assassino si occupa del lato pratico mentre Johanna gestisce le pubbliche relazioni e Per tiene la contabilità.

Per un certo periodo gli affari vanno a gonfie vele. Accade però che Anders l'Assassino inizia a porsi delle domande sulla religione, e dopo essersi fatto istruire dal pastore Johanna riguardo alla Bibbia, ai sacramenti e alla religione, si convince che Gesù l'ha chiamato a sé per illuminare il suo cammino e prendere la retta via. Per la società che incassa milioni di corone svedesi a commessa la decisione di Anders di cambiare rotta vorrebbe dire il collasso ma Johanna sa come sfruttare anche la svolta religiosa. Dopo una fuga rocambolesca su un camper rubato e con tutti i milioni incassati per "lavoretti" accettati ma non portati a termine da Anders, alla Svezia intera viene mostrato il nuovo volto di Anders l'Assassino: un benefattore che devolve in beneficenza tutti gli introiti illeciti della sua precedente attività, e, sebbene con alle calcagna tutta la masnada di malfattori rimasti scontenti dal mancato compimento delle loro precise richieste di braccia rotte, gambe fratturate, pestaggi e lesioni varie nei confronti di rivali nemici e debitori poco coscienziosi, il trio decide addirittura di istituire la Chiesa di Anders. Il nuovo pastore Anders, adesso, concede il sacramento della Comunione con fiumi di vino rosso moldavo importato illegalmente e cracker (leggi il sangue e il corpo di Cristo), e predicando la generosità convince i fedeli a versare ogni domenica centinaia di corone in beneficenza, di cui ben il novantaquattro per cento lo intascano i "bisognosi" Per e Johanna.

Neanche questa avventura durerà a lungo, complice l'invidia di un autonominatosi sagrestano non retribuito che, poco prima di morire per il fortuito caso di trovarsi nella traiettoria di una pallottola destinata al pastore Anders, aveva sollevato la dubbia questione della legalità della nuova Chiesa istituita con l'Agenzia del Fisco svedese. Il funzionario mandato dall'Agenzia delle Entrate troverà però solo un Anders ubriaco e impasticcato a sua insaputa da Per e Johanna, con dei fumetti al posto dei libri contabili, mentre questi due fuggono con il grosso del bottino. Ma non andranno lontano: i vecchi nemici della prima società rimasti delusi requisiscono in breve tutti i milioni di corone guadagnati tramite la Chiesa, ma almeno il portiere e il pastore hanno salva la vita mentre Anders l'Assassino viene incarcerato per una lunga lista di reati.

Qualche tempo dopo la coppia, che nel frattempo ha scoperto di odiare un po' meno il mondo in virtù del reciproco amore, sta per avere una bambina, ma entrambi sentono come un peso sul cuore per aver abbandonato Anders e la tasca un po' troppo alleggerita rispetto ai bei tempi della Chiesa. Sta prendendo forma un nuovo piano: Anders sta per essere rilasciato per buona condotta e stavolta a essere sfruttata sarà l'immagine di un Babbo Natale generoso: basandosi sul motto "dare per ricevere", un allegro Babbo Natale con una lunga barba vera impersonato da Anders l'Assassino, bussa alle porte di tutti i bisognosi per regalare soldi. Complice poi la pubblicità mediatica e un sito internet, da tutti i paesi del Nord Europa iniziano ad arrivare donazioni per aiutare il misterioso omone vestito di rosso a continuare a dare una speranza ai poveri e ai disadattati.
Il portafoglio di tutti comincia a gonfiarsi di nuovo a dismisura...


Questo libro ha un sacco di pregi, che non saprei da dove cominciare. E' scorrevole e si lascia leggere velocemente, è una lettura leggera eppure ricalca molti paradossi della cultura contemporanea facendo riflettere, è ironico e irriverente, con una sfilata di personaggi improbabili che vivono avventure altrettanto improbabili ed esilaranti. Devo ammettere con una punta di rammarico che non siamo ai livelli di "L'analfabeta che sapeva contare", che se non altro ha una trama molto più complessa e meglio congegnata e dei personaggi più delineati, ma l'umorismo di Jonasson è assolutamente contagioso. Ve lo consiglio vivamente come lettura frivola per impegnare qualche ora col sorriso sulle labbra.










giovedì 26 gennaio 2017

Gdl Librarsi: l'incontro di gennaio 2017

Ben ritrovati cari lettori! Ieri sera c'è stato l'incontro mensile del nostro GdL in biblioteca e come al solito vi parlo delle nostre impressioni su questo romanzo super conosciuto.



Trama:
Al principio del 1939 Heinrich Harrer, ex campione di sci e famoso alpinista austriaco, viene scelto per partecipare alla spedizione sul Nanga Parbat. Tornerà in patria solo dopo incredibili eventi: sarà internato in un campo di concentramento, evaderà più volte, riuscendo a penetrare in terre mai visitate da un occidentale e a fare amicizia con il giovane Dalai Lama; ma soprattutto conoscerà e sarà conquistato da una cultura antica e affascinante, di cui diventerà il paladino. Un'avventura al limite dell'incredibile - ma anche una testimonianza storica e umana sugli ultimi anni del Tibet indipendente, alla vigilia della drammatica invasione delle truppe cinesi.





Se non fosse accidentalmente rientrato tra gli obiettivi di una Challenge avrei molto probabilmente mollato questo libro molto prima di arrivare a metà. Heinrich Harrer racconta qui in prima persona la sua esperienza nel Tibet a stretto contatto con un popolo le cui abitudini sono perlopiù sconosciute e/o fraintese. Fin qui mi pare anche un dignitoso intento; peccato che, per stessa ammissione dell'autore nelle prime pagine, egli non sia propriamente un maestro nel narrare. E sorge spontanea una domanda: "Assumere un ghostwriter, nooo???"
Pazienza, chiudiamo gli occhi, annuiamo e proseguiamo.
Harrer si trova coinvolto nel bel mezzo dei contrasti della seconda guerra mondiale mentre, in compagnia di altri esperti scalatori, sta valutando gli accessi alla catena dell'Himalaia. Fugge quindi da un campo di concentramento indiano e insieme ad alcune persone inizia il calvario che dovrà condurlo nel neutrale Tibet, che all'epoca si rifiutava categoricamente di dare asilo agli stranieri, per timore che corrompessero in qualche modo il loro pacifico stile di vita.

Per buona metà del libro l'autore vorrebbe generare nel lettore un senso di smarrimento e di angoscia per il proprio destino, la fatica e gli ostacoli di un clima ostile nonostante il paesaggio mozzafiato, ma io non ho colto nessuna di queste emozioni, opinione condivisa dal resto del GdL. Sembra una coscienziosa e minuziosa sequela di avvenimenti senza il minimo pathos. Ma, come dicevo, mi sono obbligata a proseguire per il bene del mio punteggio nella Challenge. :D

Oltre la prima metà del libro, dopo numerose sofferenze causate nel lettore da una sintassi sconclusionata e confusionaria, la combriccola di alpinisti riesce finalmente a raggiungere la grande città di Lhasa, dove risiede il Dalai Lama. Qui, ad un tratto, nella descrizione delle usanze tibetane, della storia del paese, delle abitudini quotidiane e di quelle in occasione delle festività, della religione e di come questa si intrecci a doppio filo con il sistema politico e giuridico, l'autore svela finalmente una tecnica di scrittura non più così tanto noiosa, sebbene continui a saltellare avanti e indietro tra passato e presente, tra storia e superstizione, tra medicina occidentale moderna e bislacchi rimedi spirituali, disorientando il lettore.

Verso la fine, nel raccontare il suo esclusivo rapporto di amicizia con il giovanissimo e geniale Dalai Lama, Harrer mostra finalmente un po' di sana emozione, soprattutto nel momento in cui si vede costretto dall'invasione della Cina a dire addio a un paese che lo ha accolto, contro tutti i pronostici, per sette anni.
Abbiamo trovato interessante venire a conoscenza dei costumi di  un popolo di cui sapevamo davvero poco. Ma lo stile di Harrer ha compromesso tutto quello che si poteva trarre di buono dalla sua esperienza per farne un libro di pregio. Adesso siamo curiose di guardare il film (e non solo per quello gnocco di Brad Pitt, maligne!), perché credo che guardare su schermo i paesaggi descritti nel libro possa sopperire alle varie lacune del libro.




Per l'occasione  mi sarebbe piaciuto provare lo tsampa, il piatto nazionale tipico tibetano, ma purtroppo su internet non si trovano ricette approfondite, quindi per questa volta, mantenendoci nello stile di una parca e modesta dieta orientale, abbiamo pasteggiato con focaccia al burro senza condimento e thé nero amaro.






La mia personale conclusione è che non vi consiglio questo libro, a meno che non siate masochiste, oppure di prenderlo per quello che è: un disperato tentativo da dilettante (e aggiungerei un tantino presuntuoso) con le migliori intenzioni ma la minima resa.








domenica 22 gennaio 2017

Angosciante e intenso, "Scomparsa" di Chevy Stevens

Ben ritrovati lettori, la seconda recensione del giorno riguarda una sorpresa inaspettatamente piacevole. Il libro in questione mi è stato assegnato come obiettivo per la Challenge La Ruota delle Letture e a dire il vero a tutta prima la trama non è che mi entusiasmasse poi tanto..


Trama:
È una mattina d'estate qualunque per la giovane agente immobiliare Annie O'Sullivan. Quel giorno, le sue uniche preoccupazioni sono l'ennesima lite con la madre, l'open house da organizzare in una casa in vendita nel pomeriggio e la cena con Luke, il suo fidanzato. L'open house va per le lunghe, ma quando si presenta un potenziale acquirente dal sorriso gentile, Annie pensa che possa essere il suo giorno fortunato. Non è così. L'uomo le punta una pistola addosso e, dopo averla drogata, la chiude in un furgone. Al risveglio, Annie scopre di essere stata portata in una casa sperduta tra le montagne. Dove si trova? E chi è quell'uomo? Intrecciato con la storia dell'anno di prigionia che viene svelata durante gli incontri con la psichiatra - un secondo filo narrativo racconta l'incubo del ritorno dopo la liberazione: la lotta di Annie per ricomporre un'esistenza ormai spezzata, le ricerche della polizia per identificare il rapitore e il turbamento per la consapevolezza che questa esperienza, sebbene conclusa, è molto lontana dall'essere superata. Un thriller mozzafiato, una storia di paura e dolore, ma anche di sopravvivenza, della forza di raccontare e di esplorare i recessi più oscuri della psiche umana, dove la verità non sempre rende liberi.


Quando mi devo confrontare con un thriller il mio approccio per la maggior parte delle volte è di tipo scettico perché su questo genere in particolare sono piuttosto selettiva: per essere ben congegnato deve possedere dei requisiti imprescindibili. Ma la vera sorpresa di questo romanzo è che non si tratta semplicemente di un thriller.

Annie, dopo la sua mostruosa esperienza, è in cura da una psichiatra nel tentativo di rimettere insieme i pezzi della sua vita. Ed è alla dottoressa che racconta in prima persona la sua terribile e intima verità mentre parallelamente parla delle difficoltà che incontra nel riprendere una vita "normale". Prigioniera per un anno di un uomo, da lei semplicemente chiamato il Pazzo, in uno chalet sperduto in montagna, Annie ha dovuto subire un'insana e incontrollabile mania di controllo: seviziata, torturata psicologicamente e fisicamente, costretta a mangiare e andare in bagno esclusivamente in orari stabiliti da lui, indotta a una psicotica pulizia del corpo e della casa, e ripetutamente stuprata fino a rimanere incinta. Purtroppo la creatura che Annie partorisce si ammala nel giro di poche settimane, e il Pazzo non ha intenzione di muovere un dito per curarla, col risultato che la bambina muore lasciando l'ennesimo strazio nell'animo di Annie, che iniziava ad accarezzare l'idea della maternità come un'ancora di salvezza dallo squallore delle sue condizioni e dal tremendo pensiero di non essere mai più ritrovata. Tuttavia sarà proprio questa tragedia sconvolgente a darle il coraggio e la forza di ribellarsi al suo aguzzino e trovare la libertà.

L'orrore di questa storia, che ti entra dentro e ti stringe le viscere, è che ho passato tutto il tempo a pensare "se capitasse a me?". Perché di storie simili se ne sono sentite tante, molte si sono protratte per anni, qualcuna ha avuto finali ben più tragici per le sopravvissute. La tragedia della sua prigionia l'ho avvertita con lo stesso terrore della protagonista, mi sono impietosita per la sua tendenza alla cosiddetta Sindrome di Stoccolma, ho esultato per i suoi piccoli progressi nel ritorno alla normalità, e sono rimasta scioccata per il colpo di scena durante le indagini. Già, perché quando pensi che l'incubo sia finito ti sbagli: le indagini per scoprire l'identità del rapitore portano sempre a nuove domande la cui risposta è più agghiacciante di quanto potresti pensare.

Lo stile di scrittura è fluido e scorrevole e si lascia leggere velocemente, oltretutto l'alternarsi del racconto tra il passato e il presente tiene viva l'attenzione fino alla fine. I personaggi sono ben delineati nonostante vengano guardati solo dal punto di vista dell'io narrante, cioè Annie, e quindi non obiettivamente, ma parzialmente distorti dai suoi personali sentimenti. Ogni cosa è ben analizzata, il rapporto col fidanzato Luke, l'altalenante amicizia con Christina (che mi è sembrata con i suoi alti e bassi il genere di amicizia più sincera mai letta in un libro), il lutto giovanile e la nostalgia della sorella, il rapporto controverso con la madre, fanno di questo romanzo, più che un thriller, un riuscitissimo e verosimile resoconto del tormento interiore di una superstite che cerca disperatamente di uscire dal ruolo di vittima e di riprendere le abitudini di una vita sana e normale, come mangiare ogni volta che ha fame, andare in bagno quando c'è veramente lo stimolo, sentirsi al sicuro in casa propria senza dover sbarrare porte e finestre, dormire nel proprio letto senza sobbalzare a ogni rumore.

Probabilmente non è un libro per chiunque, perché le emozioni sono intense e angoscianti per la maggior parte delle pagine, ma ve lo consiglio vivamente.
Una volta chiuso il libro, poi, fate come me: fissate per qualche istante la copertina, guardate quelle forbici arrugginite che tagliano l'ala di una farfalla. Una bellissima metafora della tragedia familiare che si svela alla fine.










Catapultata direttamente tra la "Gente di Dublino" di James Joyce

Buongiorno lettori, le ultime due settimane sono state per me intense di letture e oggi riesco a dedicare qualche oretta a parlarvi dei due libri scelti per gli attuali obiettivi della Challenge La ruota delle letture, iniziando da una raccolta di racconti..


Trama:
Considerati tra i capolavori della letteratura del Novecento, questi quindici racconti - terminati nel 1906 ma pubblicati soltanto nel 1914 perché per la loro audacia e realismo gli editori li rifiutarono - compongono un mosaico unitario che rappresenta le tappe fondamentali della vita umana: l'infanzia, l'adolescenza, la maturità, la vecchiaia, la morte. Fa da cornice a queste vicende la magica capitale d'Irlanda, Dublino, con la sua aria vecchiotta, le birrerie fumose, il vento freddo che spazza le strade, i suoi bizzarri abitanti. Una città che, agli occhi e al cuore di Joyce, è in po' il precipitato di tutte le città occidentali del nostro secolo.



"Dubliners" di Joyce era nella mia libreria da un po' ormai e attendeva paziente il suo turno, e quale occasione migliore di questa. Io sono sempre stata molto affascinata dalle ambientazioni nordeuropee e britanniche, dai personaggi e dai paesaggi e, complice una tradizione letteraria di tutto rispetto, nutrivo grandi aspettative su questo libro. In realtà però, sono riuscita a cogliere la bellezza di questa raccolta solo verso la fine.

Lo scopo dell'autore era quello di dare una rappresentazione della comune vita quotidiana di Dublino, mostrando vizi e virtù dei personaggi delle più svariate età e classi sociali. Sarà che non sono mai stata troppo "una da racconti" ma dopo i primi due o tre la mia impressione generale era di qualcosa di potenzialmente interessante troncato sul più bello. Il che, a seconda dei punti di vista, può essere il punto di forza o la debolezza di una raccolta di racconti: perché nel limite dato da quelle poche paginette l'autore può (o non può) darti un tot di informazioni sui personaggi e sul "prima" e sul "dopo" e il resto devi immaginarlo da te.

In questi quindici racconti Joyce esplora l'animo umano in varie tappe dell'età, portando alla luce tutto il buono e il cattivo che caratterizza l'esistenza: l'istintiva ribellione dell'infanzia, l'ardita ambizione della giovinezza, i primi casti amori giovanili, l'avvilimento e l'umiliazione sul luogo di lavoro, il bisogno di evasione da una comunità provinciale verso le dorate promesse delle grandi città europee, l'ambiguo legame con la supersitizione irlandese, l'alto valore dell'amicizia e della religiosità, il prezioso senso della dignità e un vile attaccamento al denaro e alla casta, nonché in diverse occasioni l'analisi spietata della condizione sociale e politica dell'epoca.

Come dicevo, al principio arrivare alla fine di ogni racconto mi dava la sensazione di essere davanti a un arto amputato. In realtà, poi, col procedere della lettura mi si è chiarita la visione d'insieme e ho apprezzato molto l'intento dell'autore.
Il susseguirsi dei racconti secondo l'aumentare dell'età dei protagonisti, la vaga sensazione che i personaggi dei vari racconti fossero in qualche modo legati l'uno con l'altro (per classe sociale, mestiere, o addirittura parentela e stessa cerchia di conoscenze), ma soprattutto lo stile di Joyce mi hanno dato infine un'ottima impressione.
Dublino è resa affascinante tanto quanto altre città britanniche che ho adorato in altre storie, con i suoi palazzi fatiscenti, le botteghe e i pub che odorano di muffa, le case con il camino acceso, i teatri dell'Opera che risplendono di lusso, le carrozze lungo le strade illuminate e affollate. I personaggi sono tutti ben delineati, ma ciò che più mi ha colpito è la sensazione di essere catapultati direttamente sulla scena. Non saprei come spiegarlo meglio, ma la capacità dell'autore è sorprendente; è come origliare da una finestra aperta nel bel mezzo di una conversazione, o seguire due persone da metà del loro tragitto in poi, senza sapere cosa è stato detto e fatto e prima e senza poter conoscere il dopo, semplicemente cogliere sprazzi e spezzoni di vite che racchiudono la completa essenza dei protagonisti: una sensazione stupefacente.

Per questo, anche se non amate il genere del realismo e del naturalismo di inizio Novecento e anche se, come me, non siete esattamente "tipi da racconti", io vi consiglio assolutamente questo libro.





domenica 8 gennaio 2017

Idea regalo fai-da-te: portagioie e portasigarette

Buonasera lettori, le ultime settimane sono state abbastanza frenetiche nonostante qualche giorno di ferie natalizie, però ci tenevo a mostrarvi alcuni dei miei lavoretti che ho regalato a Natale, perché anche quest'anno non ho fatto acquisti ma ho fatto a mano tutti i regali (pochi a dire il vero).

Visto che ultimamente mi sono innamorata della tecnica della carta pesta e ho notato che è molto versatile per creare diverse cose, ho pensato di fare un portagioie e due portasigarette (due amiche che fumano si lamentano sempre dei nuovi manifesti di morte sui pacchetti di sigarette e non sapevano più come fare a evitare di averli sempre sotto gli occhi).



Il procedimento è semplice, come avevo già fatto per il portacorrispondenza, ho ritagliato pezzi di cartone abbastanza spesso per lo "scheletro".




Poi li ho incollati...









E infine li ho rivestiti con tovaglioli colorati
 e spennellati di colla vinilica e acqua.
A intervalli di 24 ore ho ripetuto tre volte
la copertura finché la struttura è diventata
rigida e resistente.



















Ho preso uno di quei tappetini di bambù che si
 trovano nei negozietti di chincaglierie, l'ho
decorato con cuoricini usando le tempere e una
formina da cucina, e l'ho incollato alla scatola,
da sotto fino alla striscia posteriore, lasciando
libera la parte superiore.










Sul davanti della scatola ho fatto un foro in cui
far passare un laccetto argentato in cui ho infilato
due perline recuperate da vecchi bracciali, e ho
annodato all'interno il laccetto.
Un altro laccetto uguale l'ho fato passare tra due
canne di bambù del tappetino, in corrispondenza
del laccetto della scatola, e ho annodato anche
quello all'interno.










A lavoro ultimato ho spennellato i cuoricini
di colla vinilica e ci ho versato sopra la
porporina rossa. Una volta asciugata anche la
porporina ho spruzzato su tutta la superficie
esterna uno spray incolore che fissa e lucida.
Ed ecco fatto il portagioie.






Per quanto riguarda i due portasigarette,
invece, una volta asciugata la carta pesta mi
sono limitata a decorarli usando quello che
avevo in casa.
Uno l'ho ridipinto di nero, ho preso un pezzo di
feltro fucsia, l'ho decorato con pezzi di un orecchino di plastica, l'ho incollato sulla parte posteriore, e per aprirlo e chiuderlo comodamente, sul davanti l'ho fissato con un quadratino di velcro.


L'altro l'ho decorato di cuoricini con lo stesso
metodo usato per il portagioie. Ho preso un pezzo di moosgummi rosso, l'ho decorato lungo tutti i lati con un nastrino da pacchi natalizio e sul davanti con un fiore di plastica staccato da un orecchino, l'ho incollato anche qui sul lato posteriore e fissato davanti con un pezzetto di velcro.

Ed ecco i portasigarette glamour. :)

sabato 7 gennaio 2017

Un esempio di inciviltà, "La lettera scarlatta" di Nathaniel Hawthorne

Ben ritrovati lettori in questo ultimo weekend prima della normale ripresa della routine post natalizia. Oggi vi parlo di un grande classico della letteratura americana, che casca a fagiuolo per le due Challenge a cui ho deciso di partecipare, la Hunting Word Challenge e La Ruota delle Letture.



Trama:
Ambientato nel New England puritano nel XVII secolo, il romanzo racconta la storia di Hester Prynne, una donna che, dopo aver dato alla luce una bimba, frutto di una relazione adulterina, rifiuta di rivelare chi è il padre e lotta per crearsi una nuova vita di pentimento e dignità. La lettera scarlatta è la A che per punizione ogni adultera deve portare cucita sul petto e che "marchia" in modo indelebile le azioni e la coscienza della protagonista, stretta in un patologico triangolo con il marito e con l'antico seduttore in un crescendo di tensione, sofferenza, angoscia






La scelta dell'immagine del libro non è casuale: si tratta proprio dell'edizione del 1968 di F.lli Fabbri Editori che possiedo, ricevuta in dono pareeeecchi anni fa e che mia madre aveva letto da ragazza. Il fatto di rileggere questo libro ha un po' influenzato la mia lettura anche se  non mi ha tolto il piacere di gustare questo ottimo romanzo.

La storia è piuttosto nota, ormai, avendo ispirato più di un film o sceneggiato., ma vi rinfresco la memoria. La narrazione si apre sulla piazza del mercato e la prigione, da cui esce Hester Prynne con in braccio la sua creatura nata da una relazione adulterina: suo marito infatti, il rinomato medico e studioso sempre in viaggio per le sue ricerche, nei due anni passati da quando Hester ha messo piede per la prima volta a Boston non è mai stato visto. Hester si rifiuta ostinatamente di rivelare l'identità del padre della creatura e, data l'attenuante dell'assenza del marito tanto prolungata da crederlo morto, la giustizia cittadina si "limita" a obbligare la donna a portare vita natural durante una grossa A (che sta per adultera) di stoffa rossa cucita sul petto.

Messa sulla piattaforma della gogna ed esposta al pubblico ludibrio per alcune ore come esempio per i peccatori, Hester nota tra il pubblico una figura familiare: suo marito, dato per morto, è tornato a Boston. Il contegno dell'uomo, dopo essersi fatto spiegare da un vicino la colpa di Hester, rimane però dignitoso e distaccato dalla figura che sul palco sta subendo lo sguardo e i commenti dei cittadini scandalizzati. Come lui stesso spiega più tardi a Hester nella cella in cui lei deve rimanere per qualche giorno, non ha intenzione di farsi conoscere col suo vero nome e patire il pubblico disonore: d'ora in poi lui sarà conosciuto come il medico Roger Chillingworth e il suo unico scopo di vita sarà scoprire l'identità di colui che ha disonorato il suo matrimonio e avere la sua vendetta. Hester, per il bene di colui che segretamente ama e sperando di sollevarlo da un'angoscia simile alla sua, accetta di mantenere il silenzio sulla vera identità di Roger Chillingworth. Da questo punto in poi il libro sorvola velocemente sugli anni che passano e, più che un'accurata narrazione di eventi e dialoghi, diventa una sottile e arguta analisi dell'angoscia, del peccato, della colpa.

Da un lato Hester Prynne vive la sua condanna con un senso di pacifico fatalismo, seppellendo la sua femminilità e la sua grazia dietro quell'unico simbolo infamante che la rappresenta nella società e che la rende una reietta, mentre cerca di crescere sua figlia Pearl nel massimo rispetto delle leggi sociali e religiose, si guadagna il pane onestamente col lavoro del cucito e fa beneficenza per i poveri e i moribondi. D'altro canto l'aspetto esteriore di Roger Chillingworth, nei suoi intenti per nulla dettati dalla misericordia, viene trasfigurato completamente dalla sua influenza malefica, accentuando le rughe, la deformità delle spalle, la malignità nello sguardo, e dandogli un sorriso raccapricciante. Dopo pochi capitoli il lettore viene infatti a conoscenza del fatto che il padre della piccola Pearl è Arthur Dimmesdale, uno stimato pastore della cittadina, divorato dal senso di colpa: anche in lui l'aspetto esteriore porta i segni del rimorso; per questo Chillingworth, con la scusa di curarlo da una malattia non ben definita, non fa che aumentare il suo malessere con la sua eterna presenza, che il reverendo, tanto sensibile per natura, avverte come diabolica senza riuscire a spiegarsene il motivo.

Questo romanzo, che per decenni dopo la pubblicazione ha tanto scandalizzato l'opinione pubblica per il semplice motivo di trattare l'adulterio e per di più commesso da un uomo di Chiesa, io l'ho trovato piuttosto una denuncia della morale puritana al tempo delle prime colonie inglesi in America. Infatti, come lo stesso autore sottolinea negli ultimi capitoli, nelle nuove colonie i personaggi di spicco sociale come il governatore e i magistrati, si auto conferivano un'autorità smisurata e imponevano una rigida morale, rinnegavano lo sfarzo che contraddistingueva invece la vecchia cara Londra e facevano calare su tutto ciò che faceva parte della normale vita quotidiana un grigiore e una malinconia senza pari.

Lo stile narrativo è complesso, come si addice a un qualunque scrittore del diciannovesimo secolo, e probabilmente le descrizioni della piccola Pearl sono un po' troppo intrise di superstizione, caratterizzandola con un'intelligenza e un'arguzia che una bimbetta di sette anni non potrebbe avere. Tuttavia non si può non simpatizzare con Hester per la sua pena, come non si può non provare irritazione per la vigliaccheria di padre Dimmesdale e repulsione per Chillingworth.

Non vi svelo altro della trama perché vi rovinerei il finale ma quello che mi è rimasto di questo romanzo è un'immensa malinconia per quello che erano costrette a subire le donne, ma anche gli amanti illegittimi, in una società tanto rozza, dove la legge degli uomini invariabilmente era sottomessa a una male interpretata legge divina.