venerdì 30 dicembre 2016

***The Hunting Word*** - "Gargoyle" di Andrew Davidson

Benritrovati amici lettori! Stasera vi parlo di una piacevolissima scoperta, che ho stanato dalla mia libreria mentre davo la caccia alla parola cuore per la Hunting Word Challenge..
Questo libro fa parte dell'insolito bottino ottenuto durante una sessione di bookcrossing in un bar di periferia del paesino dove abito. Mi ero lasciata catturare molto dalla copertina e dalla trama, e giaceva da tempo dimenticato; quale occasione migliore di una challenge tra blogger per dare una possibilità a libri che attendono con pazienza il proprio turno!



Trama:
Una vita libera da qualunque forma di sentimento o legame, una lucrosa carriera nel mondo della pornografia, un bellissimo corpo votato al piacere: è tutto ciò che l'anonimo protagonista di questo romanzo perde, nell'istante in cui la sua auto si accartoccia tra le fiamme di uno spaventoso incidente. Il giorno in cui si risveglia dal coma, trasformato nel mostruoso ricordo di un essere umano e confinato in un letto d'ospedale, in lui si fa strada la lucida e terribile decisione che da quel momento ogni suo minimo gesto, ogni suo attimo, saranno dedicati a un unico scopo: farla finita.
Un giorno però arriva, del tutto inattesa, una visita. Poco importa che Marianne Engels, ossessiva scultrice di gargoyle di pietra, sia la riottosa ospite dell'adiacente reparto psichiatrico, da cui di tanto in tanto si allontana per vagabondare nei corridoi della clinica. Marianne è l'unica persona che dal giorno dell'incidente gli abbia rivolto la parola e, fatto ancora più affascinante, ha delle storie meravigliose da raccontare, nate forse nei meandri della sua schizofrenia: vicende ambientate nel medioevo tedesco, nel rinascimento italiano, in Giappone, in mille momenti e luoghi diversi, tutte però tenacemente legate da un unico filo: la loro ininterrotta, travolgente, tragica e impossibile storia d'amore. Giorno dopo giorno nella mente del protagonista comincia a insinuarsi il dubbio che, per quanto incredibile possa sembrare, nelle avvincenti farneticazioni di Marianne ci possa essere qualcosa di vero. Ma più forte nel suo cuore si fa strada una nuova sconvolgente certezza: che raccontare una storia può salvare una vita.




Ammetto che all'inizio avevo temuto l'ennesima sviolinata in stile "Io prima di te" (qui la mia intransigente opinione) perché la trama sembra simile. Ma, per mia fortuna, niente a che vedere con quella patacca rosa confetto!
Sorvolando sui primi capitoli, che sembrano davvero estratti pari pari da un'enciclopedia medica conditi da consigli fai-da-te per non crollare psicologicamente in seguito a un devastante incidente col fuoco, non riesco a trovare difetti in questo libro.

Il protagonista, che narra in prima persona e fino alla fine resta anonimo, era un uomo vuoto, solo un involucro, un giocattolo, un corpo bellissimo da usare per dare e darsi piacere, ma senza emozioni, senza legami, senz'anima. Risvegliatosi dal coma si ritrova a dover ricominciare daccapo, a dover accettare il suo nuovo corpo a cui ora mancano dei pezzi, a trovare il coraggio di guardare allo specchio un volto sfigurato, deve reimparare a camminare, a parlare, e per la prima volta deve fare i conti con il resto dell'umanità, deve imparare a creare dei legami. Perché, anche se nelle prime settimane di convalescenza si convince che la soluzione migliore è il suicidio, un incontro gli cambierà la vita.

Marianne si presenta al suo capezzale e gli parla come se lo conoscesse da sempre; gli spiega infatti che non è la prima volta che si incontrano: già nel quattordicesimo secolo, in un monastero tedesco lei aveva curato le sue ferite da ustione e si erano innamorati...
Anche se per brevi periodi Marianne si fa ricoverare nel reparto di psichiatria di quello stesso ospedale, i suoi racconti possiedono la lucidità e la coerenza di un appassionato di storia.. oppure di qualcuno che quelle epoche le ha vissute per davvero. Dove sta la verità? Marianne sostiene di essere al mondo da 700 anni, di essere stata abbandonata davanti al monastero di Engelthal e di avervi passato l'infanzia e l'adolescenza. Fino al momento in cui due mercenari si presentarono ai cancelli del monastero: uno dei due era stato gravemente ferito da frecce incendiarie e il suo compagno chiedeva la carità delle monache perché lo accudissero. Marianne si prodigò oltre il necessario per curarlo e alla fine se ne innamorò, ricambiata. I due amanti fuggirono nottetempo verso il loro destino..

Alla narrazione del protagonista, che racconta la sua guarigione fisica e la sua rinascita psicologica e sociale, iniziano quindi ad alternarsi i racconti di Marianne: non solo la loro storia d'amore cominciata e finita tragicamente nel Medioevo, ma tante altre storie e leggende ambientate in epoche e luoghi lontanissimi tra loro, ma tutte accomunate da un senso di predestinazione dell'amore, una lezione che il protagonista comprenderà appieno solo dopo aver attraversato il suo personale Inferno dantesco, guidato dai personaggi dei racconti evocati da Marianne.

Qualche riflessione... Marianne è un personaggio da cui ho fatto veramente fatica a distaccarmi una volta finito il libro. Una zazzera di riccioli ribelli, un corpo sensuale e armonioso completamente tatuato, il suo bizzarro e maniacale lavoro che consiste nello scolpire gargoyle di pietra (e scolpisce rigorosamente nuda), i suoi rituali propiziatori, la perfetta padronanza di svariate lingue tra cui l'italiano, il giapponese, il tedesco, l'inglese, il gaelico e il latino, la sua abilità di narratrice che svela un confine sottilissimo tra la schizofrenia e una dotta fantasia.. Tutte queste qualità la rendono un personaggio indimenticabile, una Sheherazade moderna e accattivante, mistica e blasfema allo stesso tempo, misteriosa, generosa e follemente innamorata dell'amore.
Del protagonista maschile, che non si nasconde mai dietro l'ipocrisia di voler sembrare migliore di quello che è, ho particolarmente amato la dettagliata crescita spirituale, analizzata da lui stesso sotto tutti i punti di vista, che lo trasforma da un uomo bellissimo senza cuore a un essere esteticamente mostruoso ma radioso d'amore. Tutti i variopinti personaggi che sfilano tra queste pagine mi hanno lasciato un bellissimo ricordo, e ho apprezzato anche la tendenza dell'autore a dilungarsi sugli usi e costumi delle varie epoche, sulle descrizioni dei luoghi, sui cenni storici e leggendari legati alle diverse storie all'interno della trama principale. E devo ammetterlo, sono rimasta colpita tantissimo dalla conoscenza approfondita dell'opera di Dante Alighieri di cui sono intrise tutte le pagine. A tratti potrebbe sembrare un po' prolisso e magari spavaldo nello snocciolare pagine intere di nozioni scientifiche, ma vi assicuro che per me questo dettaglio non ha assolutamente fatto perdere fascino al libro.

Come dicevo all'inizio, è stata una sorpresa piacevolissima e ci tengo particolarmente a divulgare al web la mia soddisfazione per questa lettura e a consigliarla appassionatamente a tutti voi che mi leggete.























domenica 25 dicembre 2016

***La ruota delle letture*** - Obiettivo 5 - "Oliver Twist" di Charles Dickens

Buongiorno cari lettori e buon Natale!! Approfitto della quiete mattutina dopo i bagordi della notte passata per aggiornarvi sull'ultima lettura, e appena in tempo per la scadenza del primo giro della Challenge . Anche se in realtà il libro lo avevo finito qualche giorno fa, ma il mio buon proposito di postare subito la recensione ha catastroficamente coinciso con il corri-corri della chiusura dei conti in azienda e i preparativi della cena della Vigilia. Tant'è che fino a ieri sera ero divorata dall'angoscia di non fare in tempo!! Ma veniamo al libro in questione. L'obiettivo che mi è stato dato era di leggere un libro nel cui titolo vi fosse un nome di persona e ho scelto Oliver Twist che giaceva nella mia libreria da troppo tempo ed era proprio il caso di dargli la sua chance.


    Trama:
Secondo romanzo dello scrittore inglese Charles Dickens (1812-1870), viene pubblicato a puntate - come gran parte dei capolavori della narrativa dell’Ottocento - tra il febbraio 1837 e l’aprile 1839. L’opera, che inaugura il filone del “romanzo sociale”  nella letteratura inglese, racconta l’avventurosa storia di un orfanello, Oliver Twist, che, fuggito dall’orfanotrofio, vive per le strade di Londra cavandosela con piccoli furti e ruberie.





Che per l'obiettivo la scelta sia caduta su questo libro non è assolutamente un caso. Da un po' di tempo mi ero ripromessa di rispolverare i classici che ci hanno sempre propinato come libri per ragazzi ma che fondamentalmente contengono dei messaggi e delle lezioni che da giovane non riesci a cogliere pienamente (il prossimo sulla lista, se coincide con un altro obiettivo, è Alice nel paese delle meraviglie). Infatti da Oliver Twist mi aspettavo una lettura leggera, ma ero probabilmente influenzata dalla versione in cartone animato. Sono rimasta invece tanto tanto piacevolmente sorpresa perché anche questa volta ho trovato un romanzo che ha catturato quella parte di me che resta affascinata dalle storie che hanno quel sentore di sordido, di macabro, e che contengono dei riferimenti evidenti al tipo di società in cui sono ambientati.

Oliver si trova a nascere in un'epoca in cui l'amministrazione pubblica e le istituzioni religiose che gestiscono gli orfanotrofi e le cosiddette "workhouse" non hanno nessun riguardo per i poveri, gli emarginati e gli orfani. Nato da una misteriosa donna che muore appena dopo il parto senza lasciare indicazioni precise su chi sia e da dove venga, Oliver nei primi dieci anni di vita passa da un orfanotrofio a un ospizio per poi essere ceduto come apprendista a un impresario di pompe funebri: in questi anni non fa che patire la fame e subire le angherie e i maltrattamenti di chiunque sia investito da un minimo di autorità. Decide così di fuggire e si reca a piedi fino a Londra, dove cade subito vittima del raggiro di un ragazzino, Dodger, che, con la promessa di cibo e soldi garantiti, lo fa entrare in una banda di malviventi gestita dall'ebreo Fagin. L'ingenuo Oliver non si rende conto del disonesto lavoro che svolge la banda finché non vede il primo furto messo in atto da Dodger e compagni. Iniziano qui le vere e proprie avventure di Oliver, che resta, contro ogni previsione, un bambino dal cuore puro, guidato da sentimenti di carità cristiana, e che preferisce la morte alla prospettiva di diventare un ladro.

Oliver, per una fortuita serie di coincidenze, viene salvato dal suo ignobile destino da un gentiluomo che lo accoglie in casa come un figlio. Ma c'è qualcuno che trama nell'ombra per ricondurre il ragazzino nel covo della banda di Fagin. Ed è proprio quello che succede: non appena Oliver mette il naso fuori casa, una prostituta riesce con una sceneggiata molto melodrammatica a riportarlo sulla strada, e il protagonista viene obbligato a collaborare a un furto in una casa di campagna. Anche qui la Provvidenza però ci mette lo zampino e Oliver viene salvato di nuovo da una signora perbene che lo accoglie in casa, ascolta la sua miserabile storia e decide di aiutarlo: non soltanto troveranno la banda  che lo ha costretto contro la sua volontà a rendersi complice di tante nefandezze, ma gli garantiranno anche un futuro prospero tra personaggi di ceto sociale più elevato...
Mi astengo dall'aggiungere altro perché vi rovinerei il colpo di scena finale, ma posso dire che proprio il finale l'ho trovato un po' stucchevole e fuori tono con tutto il resto del libro.



Qualche riflessione... I personaggi sono meravigliosamente descritti. Ad esempio Fagin, con tutte le connotazioni negative che costituiscono l'archetipo dell'ebreo cattivo (vedi avido, sporco, con le lunghe unghie annerite, sdentato, avvolto in un mantellaccio lercio, dai modi bruschi, burbero..) mi ha tanto impressionato che una notte l'ho addirittura sognato! Ogni esponente di ogni ceto sociale ha le sue bizzarre manie, come il custode parrocchiale, arrampicatore sociale, che decide se corteggiare la direttrice dell'ospizio solo dopo aver minuziosamente contato e soppesato, senza farsi vedere, tutti i cucchiaini d'argento che lei possiede.. Non manca il cinismo nelle descrizioni di tutte queste brutte abitudini, come quando l'autore delinea come "due rispettabili signori" i due malviventi della peggior specie, e la critica alla società contemporanea è velata da un genere di umorismo e di sarcasmo che rendono il tutto ancora più accattivante. I vicoli maleodoranti di Londra, le case arroccate sul molo che sembrano sul punto di crollare, i ponti battuti dalle prostitute, le locande di infima categoria in cui si gioca a cabbage e si beve tutta la notte, è tutto narrato e descritto talmente bene che sembra di trovarcisi dentro.

Ma se tutto ciò che è Cattivo nella storia viene anche descritto come Brutto (fatta eccezione se come me avete il gusto dell'orrido particolarmente acuito), tutti i personaggi appartenenti alla categoria dei Buoni hanno le fattezze e gli atteggiamenti Belli come quelli degli angeli. Questa contrapposizione è secondo me il fulcro del libro e rispecchia l'intento dell'autore di denunciare l'evidente enorme divario tra la borghesia e la povertà della Londra del diciannovesimo secolo. Anche se a tratti questa contrapposizione mi ha lasciata un attimo perplessa perché, almeno per me, diventava indigesto tanto buonismo eroico, mentre preferivo recarmi assieme a Nancy e a Sikes su e giù per i sobborghi della depravazione londinese, io trovo che Oliver Twist sia un eccellente capolavoro di satira e ve lo consiglio assolutamente.









mercoledì 14 dicembre 2016

***La ruota delle letture*** - Obiettivo 11 - "I custodi di Slade House" di David Mitchell

Cari lettori, la CHALLENGE (a lettere cubitali perché merita tutta la mia stima per l'immane sforzo di buona volontà e pazienza che comporta) è partita, ma meno male che mi sono iscritta con un po' di anticipo e da brava bambina ho fatto i compiti e mi sono messa un po' avanti con le letture..
E infatti l'obiettivo capita a pennello con il libro che ho appena finito di leggere, quello vinto col giveaway di anniversario di Fede Stories, "I custodi di Slade House" di David Mitchell.


 Trama:
Voltato l'angolo di una via di Londra, proprio dove occhieggiano le vetrine di un popolare pub inglese, lungo il muro di mattoni che costeggia un vicolo strettissimo, se tutto gira per il verso giusto, troverete l'ingresso di Slade House.
Un perfetto sconosciuto vi accoglierà chiamandovi per nome e vi inviterà a entrare. La vostra prima reazione sarà la fuga.
Ma presto vi accorgerete che allontanarsi è impossibile.
Ogni nove anni, l'ultimo sabato di ottobre, gli abitanti della casa - una sinistra coppia di gemelli – estendono il loro particolare invito a una persona speciale, sola o semplicemente diversa: un adolescente precoce, un poliziotto fresco di divorzio, un timido studente universitario.
Ma che cosa succede, veramente, dentro Slade House?
Per chi lo scopre, è già troppo tardi…





Voi direte, ma che attinenza ha un giardino con questo libro? Ebbene, pazienza che, se non lo avete ancora letto, adesso ci arrivo..
Su questo libro si sono spese parole e parole, anteprime e recensioni spuntate come funghi, pubblicizzato in tutte le salse, tanto che adesso mi sembra superfluo aggiungere qualunque cosa, col timore di sminuirlo o di smontare le aspettative di chi non l'ha ancora letto. Già, perché io mi aspettavo qualcosa di più.

Il romanzo è suddiviso in cinque parti, cinque storie ambientate a nove anni di distanza l'una dall'altra ma legate tra loro dalla singolarità che contraddistingue di volta in volta il protagonista. Ogni ultimo sabato di ottobre, infatti, per una serie di "bizzarre coincidenze", alcune persone, dopo aver incrociato un tizio che fa jogging in tuta arancione e nera, vengono introdotte in una misteriosa casa di Londra..

Girate l'angolo di un anonimo pub, e tra due case quasi addossate l'una all'altra si apre un vicolo strettissimo, Slade Alley, che gira ad angolo acuto verso sinistra e poi subito di nuovo verso destra scomparendo alla vista. Lungo questo vicolo, offerta speciale sioriessiore solo per l'ultimo sabato di ottobre ogni nove anni, noterete una porticina nera di ferro che ieri non c'era e domani non ci sarà più.. E se siete dei disagiati sociali e avete il dono di una mente particolarmente attiva, al semplice tocco del vostro palmo la porticina si aprirà da sola... Magia!

Oltrepassata la porta entrerete in un MAGNIFICO GIARDINO TERRAZZATO (eccolo qui) che altro non è che la splendida cornice di uno specchietto per le allodole. Perché proprio in questo giardino, di volta in volta a seconda della circostanza e del periodo i protagonisti (un bambino che ha perso il padre, un poliziotto alle prese con un divorzio, una studentessa grassottella vittima di bullismo, una ragazza dilaniata dai sensi di colpa, e infine una psichiatra) vedranno iniziare a realizzarsi alcuni dei loro più reconditi desideri. Ma, come dicevo, è solo un trucchetto per attirarvi all'interno della magnificente casa, Slade House, dove due gemelli, maschio e femmina, abili trasformisti e profondi conoscitori dell'arte di manipolare le menti, vi attendono per banchettare con la vostra anima..

Qualche riflessione...
Ho iniziato a trovare entusiasmante questo libro solo dopo il terzo episodio, dove si trascende un attimo il solito copione "entra-facciamo-amicizia/facciamo-sesso/ci-confidiamo-mangio-la-tua-anima" e si intravede il succo della storia che era l'unica cosa che mi interessava e l'episodio finale resta uno scialbo contorno ai limiti dell'onirico con tanto di scontro tra le forze del Bene e le forze del Male.
I dialoghi tra Fratello e Sorella alla fine di ogni episodio mi hanno urtato non poco, li ho trovati ripetitivi e noiosi. Lo stile dell'autore è interessante, originale, poliedrico, ma credo che abbia sprecato il suo talento con questo libro. Avrei preferito che avesse dato più spazio alle sensazioni che ai dialoghi, perché invece la parte descrittiva merita, soprattutto quando si focalizza su quegli inquietanti dettagli famosi della letteratura classica dell'orrore: un pendolo con una frase enigmatica al posto dei numeri, un antico candelabro con delle incisioni antiche, i ritratti delle persone che da Slade House non sono mai uscite vive (con un buco bianco al posto degli occhi, perché OVVIAMENTE gli occhi sono lo specchio dell'anima).. Molto suggestiva è stata anche la faccenda della bolla di realtà bloccata per sempre nell'anno 1934: dal giardino enorme che si apre dietro quella porticina nascosta, che è dove non potrebbe essere perché quella zona era stata bombardata e distrutta, inizia la ricostruzione realistica di tutto ciò che la vittima desidera in quel momento della sua vita, un amico con cui chiacchierare, una donna per ricominciare ad amare, il ragazzo che fino a ieri ti snobbava, o semplicemente le prove che cercavi per non cedere ai rimorsi.. Ma è solo un costrutto ingannevole, e il resto se avete il coraggio dovete scoprirlo da soli.

P.S. Se riuscite a dirmi chi diavolo è il tizio in tuta arancione e nera che fa jogging vi devo un favore!






sabato 3 dicembre 2016

Il mio rapporto di amore e odio con "Lo strano viaggio di un oggetto smarrito"

Ammetto che di questo libro non avevo mai sentito parlare e la mia opinione di questo libro procede a tappe perché c'è stata una relazione breve di amore/odio/amore. Sono rimasta affascinata prima di tutto dal titolo e dalla copertina più che dalla trama, poi le prime pagine mi hanno realmente infastidito al punto che ero lì lì per mollare il libro, poi di punto in bianco si è ribaltata la situazione e alla fin fine mi è piaciuto anche se non ci ho visto quel capolavoro che è stato segnalato da altri blogger.


 Trama:
Il mare è agitato e le bandiere rosse sventolano sulla spiaggia. Il piccolo Michele ha corso a perdifiato per tornare presto a casa dopo la scuola, ma quando apre la porta della sua casa nella piccola stazione di Miniera di Mare, trova sua madre di fronte a una valigia aperta. Fra le mani tiene il diario segreto di Michele, un quaderno rosso con la copertina un po’ ammaccata. Con gli occhi pieni di tristezza la donna chiede a suo figlio di poter tenere quel diario, lo ripone nella valigia, ma promette di restituirlo. Poi, sale sul treno in partenza sulla banchina. 
Sono passati vent’anni da allora. Michele vive ancora nella piccola casa dentro la stazione ferroviaria. Addosso, la divisa di capostazione di suo padre. Negli occhi, una tristezza assoluta, profonda e lontana. Perché sua madre non è mai più tornata. Michele vuole stare solo, con l’unica compagnia degli oggetti smarriti che vengono trovati ogni giorno nell’unico treno che passa da Miniera di Mare. Perché gli oggetti non se ne vanno, mantengono le promesse, non ti abbandonano.
Finché un giorno, sullo stesso treno che aveva portato via sua madre, incastrato tra due sedili, Michele ritrova il suo diario. Non sa come sia possibile, ma Michele sente che è sua madre che l’ha lasciato lì. Per lui.
E c’è solo una persona che può aiutarlo: Elena, una ragazza folle e imprevedibile come la vita, che lo spinge a salire su quel treno e ad andare a cercare la verità. E, forse, anche una cura per il suo cuore smarrito.
Questa è la storia di un ragazzo che ha dimenticato cosa significa essere amati. È la storia di una ragazza che ha fatto un patto della felicità, nonostante il dolore. È la storia di due anime che riescono a colorarsi a vicenda per affrontare la vita senza arrendersi mai.


Primo punto a sfavore è stato l'innamoramento lampo di Elena. Ok, io credo al colpo di fulmine, capiamoci, ci sono cascata anche io e negli ultimi due anni (ancora) non ho rimpianto la mia scelta. Ma nell'incipit ci ho visto una di quelle storielle volutamente cinematografiche, con la mano calcata sull'effetto romanzato di un banale incontro qualunque (l'autore viene dal settore delle fiction, appunto). Anche il personaggio di Michele all'inizio mi ha suscitato non una compassione dai contorni positivi, ma piuttosto una pena acrimoniosa per il suo essere statico, ancorato alle sicurezze dell'abitudinarietà, ai muri eretti intorno alla sua ricercata solitudine fisica ed emotiva, alla presenza rassicurante degli oggetti che hanno smarrito il padrone e anche la loro funzione primaria. Proprio come Michele, che da quando ha perduto sua madre ha perduto anche la sua funzione di essere umano che cresce e fa i conti con la vita, restando fondamentalmente un bambino in un corpo da adulto.
Però una cosa nella parte iniziale del libro mi ha fatto riflettere: come sia possibile al giorno d'oggi poter sopravvivere senza uscire praticamente mai di casa, facendosi persino portare la spesa dal garzone del supermarket. Ci avete fatto caso?
Ho trovato snervante anche la tendenza dell'autore a descrivere minuziosamente ogni azione dei protagonisti come in una sceneggiatura, una cosa che mi fa venire l'orticaria di solito.

Eppoi.. Dopo circa le prime cento pagine qualcosa nello stile della scrittura cambia. Le frasi e i dialoghi diventano più scarni, le sensazioni hanno la meglio sulla mera descrizione dei luoghi degli oggetti e delle azioni, la crescita interiore di Michele sgomita e allora sì che il libro inizia a entusiasmarmi. Prima la signora dai capelli viola con il suo ulivo con il solco dell'unghia, una metafora bellissima sul dolore e sulla vita. Poi i due mascalzoni fuori dal pub, che finalmente danno a Michele una non solo metaforica botta in testa per farlo venire a patti con la vita vera da cui si era sempre nascosto. Poi Erastos, il greco filosofo di vita (sarà una coincidenza?) che gli spiega la via per il raggiungimento del proprio paradiso. E infine Luce, sorella nel dolore, che lo condurrà per mano alla schiusura del suo bozzolo di autodifesa e al raggiungimento di una nuova consapevolezza di sé.

Ma la cosa più bella di questo libro alla fine è proprio Elena, che alle prime pagine non riuscivo a digerire perché mi sembrava appena uscita da uno stupido film per teenager. Elena che ha conosciuto un dolore immenso (la storia di Milù è la cosa che meno mi sarei aspettata all'interno della narrazione) e che ha deciso che l'amore per la vita non è solo un diritto ma anche un dovere per dare un senso all'assenza di qualcun altro. Elena con i suoi colori, che vede i colori degli altri e cerca di capire se si accordano bene con i suoi.

A mio avviso la scena più bella in assoluto, e la dichiarazione d'amore più sincera che potevo aspettarmi, è quella sul treno verso la fine:


"Sei blu. Sei blu come la sabbia.
 Sei rossa come il caffè. 
Sei verde come la neve.
 Sei viola come il miele."
"Michele, mi sa che sei daltonico"
"No. Sei tu che mi cambi i colori alla vita"



Un finale dolcissimo, bella anche la chiusura che spiega l'inaspettato viaggio a ritroso di quel quaderno rosso.. Mi segno il nome dell'autore, che credo possa migliorare di molto lo stile, allontanandosi da quella prosa pragmatica da sceneggiatura e regalarci altre nuove emozioni.





Gdl Librarsi, l'incontro di novembre 2016

Cari lettori, approfittando di questo sabato letargico prima di farmi risucchiare dal vortice pre natalizio, vi voglio raccontare anche dell'ultimo incontro del Gruppo di Lettura Librarsi che gestisco nella biblioteca del mio paese.
Avendo scelto di seguire per questo anno il tema dei 5 continenti, la nostra ultima lettura aveva a che fare con l'Australia. In realtà però, poi, il libro che ha ottenuto più voti di australiano ha solo le origini dell'autore: "Una vita immaginaria" di David Malouf.

Trama:
In una landa desolata ai confini della terra, punteggiata da rocce aguzze e cespugli di assenzio, un vecchio poeta è convinto ormai che la vita non abbia più niente in serbo per lui. E' questo il destino che si attende Ovidio, bandito da Roma per volere di Augusto, costretto a scontare la propria condanna all'esilio. Ma un giorno, durante una battuta di caccia nella foresta, l'inaspettato incontro con un ragazzo cresciuto fra i lupi gli farà ritrovare dentro di sè qualcosa che credeva per sempre relegato "nella regione del silenzio". L'amicizia che i due stringeranno porterà Ovidio a riscoprire la potenza evocatrice di un linguaggio finora sconosciuto che costringerà l'autore delle "Metamorfosi" a compierne lui stesso una.



Devo ammettere che la trama non mi entusiasmava per niente, e che la lettura di questo libro per me è partita molto a rilento, ma sono stata conquistata dopo i primi capitoli dalla vivida descrizione dei panorami e dalle abitudini e dai costumi di vita atavici del popolo descritto. Ovidio, il poeta istrionico, mondano e amante degli eccessi, bandito da Roma per una ragione mai pienamente chiarita, si ritrova a dover ricominciare daccapo in una terra sconosciuta e dal clima impietoso e ostile. Il primo ostacolo, all'apparenza insormontabile per lui, amante delle raffinatezze della lingua latina, quella lingua "perfetta in cui possono essere espressi tutti i concetti, le cui desinenze sono volte a esprimere le più piccole sfumature del pensiero e del sentimento", è proprio reimparare il linguaggio, una lezione che gli farà scoprire che la realtà non si riflette nel linguaggio bensì si costruisce per mezzo del linguaggio.

L'incontro poi con il Ragazzo Selvaggio allevato tra i lupi cambierà definitivamente il suo concetto della vita, costringendolo a riconciliarsi con la natura e a fare i conti con una rinascita spirituale che gli farà abbandonare il rimpianto per le frivolezze della sua Roma Augustea e riconoscere che tutta la sua vita e il suo cammino erano segnati per condurlo fino a lì, in una patria che adesso sente sua, con il ritmo della vita che asseconda le stagioni, i riti propiziatori, le stagioni di caccia, i versi degli animali, la frugalità dei pasti. La sua morte sarà il fondersi nella natura a cui sente ora di appartenere.

Il calore della terra sotto di me, quando mi distendo per la notte, è sorprendente.
E' come il calore di un corpo che avesse assorbito il sole per tutto il giorno
e ore ne restituisse il tepore. E' più soffice e scura di quanto avrei mai potuto credere
e quando ne prendo una manciata e ne annuso gli straordinari odori, 
so che tra questo pugno di terra e il mio corpo
si è improvvisamente aperto, come tra essa e i fili d'erba, un corridoio lungo
cui fluisce il nostro comune essere.
Mi sdraio per dormire e mi meraviglio, nella libertà del sonno,
di non poter mettere radici lungo tutto il corpo e, come entro nel primo sogno,
sento quasi che comincia a succedere, sento ogni mio poro aprirsi a ogni granello di terra,
quando lo scambio inizia.
Quando mi sveglio sono del tutto assorbito dal processo.
Mi fisserò nel fondo della terra, più profondamente di quanto faccia nel sonno.
Noi siamo contigui con la terra in tutte le particelle
del nostro essere fisico, come nel nostro respiro 
siamo contigui con il cielo.
Tra i nostri corpi e il mondo c'è unità e scambio.

Come già saprete, inoltre, l'elemento che caratterizza i nostri incontri del GdL è il cibo che associamo alle letture. Questa volta non mi sono ispirata all'Australia, ahimé, ma ho optato per una tavola imbandita su cui spiluccare cibi tipici dell'età imperiale romana. 



Uva bianca e uva nera, fichi secchi, datteri, noci, melograno, paté di radicchio, crema alla zucca, pane ai semi di girasole, tomino piccante, pecorino morbido, miele, e olive, tutto condito con un ottimo  vino fragolino..
Se l'idea vi stuzzica vi invito a seguire la pagina facebook "Gruppo di lettura Librarsi", il prossimo aggiornamento a fine gennaio, perché a dicembre il GdL è a riposo.
Buone letture a tutti.



Elen@, il personaggio controverso de "La schiava di Granada"

Buongiorno colleghi lettori, oggi vi racconto di un libro che mi ha appassionato particolarmente per diversi motivi. Tanto per cominciare per l'ambientazione e il periodo storico, ovvero la Spagna al periodo dell'Inquisizione, un'ambientazione che avevo già amato molto leggendo Falcones; la storia che viene narrata d'altronde è a dir poco inusuale, soprattutto se si tiene conto del fatto che è ispirata a un personaggio realmente esistito e che scatenò all'epoca un acceso dibattito sulla sessualità: qui trovate le notizie verificate sull'esistenza di questo personaggio, che sebbene scritte in spagnolo mi sembrano piuttosto comprensibili.

 Trama:
Spagna, 1587. Nella sua lunga carriera d'inquisitore, Lope de Mendoza ha condannato peccatori di ogni genere, eppure mai aveva affrontato un simile enigma: chi è la persona che ha davanti? Chi è in realtà Céspedes? Secondo alcuni, il suo nome è Elena ed è la figlia illegittima di una schiava nera. Dopo un'infanzia segnata dalla povertà e dalla violenza, è stata costretta a sposare un uomo brutale da cui ha avuto un figlio. Quindi ha deciso di abbandonare la famiglia e ha cominciato a peregrinare di città in città, trovando lavoro come sarta o domestica. Ma, d'un tratto, di lei si sono perse le tracce... Secondo altri, il suo nome è Eleno ed è un uomo affascinante e dal passato oscuro. Distintosi durante la rivolta delle Alpujarras, l'ultimo atto della conquista cattolica del regno di Granada, ha vissuto a Madrid, è stato apprendista di un cerusico, ha esercitato la professione di chirurgo ambulante e ha conosciuto Maria del Cano, che poi è diventata sua moglie. Ed è proprio a causa di Maria che è stato imprigionato dalla Santa Inquisizione... Chi è dunque Céspedes? Basato su una storia realmente accaduta e ambientato in una Spagna dilaniata dalle guerre di religione, questo romanzo ripercorre le incredibili vicende di un individuo che ha sfidato una società ostile e bigotta pur di affermare il proprio diritto alla felicità.


Il libro si apre sull'incartamento che Don Lope de Mendoza, giudice dell'Inquisizione, si trova sulla scrivania un mattino di luglio del 1587, in cui si accusa di ermafroditismo, nonché sprezzo del matrimonio, sodomia, bigamia e varie altre cose tal Elen@ de Cespedes: l'imputato sembra essere sia maschio che femmina, ma fino a che punto la Chiesa può permettersi di suffragare un'ipotesi simile?


"Creò Dio Adam (cioè l'uomo) in sua forma;
 in forma di Dio creò esso, maschio e femmina. 
Il primo uomo, e ogni altro uomo di quanti ne vedi,
 è fatto, come dice la Scrittura, a immagine e similitudine di Dio,
 maschio e femmina". 
- Leòn Hebreo, Dialoghi D'amore - 

 D'altronde la letteratura scientifica dagli albori ha sostenuto per bocca di diversi emeriti studiosi la possibilità che in natura sussista la possibilità di essere maschio e femmina contemporaneamente, dalla Naturalis Historia di Plinio, al De humanis corporis fabrica di Vesalio, al De re anatomica di Realdo Colombo..

Il romanzo sembra vagamente un resoconto giudiziario degli eventi che condurranno infine il/la protagonista a essere denunciato, al punto che nei primi capitoli sono rimasta un po' delusa dal tono sbrigativo con cui venivano liquidati alcuni avvenimenti della prima infanzia di Elena. In realtà però questa sembianza confusionaria dell'incipit è necessaria per non confondere ulteriormente il lettore, dal momento che la parte più succosa è quella che riguarda il processo vero e proprio, e tutto ciò che è successo prima serve solo a dare al lettore un'infarinatura sui sentimenti contraddittori che fanno struggere l'imputato nella sua cella.

Elena, o Eleno, ha avuto una vita piena, vagabonda ma intensa. Insofferente all'interno di un involucro di carne e pelle che non sente proprio, non si rassegna a una vita da schiava e moglie e non mette radici da nessuna parte. Si scopre abile sarta, oltre che domestica, e parte in cerca del suo destino e del suo posto nel mondo. Scopre la propria sessualità risvegliarsi al contatto con bellissime donne, e vince il rimorso di andare contro natura facendosi passare definitivamente per uomo, arruolandosi nell'esercito che combatterà i moriscos nelle Alpujarras e imparando il mestiere di chirurgo, finché finalmente non conoscerà l'amore e sposerà Maria del Cano.. Ma nel suo cammino ha incrociato qualcuno che ha scovato nel suo sguardo e nelle sue movenze qualcosa di poco chiaro e che ha deciso di far ricorso al tribunale più temibile in assoluto per fare giustizia.. Grazie alla sua abilità di chirurgo Elen@ riuscirà incredibilmente a superare una miriade di ostacoli ma il braccio dell'Inquisizione è potente e allunga i suoi artigli ovunque..

Non vi anticipo nulla sul finale, ma vi invito a leggere questo libro sensualissimo e coinvolgente, che aiuta molto anche a riflettere sulla libertà dell'uomo di cercare la propria felicità e crearsi il proprio destino.

Non ti ho dato, o Adamo,
né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua,
perché tutto secondo il tuo desiderio
e il tuo consiglio ottenga e conservi.
La natura limitata degli altri è contenuta
entro le leggi da me prescritte.
Tu te la determinerai senza essere costretto
da nessuna barriera, secondo il tuo arbitrio,
alla cui potestà ti consegnai.
Non ti ho fatto celeste né terreno, né mortale né immortale,
perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice
ti plasmassi e ti scolpissi
nella forma che avresti prescelto.

 - Giovanni Pico della Mirandola , Discorso sulla dignità dell'uomo -